Hype ↓
15:02 venerdì 18 settembre 2026
Una ricerca dice che gli investimenti in energie rinnovabili sono arrivati al punto di svolta positivo: producono effetti molto migliori del previsto a un costo molto inferiore delle aspettative Ma i problemi rimangono, perché ancora oggi per ogni euro investito per proteggere la natura se ne spendono 30 per distruggerla, si legge nella stessa ricerca.
L’UE vuole che il Canada diventi un “membro associato” dell’Unione, ma nemmeno l’Unione sa cosa vuol dire diventare un membro associato dell’UE Ursula von der Leyen ha avanzato la proposta, il Canada si è detto interessato, resta solo da capire che cosa comporti questa proposta.
La prima ricerca sul disastro in Nepal ha confermato quello che tutti sospettavano: la crisi climatica c’entra eccome in quello che è successo Lo ha realizzato la climatologa Friederike Otto dell'Imperial College di Londra: per lei, i nepalesi stanno pagando una crisi provocata dalle emissioni di combustibili fossili.
Una città in Belgio ha affidato la cura dei suoi prati a un gregge di pecore e le pecore sono state così brave a curare i prati che ora il Comune assumerà altre pecore per curare i prati Si chiamano Lactose, Rayban, Pils, Domino, Katimini, Maria, Juliette e Puyu. E il Comune di Ixelles non può più fare a meno di loro nella cura del verde pubblico.
Stati Uniti e Israele hanno concluso una delle più grosse compravendite di una delle più grosse bombe di tutti i tempi Bombe che pesano tutte almeno una tonnellata, pensate per distruggere edifici interi e che quando esplodono lasciano crateri profondi 15 metri.
Prima di vincere la Coppa Volpi a Venezia, Mathilde Arcel è dovuta tornare a Copenaghen per presentarsi al centro per l’impiego perché è iscritta alle liste di collocamento e prende il sussidio di disoccupazione È successo subito dopo la prima di Woman Unknown, il film di May el-Toukhy che le è valso il premio per la Migliore interpretazione femminile.
Macklemore ha donato tutti i soldi guadagnati nel tour di Ed Sheeran a organizzazioni umanitarie che aiutano i palestinesi Un milione di dollari a sei diverse organizzazioni umanitarie. «Una vita palestinese non vale meno di qualsiasi altra vita sulla Terra», ha detto.
JD Vance si è lanciato in un incredibile spiegone per dimostrare che Emily in Paris è la miglior serie di sempre e lo «Shakespeare della nostra epoca» Secondo il Vicepresidente la serie è «una grande critica culturale al processo decisionale dei Millennial».

I libri del mese

Cosa abbiamo letto a marzo in redazione.

31 Marzo 2022

Yasmina Reza, Serge (Adelphi)
Trad. di Daniela Salomoni

È strano che in questo scorcio di tempo, di tragedie ed eventi epocali, la figura di Yasmina Reza stia assumendo sul piano letterario una grandezza sempre maggiore. Strano perché i suoi romanzi raccontano vite per niente eccezionali e perché le sue storie non hanno niente della parabola apocalittica. Strano, ma forse significativo che, in un momento come questo, Serge, il suo ultimo romanzo, uscito in Francia nel 2021 e adesso in Italia, finisca per essere l’oggetto letterariamente più luminoso tra quelli che ci passano davanti. Serge è un romanzo che non inizia e non finisce e ha quello strano posizionamento nel mezzo delle cose, più da racconto che da romanzo, che è tipico della scrittrice francese e che rende il suo sguardo al tempo stesso elegante e vero. La storia di una famiglia non eccezionale, tre fratelli di origine ebrea della media-borghesia parigina, raccontata da uno di loro, Jean, con particolare attenzione alla figura del fratello maggiore, Serge, classico personaggio del romanzo occidentale di ascendenza ebraica, cinico maschio in crisi e in decadimento fisico e morale. Niente che non si sia già assaggiato in un romanzo di Bellow, Roth o Richler, ma non per questo meno affascinante. Le prime entusiasmanti pagine sono un quadretto di presentazione tra scoperte di tradimenti e ricerche immobiliari, che riconosciamo subito comicamente come le architravi della vita quotidiana borghese in una qualsiasi capitale europea. Poi la famiglia si imbarca in un viaggio scombiccherato verso Auschwitz e Birkenau, dove queste vite appunto non eccezionali incontrano il ricordo mezzo sbiadito dell’eccezionalità della storia. E proprio qui la famiglia si frantuma in bassezze e litigi feroci. Niente di più semplice, verrebbe da dire. Ma scritto con lo stile di Yasmina Reza è un’altra cosa. (Cristiano de Majo)

Katherine Angel, Il sesso che verrà (Blackie Edizioni)
Trad. di Veronica Raimo e Alice Spano

Le premesse da cui parte Katherine Angel nella sua raccolta di saggi Il sesso che verrà sono tutt’altro che incoraggianti. L’auspicio di Michel Foucalt, che alla fine degli anni Settanta era abbastanza convinto che il sesso del futuro sarebbe stato migliore di quello dei secoli precedenti, non si è ancora avverato, scrive Angel, nonostante la liberazione sessuale e le riflessioni dei movimenti femministi e Lgbtq+. Il sesso è ancora sproporzionatamente cattivo sesso, soprattutto per le donne, e il fulcro delle riflessioni dell’autrice parte proprio da questo fallimento collettivo. In quattro saggi dedicati rispettivamente al consenso, al desiderio, all’eccitazione e alla vulnerabilità, corroborati da una preziosissima bibliografia che va dalle seminali ricerche di William Masters e Virginia Johnson alle critiche del #MeToo come Laura Kipnis e Bari Weiss, Angel passa in rassegna alcune delle idee predominanti sulla sessualità femminile e sul modo in cui, fino a oggi, l’abbiamo analizzata. A cominciare dai limiti della cultura militante del consenso che spesso, pur con le migliori intenzioni, chiede alle donne un enorme sforzo “programmatico” sulle loro intenzioni in momenti che, per definizione, poco hanno di chiaro e delineabile, fino al modo in cui storicamente si è studiato il piacere femminile e quell’antipatica “non-concordanza” tra quello che una donna dice di volere e quello che il suo corpo invece rivela (se a leggere queste parole avete pensato a una delle più solide scuse per lo stupro, non siete in errore). Angel scardina con lucidità pregiudizi e visioni ormai passate in un territorio, e questo è tanto piacevole quanto sconcertante da scoprire, che è ancora perlopiù ignoto: «Un’etica sessuale che sia degna di questo nome deve accettare le zone oscure, l’opacità del non sapere», scrive infatti. Ed è solo il primo passo. (Silvia Schirinzi)

Agustín Fernández Mallo, Trilogia della guerra (Utopia)
Trad. di Silvia Lavina

Leggendo la Trilogia della guerra di Agustín Fernández Mallo mi sono talvolta fermato a ragionare non tanto su quello che stavo leggendo, ma su quale fosse il modo migliore di vendere un oggetto tanto indefinibile. In un momento in cui tutto, anche nell’universo editoriale, deve essere marketizzabile fin dal suo concepimento, al punto che ci siamo abituati ormai anche alla pubblicazione senza paura dei pensierini di influencer di Instagram, un’opera come questa è una prova di fiducia nel passaparola e nell’entusiasmo che può arrivare soltanto da una lettura febbrile. È impossibile infatti pensare a un buon copy o a una catchphrase per questo libro così esteso e anarchico. Penso si possa definire in senso estremamente “meta” come: “un’esperienza letteraria”, e niente di più. Nessun altro dettaglio che possa creare aspettative diverse da un pastiche surrealista intriso di umorismo, divagazioni storiche, affacci sul male con l’iniziale maiuscola, riflessioni sulla memoria. La Trilogia della guerra sono tre libri in uno che non si parlano o forse sì, perché per Mallo tutto il mondo è una ragnatela in cui tutto è connesso, passato, presente, futuro, e in questo l’hanno paragonato molto a W.G. Sebald e all’utilizzo delle coincidenze per ipnotizzare il lettore. Ma Mallo, in quest’opera straordinaria nel vero senso della parola, ha molti felici debiti soprattutto con Roberto Bolaño. I protagonisti si muovono intorno a tre “pretesti narrativi” legati alla guerra – nel primo libro, la Guerra civile di Spagna; nel secondo, il Vietnam; nel terzo, la costa della Normandia dove iniziò la liberazione dell’Europa – ma la Trilogia è in realtà una lunga assurda passeggiata onirica, fatta di divagazioni di decine di pagine (ecco, Sebald; ecco, Mendelhson) e personaggi che meriterebbero libri a parte, che appaiono e scompaiono a raccontare fatti apparentemente insignificanti che contengono l’eco di qualcosa di coerente tra loro. Non è convincente, me ne rendo conto. Cosa direi, per consigliare questo libro che penso sia divertente, angoscioso, e fantastico? Quello che forse si dicono tutti quelli che si consigliarono e si consigliano un libro “padre” di questo come 2666 di Bolaño. Una frase che si direbbe prima di un’esperienza psichedelica iniziatica. Qualcosa di simile a: non aver paura, fidati. (Davide Coppo)

William Dalrymple, Anarchia (Adelphi)
Trad. di Svevo d’Onofrio

Finito di leggere Anarchia di William Dalrymple si capisce perché l’autore abbia curato con tale maniacalità la sezione dedicata alle note bibliografiche: la storia della Compagnia delle Indie Orientali inglese è incredibile, nel senso di non credibile. Senza un continuo ricordo che è successo davvero, nella mente si attiverebbe un’involontaria sospensione dell’incredulità e l’atteggiamento di chi legge si farebbe scettico. Ci sono momenti in cui Anarchia sembra un romanzo di Salgari, un’avventura di pirati e principi, mercanti e avventurieri: all’inizio del libro c’è una sezione intitolata “Dramatis personae”, un elenco dei protagonisti dei fatti, più facili da immaginare come personaggi che persone. Altre volte Anarchia sembra fantascienza distopica, un Market Forces di Richard K. Morgan portato indietro nel tempo: la Compagnia aveva un suo esercito privato, un documento firmato dalla Regina che le riconosceva il diritto di «muovere guerra» e una specie di proto-slogan in cui si autodefiniva «la compagnia di mercanti più grande dell’universo». Il capitolo dedicato alla sua fondazione è il più straniante di tutto il libro: i personaggi che firmarono quell’accordo starebbero comodissimi nella nostra grifter tv, nelle serie che raccontano i deliri di onnipotenza e gli spettacolari fallimenti di Elizabeth Holmes di Theranos o dei coniugi Neumann di WeWork. Solo che, a differenza di questi, quelli della Compagnia ce la fecero: la colonizzazione inglese dell’India fu la storia di «un impero affidato alle cure di un corpo di mercanti a una distanza di molte migliaia di chilometri», un regno nuovo guidato da «un predatore aziendale violento, assolutamente spietato e, a tratti, mentalmente instabile, Robert Clive». Quando Dalrymple spiega perché è successo, viene in mente la Zona di Énard, il cromosoma della guerra al centro del dna europeo: perché avevano armi migliori e sapevano usarle meglio, altro che mission civilisatrice. Che fosse tutto qui, lo si capisce da quello che gli inglesi portarono via da una delle regioni più ricche e raffinate della Terra: certo gioielli e spezie e tessuti a tonnellate, ma soprattutto due parole che oggi pensiamo appartengano all’inglese ma che invece furono coniate in India (esiste una metafora migliore del colonialismo europeo?): “moghul” e, soprattutto, “loot”, bottino. (Francesco Gerardi)

Articoli Suggeriti
Nessuno scrive di potere, relazioni e violenza come Claudia Durastanti

I saggi narrativi di Falsi amici sono un genere molto poco frequentato in Italia. L'autrice di Missitalia è riuscita a scrivere un libro preciso e originale sulla contemporaneità.

I figli della scimmia è un’altra opera prima che dimostra che nel cinema italiano c’è molto di nuovo e molto di buono

Il lungometraggio d'esordio di Tommaso Landucci è stato uno dei film italiani più premiati e meglio recensiti della Mostra del Cinema. Anche grazie a una sorprendente interpretazione di Riccardo Scamarcio.