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11:21 lunedì 2 marzo 2026
Scritto con Ottessa Moshfegh, interpretato da Josh O’Connor, Saoirse Ronan e Jessie Buckley: il nuovo film di Alice Rohrwacher è già uno dei più attesi dell’anno Ad aprile la regista inizierà le riprese dell'adattamento di The Three Incestuous Sisters, fiaba gotica scritta e illustrata da Audrey Niffenegger.
Oltre al nuovo disco i Gorillaz hanno fatto uscire un film d’animazione che si può vedere gratis su YouTube Il film si intitola The Mountain, The Moon Cave and The Sad God ed esce nello stesso giorno del loro nuovo disco, The Mountain.
Ai Cèsar, il più importante premio cinematografico francese, il pubblico ha subissato di fischi il video tributo a Brigitte Bardot Pochi applausi, moltissimi fischi e anche un grido, che si è sentito distintamente durante la diretta: «Razzista!».
Una racconto distopico in cui l’AI distrugge l’economia mondiale pubblicato su un blog ha causato una perdita di 200 miliardi sul mercato azionario Secondo alcuni si è trattato di una coincidenza. Secondo altri, il racconto ha mandato nel panico gli investitori e stravolto i mercati per un giorno intero.
Mastro Lindo è andato in pensione dopo 68 anni di onorata carriera nell’industria delle pulizie La multinazionale P&G ha deciso di ritirare il logo e ha dato l'annuncio con una conferenza stampa tenuta dallo stesso Mastro Lindo su Instagram.
Paramount è riuscita a prendersi Warner, ma adesso dovrà pagare quasi tre miliardi di penale a Netflix Che si vanno ad aggiungere ai 77 che spenderà per completare l'acquisizione. Che comunque potrebbe non completarsi, se l'Antitrust non darà il via libera. E in questo caso, Paramount dovrà pagare altri 7 miliardi di multa.
Il ministro della Difesa pakistano ha dichiarato guerra all’Afghanistan con un post su X Per il diritto internazionale, ovviamente, non si può dichiarare guerra a un Paese via social, ma a Khawaja Mohammad Asif sembra non importare.
Non si è capito se è stato Morgan a non voler duettare con Chiello o Chiello a non voler duettare con Morgan nella serata delle cover di Sanremo Morgan ha detto che è stato lui a decidere di non esibirsi con Chiello, Chiello ha detto che la scelta di fare da solo è tutta sua.

I fantasmi sugli spalti

I fantasmi sugli spalti sono gli spettatori, o i giocatori, inquadrati per caso in tv, in atteggiamenti involontari che pure ci comunicano emozioni, che siano di rabbia o empatia. Dalla bambina tedesca del 2006 ad Altobelli nel 1982.

11 Dicembre 2013
A un certo punto l’esultanza di Fabio Grosso non ci basta più, vogliamo altro: vogliamo le lacrime dei tedeschi. E allora ecco Cannavaro salire in cielo e dall’area di rigore italiana ricacciare una pallone che scotta, eccolo soffiare da sotto al naso di un centrocampista l’ultima speranza prima di cedere a Totti una promessa di contropiede. Poi Gilardino. Controlla la palla, la protegge, e aspetta che Del Piero sbuchi da sotto l’inquadratura prima di passargliela. La tensione sale. Alex corre, arriva vibrando. Il tiro vale il raddoppio e mette definitivamente in ginocchio la Germania al campionato del mondo, il loro. Salti in piedi. Dalla gioia hai preso in braccio la fidanzata, e con una forza che non ti appartiene l’hai sollevata in aria. La Coca-Cola rovesciata sul tappeto persiano pagato fiori di quattrini da papà, che sarà mai. E intanto la telecamera strizza l’occhio, s’acciglia, cosicché per un lungo, lunghissimo istante appare lei, la Ragazza Triste. Ha i capelli rossi e piange. Pur senza sentirla ne possiamo percepire lo strazio, i singhiozzi, la fredda crudeltà con cui la tristezza le si è andata conficcando proprio nel centro del cuore. L’immagine dura un secondo, forse due, poi di nuovo Del Piero, Gilardino, Totti, Cannavaro, maglie azzurre, evento. Che cosa abbiamo visto? L’attimo che coglie la telecamera ha un valore narrativo o è soltanto un intruso frutto del caso registico? Vedere o non vedere la Ragazza Triste avrebbe cambiato qualcosa nella nostra gioia (e nella tristezza tedesca)? Probabilmente un bel niente. Ma quell’attimo è diventato uno (dei tanti) simboli della semifinale e di quel Mondiale, e forse anche di tutto il 2006 sportivo. È così che si materializzano le nostre emozioni sul piatto dello schermo.

La telecamera dà un impercettibile battito di ciglia. L’occhio si riapre, e quella che ci appare è una scena diversa. Dura un attimo. Le immagini del terreno di gioco non ci sono più, né la panoramica dall’alto dei giocatori, che proseguono le azioni ignari di ciò che sta succedendo in cabina di regia, di ciò che viene trasmesso al satellite. E al loro posto che cosa vediamo? Fantasmi. Sono brevi fotogrammi che spezzano la continuità della gara, interrompono la consequenzialità dell’evento in mondovisione o anche soltanto sull’emittente locale di Settingiano. Ci vengono mostrate facce che non conosciamo, volti ignoti, pubblico in singolo o in grande quantità: uno, nessuno e centomila, e dagli spalti ti balza in casa l’emozione. Non è la tua, è degli altri. È quella di tutti. Quelle che vediamo sono fotografie mai scattate e intrappolate dalla storia, sono spettri che lasciano una traccia nel digitale. Gente (a caso) che urla di dolore, che piange di gioia, o che semplicemente contempla il reale. Hanno un nome ma noi non lo sappiamo. All’apparenza non hanno alcuna finalità nell’evento se non quella di farne parte, di armonizzarlo e di garantirci che anche noi, lì sul divano di casa, in pantofole, siamo parte integrante di quell’emozione collettiva.
Con l’utilizzo di più telecamere il gioco raddoppia, triplica, moltiplica se stesso all’infinito. All’ultimo Mondiale in Sudafrica, per esempio, la regia sganciava immagini a ripetizione della tribuna. Bombe sexy con il lucidalabbra, giovanotti acchitati, il panzone assonnato, il ragazzino sdentato, la bionda con la treccia, il big-jim tatuato. Appaiono inaspettati come suoni di arpa nel bel mezzo di un pezzo rock. Non compongono solo un catalogo televisivo della commedia umana, diventano il termometro che misura l’emozione da dentro, da dentro il reale di un evento. Per noi sono solo immagini che sfilano via senza un perché, senza una finalità apparente, frazioni di secondo, interferenze. Come un temporale che ti costringa a osservare il mare dalla terrazza. Ma è da lì che ne cogli l’immensità. Questi lampi di reale ci danno la possibilità di cogliere qualcosa oltre il palcoscenico e dietro lo spettacolo, qualcosa che si trova in galleria e in platea e per sempre resterà lì, in quell’unica espressione che ci è dato vedere di quel volto umano.
Durante la partita tra Italia e Ungheria del 1938, in Francia, il regista sceglie di immortalare alcuni bambini affacciati alla cancellata che dà sul campo. Chi sono? Sembrano i monelli di Chaplin, con il berretto calato in fronte e la fionda nei calzoni. Sono la giovane curiosità del mondo. A Usa ’94 Roberto Baggio fa gol alla Nigeria e un gruppetto di tifosi italiani (non) scelti fra i tanti fa quello che facciamo noi a migliaia e migliaia di chilometri oltreoceano: esulta. La tv ci imita, imitiamo la tv. Partecipiamo la stessa gioia, siamo noi. Nel 2002, in Corea, la regia stacca per un attimo sul gigantesco muro rosso che fa tanta paura all’Italia di Trapattoni. L’arbitro Moreno ne ha già combinate abbastanza, ma saprà superarsi. Paolo Maldini e Gigi Buffon si lanciano sguardi smarriti, Vieri ciondola alla ricerca di un senso. Il ct è infuriato. E toh, sulle schermo appare un tifoso coreano, l’espressione indurita, occhi di fuoco. Alle sue spalle uno striscione tra l’apocalittico e l’improbabile: Corea-Italia 5-0. Una sensazione sacrilega ci pervade i muscoli, e l’immagine di quello sfottò così italiano farebbe venire voglia di andarcene via o quantomeno di cambiare canale.

Altre volte i fantasmi del calcio sono casualità registiche vere e proprie. Spagna 1982. Finale Italia-Germania. Cabrini ha già calciato il rigore del possibile vantaggio fuori, ma l’Italia non molla e attacca come sa. Una palla tagliata parte dal lato del campo, Paolo Rossi ha il guizzo di un’anguilla, il morso è quello del cobra e la sua deviazione fa esplodere (ma lui non la sente) l’intera Italia. Esulta con le mani al cielo, i compagni lo investono di abbracci. La regia cambia prosettiva: camera-uno a camera-due, ci sentite? E mentre in preda al voyeurismo tutto il mondo vorrebbe spiare l’estasi di Pablito, ecco l’immagine che sgrana e coglie l’indifferenza di Altobelli intento ad alzarsi i calzettoni. La regia indugia se attendere o cambiare prospettiva. È un attimo, da casa siamo troppo impegnati a godere del godimento del gol. Non ce ne accorgiamo. Quello di Spillo è un gesto insignificante che oggi potremmo intendere come abuso di concentrazione visto che poi realizzarà il gol del Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo. Sono fotogrammi dimenticati, inusitati, e ce ne sono a migliaia. Si annidano tra le pieghe degli archivi televisivi, sono dettagli, l’infinitesima parte del tutto.
Come la volta in cui l’Italia giocò allo stadio Azteca contro la Germania. Era il 1970. Di quella partita molte cose sono passate alla storia. Boninsegna che scappa sulla fascia e vede un pertugio. La difesa tedesca preda dell’incredulità. Rivera che arriva sbucando dall’ultima curva e segna il famoso 4-3. Parte il replay. Una voce dall’eternità risuona sottotraccia: “Vinciamo. Vinciamo”. È quella del regista. Sta curando le inquadrature delle varie telecamere.

Nell’immagine in evidenza, i bambini inquadrati durante Italia – Ungheria del 1938.

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