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In uno dei videogiochi più popolari del momento interpreti il proprietario di una biblioteca disordinatissima che deve rimettere a posto 3072 volumi Si intitola Librarian: Tidy Up The Arcane Library, giocarci è molto rilassante, basta avere la consapevolezza che la missione è impossibile.
Nelle università americane è nato un nuovo trend: subissare di fischi chiunque faccia l’elogio dell’AI È successo in almeno una decina di occasioni nelle ultime settimane. Gli studenti, appena sentono le parole intelligenza e artificiale, iniziano a fischiare.
In Albania ci sono delle enormi proteste per impedire a Jared Kushner, il genero di Trump, di costruire un resort di lusso in un’area naturale protetta Sono tre giorni che le strade di Tirana sono piene di manifestanti che vogliono fermare a tutti i costi la prosecuzione del progetto.
In realtà, mancano ancora almeno altri dieci anni prima che i lavori alla Sagrada Familia siano davvero finiti Il 10 giugno, alla presenza di Pedro Sanchez e del Papa, si festeggerà la fine dei lavori. Almeno di quelli più grossi, perché mancano ancora una facciata intera, una scalinata e un parco.
La notizia di Martin Scorsese che decide di usare l’AI per disegnare gli storyboard dei suoi film non poteva essere accolta peggio Il regista ha annunciato una collaborazione con una start up AI tedesca. La reazione è stata notevolmente negativa.
ll governo tedesco ha approvato una riforma che equipara i club ai teatri e li protegge dalla speculazione immobiliare Si spera così di fermare la Clubsterben, la morte dei club, una crisi gravissima che in questi anni ha portato alla chiusura di decine di locali storici.
Il brand di skincare The Ordinary se la sta prendendo con l’assurdo marketing e i prezzi folli dei brand di skincare “Buy the ingredients, not the hype”, si intitola la nuova campagna del brand, in cui a prodotti di uso comune viene applicata la stessa maggiorazione di prezzo che si usa con gli ingredienti dei cosmetici.
Phoebe Bridgers ha organizzato un concerto a sorpresa al Madison Square Garden di New York e i biglietti costano un dollaro Il concerto è previsto per questa sera e varrà la solita regola a cui Bridgers tiene molto: niente telefoni.

I libri del mese

Cosa abbiamo letto a novembre in redazione.

di Studio
30 Novembre 2020

Anna Wiener, La valle oscura (Adelphi)
Trad. di Milena Zemira Ciccimarra

San Francisco potrebbe essere stata per gli scrittori un po’ come Parigi per i poeti maledetti: un luogo di perdizione dove si respirava lo spirito del tempo che stava cambiando. Solo che invece dell’oppio e della flânerie c’erano i bibitoni alla curcuma, gli hoverboard per spostarsi dentro agli uffici e gli addominali in pausa pranzo. Ma è molto più interessante e inquietante di così. Abbiamo già parlato del libro di Michele Masneri, Steve Jobs non abita più qui.

Ora Adelphi pubblica in Italia il famoso, chiacchieratissimo memoir di Anna Wiener, una specie di Il diavolo veste Prada versione tech (e infatti la Universal lo trasformerà un film) in cui invece di riuscire a entrare in una taglia 38 la protagonista inizia a indossare camicie di flanella. Wiener alterna il senso di inadeguatezza e i momenti di scetticismo a un istintivo entusiasmo, mantenendosi sempre intellettualmente borderline. La valle oscura è innanzitutto un libro estremamente divertente, perché descrivendo il passaggio della protagonista dal mondo sfigato, senza soldi ma in qualche modo sensuale, lento e caotico dell’editoria newyorkese a quello efficiente, dinamico e spaventosamente sano dei giganti del tech, riesce a disegnare una caricatura spassosa di entrambi i settori. Si ride molto, si vedono girare moltissimi soldi, e intanto si ottengono le informazioni necessarie per costruire una panoramica realistica e dettagliata (e spaventosa) di quello che c’è dall’altra parte di internet, esplorando insieme alla protagonista le deliranti, preoccupanti, prodigiose e spesso misogine dinamiche delle startup che hanno dato forma al nostro presente. (Clara Mazzoleni)

Emma Cline, Harvey (Einaudi)
Trad. di Giovanna Granato

Dall’ottobre del 2017, quando è scoppiato il caso Weinstein, abbiamo letto centinaia di articoli sull’ex produttore cinematografico e altrettante testimonianze delle donne che lo hanno accusato. Abbiamo seguito il processo, le condanne e il dibattito che la vicenda ha sollevato, con le polemiche che ne sono conseguite. Quel cognome, Weinstein, è diventato sinonimo di un certo tipo di uomo, e di un certo tipo di storia, sfigurandosi in una sorta di archetipo maschile che è nuovo e vecchissimo allo stesso tempo. Per Emma Cline, invece, quell’uomo è Harvey, la persona dietro il personaggio pubblico, colui che probabilmente mai avrebbe immaginato di dare il via a una nuova ondata femminista nel mondo. In poco meno di cento pagine, pubblicate in Italia da Einaudi con la traduzione di Giovanna Granato, l’autrice di Le ragazze compie un esercizio difficilissimo, ovvero quello di entrare in un caso di cronaca e farne letteratura. Harvey racconta le ultime ventiquattro ore prima della condanna, che l’imputato passa ospite in una casa in Connecticut appartenente a uno dei pochi amici rimasti, accompagnato da un robotico assistente/maggiordomo che sembra la personificazione di Alexa, alle prese con un vicino che scambia per Don DeLillo ma che forse è solo un abbaglio dall’attesa, tra progetti da costruire (Harvey vuole che Rumore bianco sia il suo grandioso ritorno, si aspetta che tutto finisca bene), visite inattese e non sempre gradite e infermiere su cui, ancora, fantasticare. Cline accenna alla cronaca ma la trascende, e finisce per scrivere una storia che sembra molto più vera di quella letta sui giornali. (Silvia Schirinzi)

Tiziano Scarpa, Venezia è un pesce – una guida nuova (Feltrinelli)

Ho una passione quasi da collezionista per i libri sulle città, sia quelli di taglio più storico ­– ne ho letto uno bellissimo non molto tempo fa su Gerusalemme, per esempio  – sia soprattutto quelli di taglio narrativo letterario: la nostalgica Istanbul di Pamuk, la Londra periferica di Sinclair, la Parigi attraversata da Benjamin. A questo secondo filone appartiene la Venezia di Tiziano Scarpa, con un libro, Venezia è un pesce, uscito nel 2000 e subito diventato una specie di classico, e non solo di classico delle guide colte della città lagunare (dove lo si vede in bella vista in tutte le librerie), ma anche di modello successivamente ripreso da molti libri a seguire che hanno dato vita a un genere, se si pensa alla collana Contromano di Laterza, nata nel 2004, e che per un lungo periodo ha ospitato soprattutto libri sulle città raccontate da scrittori (la Milano di Aldo Nove, la Bologna di Enrico Brizzi, eccetera). Scarpa e Feltrinelli hanno deciso di farne uscire adesso un’edizione più che aggiornata, anzi riscritta e ampliata (è circa il doppio dell’edizione originale). E qui il mio feticismo urban-editoriale conta poco rispetto all’evidenza di essere davanti a un libro ispiratissimo, pieno di pagine goduriose, stilisticamente formidabili ma anche ricche di aneddoti storici e personali che forniscono un quadro di Venezia che dà al non veneziano la sensazione – sicuramente passeggera, illusoria eppure reale – di averci capito qualcosa di questa città che ci fa sentire allo stesso tempo estranei e innamorati, turisti e abitanti. (Cristiano de Majo)

Martin Hägglund, Questa vita (Neri Pozza)
Trad. di Pierluigi Lago

Che negli ultimi anni l’occidente abbia visto un certo ritorno del sentimento religioso o spirituale è piuttosto evidente. Non di religioni monoteistiche tradizionali: si tratta piuttosto della ricerca di un senso “più ampio”, in grado di svolgere funzioni di supporto all’anima che la risposta ateo-razionalista, spesso, non si preoccupa di dare. È una cosa che si vede dal ritorno, anche estetico, della new age, della crescita anche post-ironica della popolarità degli oroscopi nei Millennial, della moda della mindfulness, e pure nel rinascimento psichedelico. Quando il 2020 ci è crollato addosso, queste cose si sono rivelate utili. Personalmente, il buddhismo che avevo iniziato a studiare nel 2019 mi ha aiutato enormemente a superare i momenti più bui dell’anno della grande pandemia. Il libro Questa vita, di Martin Hägglund, prende le mosse da questo bisogno, ed è un libro che cerca di rispondere sintetizzando etica, filosofia sociale, e filosofia politica. Prendendo però le distanze, fin da subito, dalla ricerca religiosa di un’eternità: Hägglund, in breve, fa ruotare tutto intorno alla finitezza, e al concetto di “fede secolare”. È solo grazie a questo concetto che possiamo dare un senso davvero profondo alla vita, al rapporto con gli altri, con il mondo e l’ambiente, e alle politiche sociali. Attraverso questa lente passa dall’analisi dei rapporti più intimi, familiari o amorosi, alla teorizzazione di un sistema di socialismo democratico in grado di reinterpretare il marxismo e superare il capitalismo, ponendosi come scopo la creazione massima di tempo libero socialmente disponibile. Il critico letterario James Wood, del New Yorker, ha scritto di essere uscito dalla lettura con una visione più chiara delle cose. Servirà anche per gli anni a venire. (Davide Coppo)

Eleonora Marangoni, E siccome lei (Feltrinelli)

Come Eleonora Marangoni, a sedici anni L’Avventura mi ha cambiato la vita. Penso spesso che la sparizione di Anna tra le isole Eolie raccontata da Antonioni resterà per sempre uno dei grandi interrogativi della mia esistenza, e l’immagine di Sandro e Claudia in quella piccola piazzetta di Taormina all’alba, ancora ce l’ho in testa come emblema della fine dell’estate. Soprattutto Claudia, Monica Vitti. Che è stata anche Assunta (La ragazza con la pistola), Adelaide (Dramma della gelosia), Giuliana (Deserto rosso), tantissime “altre” figure a cui nel suo libro, E siccome lei, Eleonora Marangoni ha regalato ancora un po’ di vita, immaginando cosa sarebbe successo se le donne interpretate da Monica avessero superato la fine delle riprese. Delle loro storie, di cosa avrebbero potuto fare prima o dopo gli eventi che sono stati mostrati, Marangoni ne parla da lontano e da vicinissimo, dall’esterno come se a vederle fosse un altro personaggio, un’amica, un taccuino settimanale di autoanalisi, un amante, o dall’interno, «a me invece piacciono le città, le macchine, i tram», come dice Adele de Il frigorifero di Mario Monicelli. Avvenimenti possibili e plausibili, finzioni narrative inventate e ragionate su quanto visto sullo schermo, che costruiscono un’ulteriore dimensione alle sue donne. Magari fermate in un momento di pensiero, fotografate quando non le stavamo guardando – è il caso di Claudia dell’Avventura, che si perde sopra a un’isoletta durante una gita in barca, chissà quando è successo – ricreate anche pensando ai loro uomini, descrivendoli tutti. Perché di Monica si sa quello che si vede dai suoi film. Poche interviste, oggi nessuna, Monica Vitti rimane ancora l’eterna ragazza del cinema con l’età indefinibile, un’inflessione espressione del tormento e la grande vena comica al fianco di Mastroianni e Sordi. In E siccome lei tutto questo si compie attraverso la scrittura delicatissima dell’autrice, che ha reso leggibile la voce roca e inimitabile di Vitti: «Camminò spedita fino all’albergo Luna, salutò il portiere e chiese di usare il telefono, chiamò Fausto e disse “scusami, torna, io ti aspetto qui”». (Corinne Corci)

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