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20:49 sabato 15 agosto 2026
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.
Una professoressa universitaria è stata licenziata per aver letto e spiegato ai suoi studenti un racconto di Ottessa Moshfegh È successo a Vinita Prabhakar: Bettering Myself, racconto del 2013 di Moshfegh, le è costato il posto al South Florida State College.
Il nuovo, attesissimo, chiacchieratissimo romanzo di Rachel Cusk che potrebbe come non potrebbe parlare (male) di Natalie Portman Il romanzo si intitola Life of M, e in effetti le somiglianze tra il personaggio M e la persona Natalie Portman sono abbastanza innegabili.

Il destino di Detroit

13 Aprile 2011

Schizocities è una serie di post che pubblicheremo nei prossimi mesi. Una serie di referti, perché la città globale è una dimensione schizofrenica. E anche una serie di reperti, oggetti mediatici che iniettano immagini e figure nell’immaginario collettivo, e ci si possono perdere. Uno sguardo sulle identità urbane, mediatizzate e globalizzate. Quelle delle città, ma anche di chi ci vive, tra disparità paradossali ed alleanze improbabili.

“Siamo americani, ma questa non è New York City, la Città del Vento o la Città del Peccato, e di certo non la siamo la Città di Smeraldo di nessuno. Siamo la Città dei Motori.” Ok, in italiano non suona troppo bene, ma così recitava con una voce ruvida e vissuta lo spot Chrysler che ha fatto scalpore all’ultimo Superbowl. La Motor City in questione è Detroit, e a dargli un’aria ancora più tough c’era pure Eminem. Il rapper, più serio senza il capello decolorato, chiude con: “This is what we do”. Più che un eco hip-hop, suona come una promessa. Poco importa che ci sia voluta la nostrana Fiat ed un aiuto consistente del Tesoro americano per tirare su l’azienda cardine di una città allo sbando, da anni nella condizione di detrito a mala pena vivente dell’era postindustriale. Lo spot è scritto e girato talmente bene che il suo americanissimo ottimismo quasi ti convince.

Simbolo della fine di un’era, Detroit incarna nel proprio corpo urbano il declino dei motori come industria e collante sociale. Mentre l’auto aveva stiracchiato le città sgranandole in sobborghi e dando vita ad uno stile di vita caratteristicamente americano, negli ultimi anni Detroit stessa è stata target di strategie di “rimpicciolimento” (cioè demolizione di aree vacanti) e, dopo che la crisi ha disabitato interi quartieri a furia di sfratti, tentativi di colonizzazione sistematica.

La città ha iniziato a vendere proprietà a 100 dollari e ad offrire incentivi fino a 25.000 dollari pur di far abitare certi quartieri, cercando anche di invogliare l’affluenza di quella classe creativa decantata da Richard Florida in The Rise of The Creative Class, libro di culto per le amministrazioni cittadine.

Il guru ha messo la città al 39mo posto su 49 nel suo Creativity Index, sotto a Jacksonville, Pittsburg ed Indianapolis (altra città dei motori, anche se evidentemente con più benzina), ma dopo aver ingoiato il rospo l’organizzazione CreateDetroit l’ha pure invitato per diffondere il verbo e porre fine alle ciniche battute sull’invivibilità locale.

Parecchio controverso, il brand di Florida (la “classe creativa”) include un po’ tutti, da Mark Zuckerberg al tuo dentista. E non tiene conto che la maggior parte dei “creativi” si dedica alla propria passione tra un part-time e l’altro, e si paga l’affitto servendo ai tavoli. Nonostante questo, una combinazione di religiosa fiducia nel suo credo e di romantico fascino per i ruderi ha reso davvero Detroit una mecca per artisti con un istinto materno compatibile o le tasche abbastanza vuote.

Da tempo sdoganata nell’arte contemporanea, l’estetica postindustriale ha ispirato la riqualificazione di spazi vuoti per alt(r)i scopi, come la galleria Detroit Industrial Projects o il Russell Industrial Center, che usa la creatività anche come scusa per creare un hub commerciale. A parte questi contenitori sistematici, c’è stato anche un proliferare di progetti artistici a sfondo sociale, una sorta di servizio pubblico da parte di artisti-missionari.

C’è chi ha deciso di denunciare la crisi del mattone isolando una casa disabitata in una patina di ghiaccio che la rende inaccessibile, ma visibile (lasciano però un po’ freddina anche l’artista Martha Rosler, da sempre vicina all’attivismo, che ne scrive così: “La maggior parte dei progetti artistici sui luoghi decadenti come Detroit è un malinconico monumento al capitale che mostra la devastazione lasciata in sua assenza”).

Ma mentre il sito di CreateDetroit è aggiornato al 2006 e vanta solo 129 amici su Facebook, c’è anche chi come Gina Reichert and Mitch Cope (lei architetto, lui artista, fondatori di Design99) fa tutto da sé. Comprata una casa per niente, l’hanno ristrutturata con pannelli solari ed accessori vari e si sono messi ad offrire servigi creativi low-cost alla gente del quartiere.

Motor City, Creative City, quello che Detroit sarà lo vedremo in futuro. L’occupazione ed i movimenti immobiliari faranno il loro corso, Eminem o meno, Richard Florida o meno. Ma lo spot ha ragione su due cose. Ci vogliono duro lavoro e convinzione, e chi non è mai stato a Detroit non sa di cosa sono capaci. Per il momento possiamo solo fare il tifo, come al Superbowl.


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