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04:26 mercoledì 2 settembre 2026
L’uomo condannato per l’omicidio di Tupac aveva scritto in un libro di essere il mandante dell’omicidio di Tupac, poi è stato accusato di essere il mandante dell’omicidio di Tupac e ha detto che in realtà si era inventato tutto per vendere più copie Il libro si intitola Compton Street Legend, autopubblicato, 215 pagine con filigrane a forma di foro di proiettile, e descrive Duane Keith Davis, detto Keffe D, come l'uomo che procurò la pistola che fu usata per uccidere Tupac.
Four Tet ha pubblicato su YouTube un set di 4 ore e mezza 58 tracce condensate in 4 ore e 24 minuti. Nel video ci sono inediti, remix, canzoni dal suo repertorio fantasma e numerose collaborazioni.
A Gaza non si possono più far volare gli aquiloni perché Israele li considera una minaccia terroristica Lo ha annunciato il Ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, secondo il quale «Un aquilone viene trattato come un drone, con o senza esplosivi».
Ci sono così tanti video dell’inondazione in Nepal generati con l’AI che il governo nepalese ha intimato alle piattaforme di rimuoverli tutti immediatamente E ha pure creato una task force di polizia esclusivamente dedicata alla caccia di questi contenuti e alla denuncia delle persone che li creano e diffondono.
Ib Kamara lascia Off White ed è l’ennesima brutta notizia per lo streetwear Sono previste però special capsule firmate da lui con dieci collaboratori esterni, tra cui il musicista Kid Cudi e lo stilista Raul Lopez.
Il governo serbo concederà a Ratko Mladic, il boia di Srebrenica, il funerale di Stato perché «era pur sempre un generale» «Il generale Mladic è un generale, e ci sono dei protocolli da seguire», questo si è limitato a dire il Ministro della Giustizia serbo, Nenad Vujic.
La ragione per cui le aziende AI stanno addestrando le AI usando solo libri vecchi e che i libri vecchi sono gli unici che sicuramente non sono stati scritti con l’AI Cause giudiziarie e inchieste giornalistiche hanno rivelato che questa è una pratica ormai diffusissima. Anche perché le AI non possono più essere addestrate con contenuti presenti su internet, perché troppi contenuti presenti su internet sono ormai fatti con l'AI.
Le operazioni di soccorso al confine tra Nepal e Tibet stanno diventando impossibili a causa della piena di un lago che si è formato dopo la frana che ha causato l’inondazione Operazioni che erano già difficili per via dalle infrastrutture distrutte e dalle linee di comunicazione danneggiate.

I medici non muoiono meglio degli altri

07 Giugno 2016

Nel 2011 Zócalo Public Square, un sito d’informazione che fa capo all’Università dell’Arizona, pubblicò un breve saggio intitolato “How doctors die” che ebbe molta visibilità. Come suggerisce il titolo, l’articolo discuteva come i medici – cioè persone che affrontano la malattia e la morte altrui su base quotidiana – affrontano la fine della loro vita. La tesi avanzata era che i medici muoiono in qualche modo “meglio” rispetto alle altre persone, perché conoscendo bene i sintomi e i decorsi delle malattie più letali da un lato ed essendo più psicologicamente preparati dall’altro, accettano prima il loro destino. Dunque, dopo una diagnosi terminale sanno dedicare il poco tempo rimasto alle cose che amano e alla famiglia, anziché sprecare tempo ed energie in cure disperate.

Il tono del saggio, che non a caso divenne virale, probabilmente riflette una percezione diffusa secondo cui i medici sarebbero meglio preparati davanti alla morte, e che dunque la loro fine sia in qualche modo più serena. Sullo stesso tema, la rivista Harper’s aveva pubblicato un bel saggio intitolato “When I die“, dove si raccontavano la fine e le scelte di Peter Rasmussen, un medico che praticava l’eutanasia e che si trovò a decidere se praticarla su se stesso.

Dati recenti farebbero pensare che questa percezione sia largamente infondata: statisticamente, non c’è nulla di diverso nelle morti dei medici, a partire dal genere di cure cui ricorrono nel tentativo di rimandarla. Uno studio pubblicato sul Journal of the American Geriatrics Society, e riassunto qui dal Washington Post, ha analizzato i dati di 200 mila pazienti che utilizzano l’assicurazione Medicare, cioè il programma di copertura sanitaria per gli over-65 del governo americano. La ricerca, intitolata “How U.S. Doctors Die: A Cohort Study of Healthcare Use at the End of Life”, ha analizzato in particolare le scelte intraprese negli ultimi sei mesi di vita, davanti a una malattia terminale, dei pazienti nel database, dividendoli in “medici” e “non medici”.

Il risultato trovato, in breve, è che non esiste alcuna significativa variante statistica tra i due gruppi. Per esempio il 34,6 percento dei medici e il percento 34,4 dei non medici hanno trascorso la fase finale di una malattia terminale in un’unità intensiva di un ospedale. Il 46,4 per cento dei medici ha scelto di trascorrere i suoi ultimi mesi in una clinica specializzata in malati terminali, mentre circa il 43,2 per cento dei non-medici ha fatto la stessa scelta. In altre parole, la differenza tra medici e non-medici è statisticamente trascurabile. E, se proprio si vuole prenderla in considerazione, i dati allora indicano una propensione lievemente maggiore da parte dei dottori a medicalizzare la morte.

Una sala operatoria in un ospedale di Birmingham, in Gran Bretagna. Giugno 2006 (Christopher Furlong/Getty Images)
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