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08:27 martedì 28 aprile 2026
Bon Iver ha fondato una cover band di Bob Dylan e l’ha chiamata Bon Dylan Band che farà soltanto due concerti, il 24 e il 25 luglio a Eau Claires, Wisconsin, città in cui Bon Iver ha vissuto tutta la vita.
C’è un’estensione per browser che quando passi troppo tempo a scrollare blocca il pc facendo comparire l’immagine di un gatto grassottello L'ha creata uno sviluppatore giapponese per frapporre tra sé e il doom scrolling un dissuasore felino a cui è difficile resistere.
Il nuovo libro di Haruki Murakami sarà il primo della sua carriera con una protagonista femminile The Tale of KAHO sembra una risposta diretta alle tante accuse di misoginia che gli sono state rivolte dal 1979, anno del suo esordio, a oggi.
Park Chan-wook è finalmente riuscito a trovare i soldi e il cast per girare il film western a cui sta lavorando da dieci anni Sessanta milioni di dollari, un cast composto da Matthew McConaughey, Austin Butler e Pedro Pascal e un titolo: The Brigands Of Rattlecreek.
Secondo molti le scene viste alla Cena dei Corrispondenti della Casa Bianca ricordano più una sitcom che un attentato Trump che inciampa, Vance portato via di peso, Miller che usa la moglie incinta come scudo umano, Kennedy Jr. che si scorda la moglie in sala, gente che pensa al vino e a finire la cena: momenti degni delle migliori commedie americane.
La Slovenia non solo boicotterà l’Eurovision ma al suo posto trasmetterà una rassegna di film palestinesi «Trasmetteremo la rassegna cinematografica Voices of Palestine, una serie di film di finzione e documentaristici palestinesi», ha detto il direttore della tv pubblica slovena.
Su YouTube è stato pubblicato Giorni di gloria, il primo film italiano a raccontare la Resistenza Lo girarono nel '45 Luchino Visconti, Mario Serandrei, Giuseppe De Santis e Marcello Pagliero, con l'intenzione di lasciarci «la testimonianza definitiva della lotta partigiana».
Sta per uscire il nuovo album di Thomas Bangalter dei Daft Punk ed è di nuovo la colonna sonora di un balletto Si intitola Mirage: Ballet For 16 Dancers e uscirà il 5 giugno. Nell'attesa, se ne può ascoltare già un pezzettino su YouTube.

I fantasmi sugli spalti

I fantasmi sugli spalti sono gli spettatori, o i giocatori, inquadrati per caso in tv, in atteggiamenti involontari che pure ci comunicano emozioni, che siano di rabbia o empatia. Dalla bambina tedesca del 2006 ad Altobelli nel 1982.

11 Dicembre 2013
A un certo punto l’esultanza di Fabio Grosso non ci basta più, vogliamo altro: vogliamo le lacrime dei tedeschi. E allora ecco Cannavaro salire in cielo e dall’area di rigore italiana ricacciare una pallone che scotta, eccolo soffiare da sotto al naso di un centrocampista l’ultima speranza prima di cedere a Totti una promessa di contropiede. Poi Gilardino. Controlla la palla, la protegge, e aspetta che Del Piero sbuchi da sotto l’inquadratura prima di passargliela. La tensione sale. Alex corre, arriva vibrando. Il tiro vale il raddoppio e mette definitivamente in ginocchio la Germania al campionato del mondo, il loro. Salti in piedi. Dalla gioia hai preso in braccio la fidanzata, e con una forza che non ti appartiene l’hai sollevata in aria. La Coca-Cola rovesciata sul tappeto persiano pagato fiori di quattrini da papà, che sarà mai. E intanto la telecamera strizza l’occhio, s’acciglia, cosicché per un lungo, lunghissimo istante appare lei, la Ragazza Triste. Ha i capelli rossi e piange. Pur senza sentirla ne possiamo percepire lo strazio, i singhiozzi, la fredda crudeltà con cui la tristezza le si è andata conficcando proprio nel centro del cuore. L’immagine dura un secondo, forse due, poi di nuovo Del Piero, Gilardino, Totti, Cannavaro, maglie azzurre, evento. Che cosa abbiamo visto? L’attimo che coglie la telecamera ha un valore narrativo o è soltanto un intruso frutto del caso registico? Vedere o non vedere la Ragazza Triste avrebbe cambiato qualcosa nella nostra gioia (e nella tristezza tedesca)? Probabilmente un bel niente. Ma quell’attimo è diventato uno (dei tanti) simboli della semifinale e di quel Mondiale, e forse anche di tutto il 2006 sportivo. È così che si materializzano le nostre emozioni sul piatto dello schermo.

La telecamera dà un impercettibile battito di ciglia. L’occhio si riapre, e quella che ci appare è una scena diversa. Dura un attimo. Le immagini del terreno di gioco non ci sono più, né la panoramica dall’alto dei giocatori, che proseguono le azioni ignari di ciò che sta succedendo in cabina di regia, di ciò che viene trasmesso al satellite. E al loro posto che cosa vediamo? Fantasmi. Sono brevi fotogrammi che spezzano la continuità della gara, interrompono la consequenzialità dell’evento in mondovisione o anche soltanto sull’emittente locale di Settingiano. Ci vengono mostrate facce che non conosciamo, volti ignoti, pubblico in singolo o in grande quantità: uno, nessuno e centomila, e dagli spalti ti balza in casa l’emozione. Non è la tua, è degli altri. È quella di tutti. Quelle che vediamo sono fotografie mai scattate e intrappolate dalla storia, sono spettri che lasciano una traccia nel digitale. Gente (a caso) che urla di dolore, che piange di gioia, o che semplicemente contempla il reale. Hanno un nome ma noi non lo sappiamo. All’apparenza non hanno alcuna finalità nell’evento se non quella di farne parte, di armonizzarlo e di garantirci che anche noi, lì sul divano di casa, in pantofole, siamo parte integrante di quell’emozione collettiva.
Con l’utilizzo di più telecamere il gioco raddoppia, triplica, moltiplica se stesso all’infinito. All’ultimo Mondiale in Sudafrica, per esempio, la regia sganciava immagini a ripetizione della tribuna. Bombe sexy con il lucidalabbra, giovanotti acchitati, il panzone assonnato, il ragazzino sdentato, la bionda con la treccia, il big-jim tatuato. Appaiono inaspettati come suoni di arpa nel bel mezzo di un pezzo rock. Non compongono solo un catalogo televisivo della commedia umana, diventano il termometro che misura l’emozione da dentro, da dentro il reale di un evento. Per noi sono solo immagini che sfilano via senza un perché, senza una finalità apparente, frazioni di secondo, interferenze. Come un temporale che ti costringa a osservare il mare dalla terrazza. Ma è da lì che ne cogli l’immensità. Questi lampi di reale ci danno la possibilità di cogliere qualcosa oltre il palcoscenico e dietro lo spettacolo, qualcosa che si trova in galleria e in platea e per sempre resterà lì, in quell’unica espressione che ci è dato vedere di quel volto umano.
Durante la partita tra Italia e Ungheria del 1938, in Francia, il regista sceglie di immortalare alcuni bambini affacciati alla cancellata che dà sul campo. Chi sono? Sembrano i monelli di Chaplin, con il berretto calato in fronte e la fionda nei calzoni. Sono la giovane curiosità del mondo. A Usa ’94 Roberto Baggio fa gol alla Nigeria e un gruppetto di tifosi italiani (non) scelti fra i tanti fa quello che facciamo noi a migliaia e migliaia di chilometri oltreoceano: esulta. La tv ci imita, imitiamo la tv. Partecipiamo la stessa gioia, siamo noi. Nel 2002, in Corea, la regia stacca per un attimo sul gigantesco muro rosso che fa tanta paura all’Italia di Trapattoni. L’arbitro Moreno ne ha già combinate abbastanza, ma saprà superarsi. Paolo Maldini e Gigi Buffon si lanciano sguardi smarriti, Vieri ciondola alla ricerca di un senso. Il ct è infuriato. E toh, sulle schermo appare un tifoso coreano, l’espressione indurita, occhi di fuoco. Alle sue spalle uno striscione tra l’apocalittico e l’improbabile: Corea-Italia 5-0. Una sensazione sacrilega ci pervade i muscoli, e l’immagine di quello sfottò così italiano farebbe venire voglia di andarcene via o quantomeno di cambiare canale.

Altre volte i fantasmi del calcio sono casualità registiche vere e proprie. Spagna 1982. Finale Italia-Germania. Cabrini ha già calciato il rigore del possibile vantaggio fuori, ma l’Italia non molla e attacca come sa. Una palla tagliata parte dal lato del campo, Paolo Rossi ha il guizzo di un’anguilla, il morso è quello del cobra e la sua deviazione fa esplodere (ma lui non la sente) l’intera Italia. Esulta con le mani al cielo, i compagni lo investono di abbracci. La regia cambia prosettiva: camera-uno a camera-due, ci sentite? E mentre in preda al voyeurismo tutto il mondo vorrebbe spiare l’estasi di Pablito, ecco l’immagine che sgrana e coglie l’indifferenza di Altobelli intento ad alzarsi i calzettoni. La regia indugia se attendere o cambiare prospettiva. È un attimo, da casa siamo troppo impegnati a godere del godimento del gol. Non ce ne accorgiamo. Quello di Spillo è un gesto insignificante che oggi potremmo intendere come abuso di concentrazione visto che poi realizzarà il gol del Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo. Sono fotogrammi dimenticati, inusitati, e ce ne sono a migliaia. Si annidano tra le pieghe degli archivi televisivi, sono dettagli, l’infinitesima parte del tutto.
Come la volta in cui l’Italia giocò allo stadio Azteca contro la Germania. Era il 1970. Di quella partita molte cose sono passate alla storia. Boninsegna che scappa sulla fascia e vede un pertugio. La difesa tedesca preda dell’incredulità. Rivera che arriva sbucando dall’ultima curva e segna il famoso 4-3. Parte il replay. Una voce dall’eternità risuona sottotraccia: “Vinciamo. Vinciamo”. È quella del regista. Sta curando le inquadrature delle varie telecamere.

Nell’immagine in evidenza, i bambini inquadrati durante Italia – Ungheria del 1938.

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