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03:23 lunedì 26 gennaio 2026
Kim Jong-un che fissa le persone mentre fanno il bagno alle terme è già il miglior meme del 2026 Il leader supremo della Corea della Nord ha festeggiato l'inaugurazione di un nuovo Centro vacanze fissando le persone che facevano il bagno e la sauna.
Un giornale portoghese ha scambiato Dario Ballantini, l’imitatore di Valentino, per il vero Valentino Lo ha fatto Jornal Expresso, che ha poi rimosso il post, anche se lo stesso Ballantini ha ammesso che «la nostra somiglianza in passato ha confuso pure Calvin Klein».
Il trasferimento del Leoncavallo in via San Dionigi è saltato e adesso non si sa che ne sarà del centro sociale A cinque mesi dallo sgombero di via Watteau, l'ipotesi via San Dionigi è definitivamente tramontata e ora non si sa come procedere.
Oltre 800 artisti hanno lanciato un appello per chiedere che la repressione delle proteste in Iran sia trattata come un crimine contro l’umanità Tra i firmatari ci sono anche Shirin Neshat, Jafar Panahi Juliette Binoche, Marion Cotillard e Yorgos Lanthimos.
Arctic Monkeys, Pulp, Blur, Fontaines D.C., Depeche Mode, Cameron Winter, King Krule, Wet Leg, Anna Calvi: l’album Help 2 è il sogno realizzato degli amanti dell’indie E questi sono solo alcuni degli artisti e delle band riuniti dalla War Child Records per questo album di beneficenza che uscirà il 6 marzo.
Jeremy Strong è talmente fan di Karl Ove Knausgård che lo ha anche intervistato per Interview I due hanno parlato del nuovo romanzo di Knausgård ma soprattutto di quanto entrambi odino essere famosi.
A Davos gli Stati Uniti hanno presentato il piano per la costruzione di “New Gaza” ed è peggio delle peggiori aspettative Si è parlato molto di grattacieli e appartamenti di lusso affacciati sulla costa, molto poco, quasi per niente del futuro di istituzioni e popolo palestinese.
Cameron Winter dei Geese ha tenuto un concerto a sorpresa a un minuscolo evento di beneficenza per Gaza Si è esibito per 250 fortunati e ignari spettatori al Tv Eye di New York, presentandosi pure con un nome falso, Chet Chomsky.

I medici non muoiono meglio degli altri

07 Giugno 2016

Nel 2011 Zócalo Public Square, un sito d’informazione che fa capo all’Università dell’Arizona, pubblicò un breve saggio intitolato “How doctors die” che ebbe molta visibilità. Come suggerisce il titolo, l’articolo discuteva come i medici – cioè persone che affrontano la malattia e la morte altrui su base quotidiana – affrontano la fine della loro vita. La tesi avanzata era che i medici muoiono in qualche modo “meglio” rispetto alle altre persone, perché conoscendo bene i sintomi e i decorsi delle malattie più letali da un lato ed essendo più psicologicamente preparati dall’altro, accettano prima il loro destino. Dunque, dopo una diagnosi terminale sanno dedicare il poco tempo rimasto alle cose che amano e alla famiglia, anziché sprecare tempo ed energie in cure disperate.

Il tono del saggio, che non a caso divenne virale, probabilmente riflette una percezione diffusa secondo cui i medici sarebbero meglio preparati davanti alla morte, e che dunque la loro fine sia in qualche modo più serena. Sullo stesso tema, la rivista Harper’s aveva pubblicato un bel saggio intitolato “When I die“, dove si raccontavano la fine e le scelte di Peter Rasmussen, un medico che praticava l’eutanasia e che si trovò a decidere se praticarla su se stesso.

Dati recenti farebbero pensare che questa percezione sia largamente infondata: statisticamente, non c’è nulla di diverso nelle morti dei medici, a partire dal genere di cure cui ricorrono nel tentativo di rimandarla. Uno studio pubblicato sul Journal of the American Geriatrics Society, e riassunto qui dal Washington Post, ha analizzato i dati di 200 mila pazienti che utilizzano l’assicurazione Medicare, cioè il programma di copertura sanitaria per gli over-65 del governo americano. La ricerca, intitolata “How U.S. Doctors Die: A Cohort Study of Healthcare Use at the End of Life”, ha analizzato in particolare le scelte intraprese negli ultimi sei mesi di vita, davanti a una malattia terminale, dei pazienti nel database, dividendoli in “medici” e “non medici”.

Il risultato trovato, in breve, è che non esiste alcuna significativa variante statistica tra i due gruppi. Per esempio il 34,6 percento dei medici e il percento 34,4 dei non medici hanno trascorso la fase finale di una malattia terminale in un’unità intensiva di un ospedale. Il 46,4 per cento dei medici ha scelto di trascorrere i suoi ultimi mesi in una clinica specializzata in malati terminali, mentre circa il 43,2 per cento dei non-medici ha fatto la stessa scelta. In altre parole, la differenza tra medici e non-medici è statisticamente trascurabile. E, se proprio si vuole prenderla in considerazione, i dati allora indicano una propensione lievemente maggiore da parte dei dottori a medicalizzare la morte.

Una sala operatoria in un ospedale di Birmingham, in Gran Bretagna. Giugno 2006 (Christopher Furlong/Getty Images)
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