Se il tuo lavoro è il fashion journalism, guardando Il diavolo veste Prada 2 ridi per non piangere

Nei suoi momenti più interessanti il sequel è soprattutto un racconto dello stato del giornalismo di moda. Un settore che in 20 anni è cambiato moltissimo ma non sempre per il peggio, piaccia o no a Miranda Priestly.

04 Maggio 2026

«Quando si decide che è l’ora di mollare il sogno, che non ne vale la pena?». È una domanda che chi scrive si è trovato a ricevere, non senza sorpresa, qualche giorno fa, in una scuola di comunicazione milanese, invitata a parlare della mia esperienza giornalistica nel mondo della moda. Di fronte a me una classe di 20enni a cui lo stato dell’arte della nostra civiltà nell’anno di grazia 2026 ha fornito una dose di realismo che le generazioni precedenti sviluppano di solito più avanti,

E paradossalmente, è la stessa domanda alla quale tenta di rispondere il sequel de Il Diavolo veste Prada, un film che la gargantuesca campagna di marketing orchestrata per promuoverlo – tra brand che facevano la fila per esser presenti e apparizioni sulle copertine di Vogue – faceva immaginare erroneamente come zuccheroso e inconsistente e che invece veleggia lontano dalla celebrazione dei fasti e delle frivolezze del primo capitolo (compresi i servizi di copertina che quando non funzionano si possono scattare di nuovo per cifre che superano quelle di un bilocale a Milano) per situarsi più vicino all’area del documentario.

Dalla fantasia cinematografica alla vita vera

E infatti, in ordine sparso, Miranda Priestly, virago temuta unanimemente dai Ceo ma pure dai suoi parenti prossimi, nei primi dieci minuti si va a cospargere il capo di cenere a casa degli investitori, quando il giornale incappa in un errore che causa la consueta “shitstorm”, promettendo senza fare un plissé cinque pagine di speciale dedicate all’apertura dell’ultimo, imprescindibile “flagship store”; i tech bro  che ereditano i giornali e vanno in ufficio vestiti come se dovessero affrontare non tanto i pericoli delle architetture minimaliste quanto le insidie del passo dello Stelvio in bici,  assumono squadre di consulenti il cui unico obiettivo è sfrondare gli eccessi (che vanno dalle business class ai licenziamenti collettivi); gli altri tech bro, quelli che i giornali tentano di comprarseli, lo fanno per motivi che hanno poco a che fare con un tentativo pur eroico di farli sopravvivere; il metro di misura della bontà e del successo di un pezzo non è nella sua effettiva qualità, ma nei clic che ha generato.

Se sono affermazioni che vi suonano plausibili anche se il film non lo avete ancora visto è perché la sceneggiatura impasta un concentrato assai realistico di cose già successe (Jeff Bezos e Lauren Sanchez patron del Met Gala compresi), condendolo con un pizzico di romanticismo tutto cinematografico, e però necessario a far uscire la gente dalla sala con un sorriso, perché in fondo di una commedia parliamo:  è proprio quello che tiene accesa la speranza che un certo modo di fare informazione nella moda abbia ancora una possibilità nel futuro. Un assunto che si stende anche ad altri ambiti del giornalismo, considerato che neanche i magazine dediti a inchieste sui fatti dirimenti della vita, come quello per il quale scrive Andy all’inizio, se la passano granché. Certo rimangono gli eccessi, i difetti e le idiosincrasie di Miranda e dei suoi sodali, che nella vita reale sarebbero abbastanza per poter definire un posto di lavoro come tossico (ci ha ironizzato il web, con alcuni video che mettono al posto di Andy un rappresentante qualunque della Gen Z, che si “licenzia” già durante il colloquio)  e a cui però ci siamo affezionati e che condoniamo di fronte a dialoghi che rimangono assai divertenti.

Il Diavolo veste Prada 2 è una marcia funebre vestita high-end – e ambientata in una Milano che appare bellissima, vista dai droni sul Duomo – che celebra la fine di un mondo e di un modo di pensarsi. Se non bastasse il film a sottolinearlo, alla prima al Lincoln Center la stessa Meryl Streep ha annunciato che costumi borse e gioielli da lei usati nelle riprese saranno messi all’asta, con i proventi che andranno al Committee to Protect Journalists. A latere, questo non vuol dire necessariamente che la società moderna e la sua rutilante velocità che tutto sacrifica all’altare dell’algoritmo, siano le uniche colpevoli della progressiva e implacabile irrilevanza dell’informazione classica, quando si parla di moda o di ciò che viene più genericamente chiamato “lifestyle”: vi è di certo una fetta di responsabilità da imputare a chi ha maneggiato, da una parte e dall’altra, la materia nel ventennio precedente, e che si è accorto troppo tardi e male del futuro che stava per arrivare. E però se il film si intesta una spettacolare mise en scène del tramonto, non è nel suo interesse, ma neanche suo dovere procedere pure con l’autoanalisi.

Rielaborare il lutto

Il Diavolo veste Prada oggi più di 20 anni fa, ha la potenzialità e la pervasività mediatica per scatenare in chi di quel mondo fa ancora parte, non solo melanconici momenti di riflessione su un passato che è già da tempo nello specchietto retrovisore, e le prime recensioni pubblicate ne sono una testimonianza, ma anche riflessioni costruttive su come vogliamo immaginarci il futuro (si spera senza doverci sorbire cinque pagine di speciale dedicate all’apertura di un negozio). E certo, le grandi corporazioni potranno soffrire più di altre il colpo della modernità, per via di strutture elefantiache e difficili da rivoluzionare nel tempo di una stagione, mentre i giornali chiudono  e pure il contratto nazionale dei giornalisti è fermo al palo da 10 anni.   D’altro canto questo non vuole dire che il mondo dell’informazione di moda sia morto: paradossalmente, in un panorama così saturo, c’è spazio e opportunità per realtà più agili, prive di certo dei mezzi e dei fondi di Runway ma dotate di un punto di vista e della capacità di raccontarlo attraverso i molteplici strumenti offerti dal digitale (podcast, vodcast, live, newsletter), divenendo addirittura profittevoli.

Il problema però, è che non è chiaro se chi di quel mondo dorato faceva parte 20 anni fa, e ha visto già il film plaudendone con un certo sguardo auto-assolutorio la veridicità, sia capace di rielaborarlo, quel lutto, e costruirci sopra delle nuove possibilità: se nel 2006 come ammesso dalla stessa Streep in un’intervista, nessun brand voleva avere nulla a che fare con quel lungometraggio, per paura che Anna Wintour, a cui Miranda si ispira, ne uscisse danneggiata nell’immagine, nell’occasione del sequel il film ha visto la fila di maison che si litigavano una presenza, una citazione, un abito, e ha avuto la benedizione della stessa Wintour che ha fornito a Streep e al film la copertina di Vogue (le due sono ritratte insieme, in uno sfolgorante esempio della vita che imita l’arte, guardandosi allo specchio).

Se vent’anni fa insomma, la moda tutta temeva che Il diavolo veste Prada la ridicolizzasse oltre la soglia dell’accettabilità (nella consapevolezza che nelle redazioni pure meno glamour di Runway così come negli uffici stile delle maison quel tipo di modus operandi era collettivamente accettato) oggi si mette in coda all’ingresso per partecipare a questa festosa maxi campagna di marketing fatta di prime con look sfarzosi ed eclettici, preferendo all’autoanalisi la tana del bianconiglio della nostalgia. Abbondano online le notizie sui retroscena del film, sul genere “a chi era ispirata veramente Emily?” . In un interessante cortocircuito editoriale, Chloe Malle, che è a capo dei contenuti di Vogue, intervista la vera Emily Charlton nel suo podcast The Run Through with Vogue (la oggi stylist delle celeb Leslie Frieman) che ammette di aver pronunciato la frase “un milione di ragazze ucciderebbe per questo posto”, ma confessa pure che un giorno Anna Wintour l’ha chiamata nel suo ufficio per avvisarla che Lauren Weisberger, ex junior assistant, aveva scritto un libro su di loro e che “tu ne vieni fuori peggio di me”.

Un dibattito che non s’ha da fare

Meno raccontato e ripreso dai media è in effetti il dibattito sullo sfruttamento lavorativo nelle più grosse industrie culturali, ma pure da parte di individui singoli, potenti e noti abbastanza per replicare quegli schemi: ad aprile il Guardian ha scritto un articolo su Plum Sykes, ex assistente di Anna Wintour, ma nessuna relazione con la Emily Charlton del film, come ha specificato lei stessa su Vogue. Come riportato dal giornale inglese Sykes (erede di una famiglia influente con magioni nello Yorkshire ma residenza nelle Cotswolds) ha oggi la sua newsletter su Substack, e ha ad aiutarla nel compito diversi giovani studenti, che lavorano per lei, gratis: una condizione che, il giornale specifica, pur rimanendo criticabile è prevista dalle leggi sul lavoro inglese nel caso nel quale quello stage sia parte del loro corso di studi, o sia svolto presso un ente di beneficenza o ancora nel caso si tratti di un “affiancamento” (sostituirla o accompagnarla a degli appuntamenti, più che eseguire veri e propri compiti, senza un orario di lavoro già definito ma su base occasionale). Ed è in quest’ultima categoria che, secondo Sykes, i suoi stagisti ricadono.

Un’altra newsletter, quella di Amy Odell, Back Row, parla della situazione attuale, confrontandosi con diversi (e reali) fashion assistant, sostenendo che sono fortunatamente  passati i tempi nei quali spettava loro il compito di pulire le mazze da golf ma che quella cultura di sfruttamento verso chi è appena entrato nelle aziende permane.

Nessuno vuole più “essere noi”, e lo sa benissimo quella giovane studentessa degli inizi, che non è disposta, come Miranda,  a sacrificare tutto il resto della propria vita e l’adolescenza delle gemelle nel nome di un lavoro, per quanto ambito. In realtà nel secondo capitolo neanche Miranda ci crede più tanto a quella storia, ma ha abbastanza sagacia e intuito per guadagnarsi un tempo supplementare nel quale rinegoziare le condizioni del finale, tentando di evitare lo scenario peggiore. Forse non si tratta tanto di smettere di credere in un sogno che non esiste più (nella realtà quanto nella finzione cinematografica) ma di riscriverne il perimetro e re-immaginarne gli orizzonti, rendendolo più simile a una possibilità, forse imperfetta e però abitabile nel quotidiano. Da tutti: da chi quei giornali li fa e pure da chi li legge. Ci toccherà però liberarci della zavorra della nostalgia di un passato che non tornerà più e attrezzarci per il presente. Sarà forse il passo più doloroso, ma è indubitabilmente quello più necessario per poi goderci una commedia ben fatta, senza cadere vittima di una sindrome di Stoccolma fuori tempo massimo.

Grazie al Diavolo veste Prada 2, Anna Wintour è finita per la prima volta sulla copertina di Vogue assieme alla sua alter ego Miranda Priestly, cioè Meryl Streep

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Anna Wintour e Chloe Malle hanno fatto la loro prima intervista insieme ed è talmente strana che non si capisce se fossero serie o scherzassero

L'ha pubblicata il New York Times, per discutere del futuro di Vogue. Si è finiti a parlare di microespressioni e linguaggio del corpo.

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