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Le azioni di Warner Bros. sono salite del 170 per cento da quando è iniziato il triangolo con Netflix e Paramount L'offerta d'acquisizione di Netflix e la battaglia con Paramount hanno trasformato Warner nel titolo più desiderato del 2025.
Xavier Dolan ha confermato che non è più in pensione e che quest’anno girerà un nuovo film Dopo aver annunciato l’addio al cinema nel 2023, il regista ha deciso di tornare a lavoro e ha mostrato una nuova sceneggiatura su Instagram.
Anche quest’anno lo Studio Ghibli ha festeggiato il Capodanno pubblicando un nuovo disegno di Hayao Miyazaki Sui social dello studio è apparso il disegno di Miyazaki che celebra nel 2026 l'anno del cavallo, secondo lo zodiaco cinese.
Secondo le prime ricostruzioni, il rogo di Crans-Montana sarebbe stato causato dalle stelle filanti infilate nelle bottiglie di champagne Una foto mostrerebbe il momento dell’innesco del rogo durante i festeggiamenti di Capodanno, costato la vita a quarantasette persone.
Martin Scorsese ha scritto un editoriale sul New York Times in cui spiega perché Misery è il miglior film di Rob Reiner In un commosso editoriale, Scorsese ha individuato nel thriller del 1990 l’apice della filmografia del collega, ricordando la loro amicizia.
Dopo il documentario su Diddy arriverà un documentario sui figli di Diddy che parlando di Diddy Justin e Christian Combs racconteranno il rapporto col padre in una docuserie che uscirà nel 2026 e di cui è già disponibile il trailer.
La crisi climatica sta portando alla velocissima formazione del primo deserto del Brasile La regione del Sertão sta passando da arida a desertica nell'arco di una generazione: un cambiamento potenzialmente irreversibile.
L’episodio di Stranger Things in cui Will fa coming out è diventato quello peggio recensito di tutta la serie E da solo ha abbassato la valutazione di tutta la quinta stagione, nettamente la meno apprezzata dal pubblico, almeno fino a questo punto.

Il destino di Detroit

13 Aprile 2011

Schizocities è una serie di post che pubblicheremo nei prossimi mesi. Una serie di referti, perché la città globale è una dimensione schizofrenica. E anche una serie di reperti, oggetti mediatici che iniettano immagini e figure nell’immaginario collettivo, e ci si possono perdere. Uno sguardo sulle identità urbane, mediatizzate e globalizzate. Quelle delle città, ma anche di chi ci vive, tra disparità paradossali ed alleanze improbabili.

“Siamo americani, ma questa non è New York City, la Città del Vento o la Città del Peccato, e di certo non la siamo la Città di Smeraldo di nessuno. Siamo la Città dei Motori.” Ok, in italiano non suona troppo bene, ma così recitava con una voce ruvida e vissuta lo spot Chrysler che ha fatto scalpore all’ultimo Superbowl. La Motor City in questione è Detroit, e a dargli un’aria ancora più tough c’era pure Eminem. Il rapper, più serio senza il capello decolorato, chiude con: “This is what we do”. Più che un eco hip-hop, suona come una promessa. Poco importa che ci sia voluta la nostrana Fiat ed un aiuto consistente del Tesoro americano per tirare su l’azienda cardine di una città allo sbando, da anni nella condizione di detrito a mala pena vivente dell’era postindustriale. Lo spot è scritto e girato talmente bene che il suo americanissimo ottimismo quasi ti convince.

Simbolo della fine di un’era, Detroit incarna nel proprio corpo urbano il declino dei motori come industria e collante sociale. Mentre l’auto aveva stiracchiato le città sgranandole in sobborghi e dando vita ad uno stile di vita caratteristicamente americano, negli ultimi anni Detroit stessa è stata target di strategie di “rimpicciolimento” (cioè demolizione di aree vacanti) e, dopo che la crisi ha disabitato interi quartieri a furia di sfratti, tentativi di colonizzazione sistematica.

La città ha iniziato a vendere proprietà a 100 dollari e ad offrire incentivi fino a 25.000 dollari pur di far abitare certi quartieri, cercando anche di invogliare l’affluenza di quella classe creativa decantata da Richard Florida in The Rise of The Creative Class, libro di culto per le amministrazioni cittadine.

Il guru ha messo la città al 39mo posto su 49 nel suo Creativity Index, sotto a Jacksonville, Pittsburg ed Indianapolis (altra città dei motori, anche se evidentemente con più benzina), ma dopo aver ingoiato il rospo l’organizzazione CreateDetroit l’ha pure invitato per diffondere il verbo e porre fine alle ciniche battute sull’invivibilità locale.

Parecchio controverso, il brand di Florida (la “classe creativa”) include un po’ tutti, da Mark Zuckerberg al tuo dentista. E non tiene conto che la maggior parte dei “creativi” si dedica alla propria passione tra un part-time e l’altro, e si paga l’affitto servendo ai tavoli. Nonostante questo, una combinazione di religiosa fiducia nel suo credo e di romantico fascino per i ruderi ha reso davvero Detroit una mecca per artisti con un istinto materno compatibile o le tasche abbastanza vuote.

Da tempo sdoganata nell’arte contemporanea, l’estetica postindustriale ha ispirato la riqualificazione di spazi vuoti per alt(r)i scopi, come la galleria Detroit Industrial Projects o il Russell Industrial Center, che usa la creatività anche come scusa per creare un hub commerciale. A parte questi contenitori sistematici, c’è stato anche un proliferare di progetti artistici a sfondo sociale, una sorta di servizio pubblico da parte di artisti-missionari.

C’è chi ha deciso di denunciare la crisi del mattone isolando una casa disabitata in una patina di ghiaccio che la rende inaccessibile, ma visibile (lasciano però un po’ freddina anche l’artista Martha Rosler, da sempre vicina all’attivismo, che ne scrive così: “La maggior parte dei progetti artistici sui luoghi decadenti come Detroit è un malinconico monumento al capitale che mostra la devastazione lasciata in sua assenza”).

Ma mentre il sito di CreateDetroit è aggiornato al 2006 e vanta solo 129 amici su Facebook, c’è anche chi come Gina Reichert and Mitch Cope (lei architetto, lui artista, fondatori di Design99) fa tutto da sé. Comprata una casa per niente, l’hanno ristrutturata con pannelli solari ed accessori vari e si sono messi ad offrire servigi creativi low-cost alla gente del quartiere.

Motor City, Creative City, quello che Detroit sarà lo vedremo in futuro. L’occupazione ed i movimenti immobiliari faranno il loro corso, Eminem o meno, Richard Florida o meno. Ma lo spot ha ragione su due cose. Ci vogliono duro lavoro e convinzione, e chi non è mai stato a Detroit non sa di cosa sono capaci. Per il momento possiamo solo fare il tifo, come al Superbowl.


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