Cultura | Libri

I libri del mese

Cosa abbiamo letto a gennaio in redazione.

Un lettore bloccato dal maltempo nell'aeroporto internazionale di Istanbul il 9 gennaio 2017 (Bulent Kilic/Afp/Getty Images)

Michel Houellebecq – Serotonina (La nave di Teseo)
Trad. Vincenzo Vega

Esiste ancora la possibilità che i libri siano oggetto di discussioni, non dico al supermercato ma almeno alle cene con gli amici e non restino confinati nei salottini degli hobbisti della letteratura?

 Se una cosa Houellebecq ha sempre fatto, al di là degli alti e bassi della sua carriera, è stata dimostrare costantemente quanto la letteratura possa ancora scandalizzare, far discutere, dividere e in definitiva irrompere nella società.
Anche Serotonina lo conferma, un libro su cui è forse difficile maturare un giudizio definitivo, ma che di sicuro è un’altra prova di questa potenza dello scrittore francese. Del libro ho scritto più approfonditamente per Studio, qui solo per osservare che quando ci lamentiamo che i libri non producono dibattito critico o dibattito tout court, dovremmo chiederci se parte della colpa non sia dei libri stessi. Serotonina, a meno di un mese dalla sua uscita, ha prodotto in Italia come in Francia, articoli, recensioni, riflessioni e – ne sono testimone io stesso – discussioni a cena con gli amici. (Cristiano de Majo)

Claire-Louise Bennett – Stagno (Bompiani)
Trad. Tommaso Pincio

Che sia una causa o una conseguenza della situazione politica attuale in cui versa il mondo non è la cosa importante in questo contesto (forse entrambe, le cose non si escludono in fondo), ma la discussione politica degli ultimi dieci anni – ovvero gli anni dei social network come strumento di comunicazione di massa – spicca per due motivi: per prima cosa è di livello estremamente basso, anche dove dovrebbe essere di livello medio-alto, ovvero tra chi fa politica; e in secondo luogo e soprattutto è ovunque, in ogni luogo, senza possibilità di fuga se non l’ascesi. La politica, o la lamentela politica, o il chiacchiericcio politico, hanno preso il posto del meteo nelle varie filter bubble in cui viviamo sempre più protetti con i nostri bias, e non c’è quotidiano che non dedichi alla più bassa cronaca politica le prime pagine di ogni singola edizione. Trovare un luogo al riparo da questo rumore è ai limiti dell’impossibile, nemmeno la letteratura offre più i rifugi che offriva un tempo, ed è naturale: la saggistica o non-fiction scavalca la finzione più pura, e sempre di più quest’ultima si traduce in distopia politico-sociale, pur con ottimi risultati anche in Italia. Ad ogni modo scappare è difficile, a meno di chiudere gli occhi per giorni e settimane. Per questo penso che un libro come Stagno di Claire-Louise Bennett sia estremamente importante, e in un certo senso “incontaminato” dall’oggi: perché è fuori dal tempo e fuori dal mondo, come i luoghi e gli eventi che vi si narrano. Che non sono nulla di che, ma sono allo stesso tempo tantissimo: piccoli racconti, o pagine di un diario, o descrizioni impressionistiche o flussi di coscienza di una donna senza nome in una casa di campagna irlandese, senza un apparente senso e senza un apparente fine. Pranzi cucinati, cene imbandite, forni da aggiustare, pomeriggi di sesso, pomodori raccolti, piogge e primavere: Claire-Louise Bennet ha scritto un libro sui momenti trascurabili della vita e sulle piccole felicità e tristezze quotidiane, li ha cristallizzati nell’ambra per renderli tridimensionali e per poterli osservare meglio, ed è una meraviglia, una novità, un oggetto di enorme valore. È anche un’opera estremamente coraggiosa sul futuro e sul ruolo della letteratura in questi tempi, e il suo successo nel mondo anglosassone non è slegato da quello di Resoconto di Rachel Cusk, altra opera intimista e quindi oggi rivoluzionaria proprio per questa sua natura. Senza voler eccedere in semplicità, Stagno ri-trova un posto per una parte di letteratura purissima che poteva sembrare persa: quella che è un balsamo capace di far respirare ed evadere, anziché riflettere sul drammatico presente (Davide Coppo)

Alessandro Baricco – The Game (Einaudi)

La nascita del web, il cambiamento del paradigma comunicativo e l’ascesa, rapidissima, di un nuovo sistema valoriale, di un nuovo gruppo di innovatori giovani, poco avvezzi al potere così come lo avevamo conosciuto sinora e animati, inizialmente, dal faro della condivisione, sono stati così veloci da lasciare le vecchie élite attonite e in alcuni casi inconsapevoli del cambiamento in atto. È questo che fa da substrato al “Game”, il nome che Alessandro Baricco ha scelto non soltanto per titolare il suo nuovo saggio, ma anche per definire la nuova dimensione dove tutti, oggi, ci ritroviamo a muoverci grazie a quegli aggeggi che abbiamo nelle tasche e che chiamiamo smartphone o, più impropriamente, telefonini. Una rivoluzione velocissima che Baricco fa partire appunto da un videogioco (Space Invaders), che ripercorre e prova a spiegare, raccontandola e scandendone i ravvicinatissimi tempi di evoluzione. Su questa stessa base è partita la sua ulteriore analisi sull’attuale scollamento tra classi dirigenti e “gente” pubblicata venerdì 11 gennaio da Repubblica, “E ora le élite si mettano in gioco“, che ha poi generato risposte e commenti delle più rilevanti firme del settore culturale italiano. (Teresa Bellemo)

Christian Guay-Poliquin – Il peso della neve (Marsilio)
Trad. Francesco Bruno

Un uomo rimane paralizzato dopo un brutto incidente stradale e a prendersi cura di lui c’è un altro uomo, più anziano, che non conosce. Vivono in una casa su una collina, appena fuori da un paese sprofondato nell’inverno più scuro: un imprecisato blackout ne ha infatti isolato i pochi abitanti rimasti. La città più vicina si trova a otto ore di macchina, non c’è elettricità né acqua corrente, le provviste vanno razionate e chi si avventura oltre il bosco spesso non fa ritorno, mentre i due uomini rimangono stretti l’uno all’altro in una routine estenuante fatta di co-dipendenza forzata. Il lettore non sa nulla di loro: non sa chi sia l’uomo paralizzato, chi quello che lo accudisce, chi i personaggi dai nomi biblici che vanno regolarmente a trovarli. Sa solo che di fronte alla loro casa c’è un nivometro artigianale che l’infermo controlla spasmodicamente. Così il canadese Christian Guay-Poliquin, autore che ha già incassato prestigiosi riconoscimenti letterari nazionali, ha scritto un thriller in capitoli brevi e asciutti, che quasi snervano, in cui i ricordi, la diffidenza e l’istinto di sopravvivenza si misurano con un trappola sottilmente congegnata, la casa nella neve, e il nulla futuribile (che fine ha fatto il mondo, là fuori?) che la circonda. (Silvia Schirinzi)

Brett Martin – Difficult Men (minimum fax)
Trad. Mauro Maraschi

Negli ultimi due anni abbiamo accolto con entusiasmo il proliferare di film e serie tv con protagoniste femminili finalmente multidimensionali e complesse. Non so se sia una mia impressione, ma la conseguenza naturale di questa rivincita delle donne è stata una graduale perdita di carisma degli uomini. Capita sempre più spesso di guardare film e serie tv in cui il ruolo dei maschi è marginale, semplificato, quasi abbozzato (proprio come è stato quello delle donne per tanto tempo). Mi è piaciuto molto, allora, leggere questo libro dedicato ai grandi stronzi della televisione, che potremmo riassumere con la formula “Don Draper e i suoi amici” (anche se in questa storia di Difficult Men, giustamente, si parte da Tony Soprano). Per scrivere questo libro Brett Martin non si è certo limitato a guardare tutte le serie di cui parla: è andato a cercare chi le ha create – e quindi si è confrontato con i migliori autori televisivi dei nostri tempi – e ha passato un bel po’ di tempo sul set. In un momento in cui una serie tv su un serial killer noto per la sua bellezza viene accusata di “glamourizzazione del crimine”, leggere questo libro aiuta a placare la nostalgia per gli uomini potenti e cattivi, oltre a rinfrescare la memoria sul perché la rappresentazione del male, in letteratura come nel cinema, è uno dei motori più potenti della creazione artistica, qualcosa da proteggere sempre (purché riuscita, ovviamente), a prescindere da chi la impersona. (Clara Mazzoleni)

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