Si chiama Burnout e lo hanno ideato due ragazzi che hanno lasciato il loro lavoro per dedicarsi solo al game design. E anche per scampare al burnout.
L’epidemia di Ebola in Repubblica Democratica del Congo è dovuta anche al fatto che i primi contagiati risultavano negativi perché sono stati testati per la variante di Ebola sbagliata
I sanitari hanno sottoposto tutti al test per rilevare la variante Zaire. Si è poi scoperto che le infezioni erano dovute a quella Bundibugyo.
Un mese di cecità logistica e test fallati ha trasformato l’ultimo focolaio nella Repubblica Democratica del Congo in un’emergenza sanitaria internazionale. Quando le autorità hanno confermato le infezioni nella provincia dell’Ituri, il virus aveva già viaggiato indisturbato nelle aree controllate dai ribelli e oltre il confine con l’Uganda, arrivando fino alla capitale Kampala. Il ritardo accumulato rischia ora di vanificare gli sforzi di contenimento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha dovuto decretare d’urgenza lo stato di massima allerta globale.
A ricostruire il “buco nero” di quattro settimane che ha preceduto l’allarme sono le fonti ufficiali raccolte da Reuters. Tutto ha inizio il 24 aprile a Bunia, con la morte di un operatore sanitario che presentava sintomi inequivocabili: febbre, vomito ed emorragie. Trattandosi di un medico, lo spettro dei contagiati precedenti era già ampio. Ma a far esplodere i numeri sono stati i rituali funebri locali: parenti, amici e conoscenti hanno partecipato in massa alle esequie, toccando il corpo altamente contagioso della vittima. Nella sola cittadina di Mongbwalu si sono registrati tra i 60 e gli 80 decessi sospetti, con una media drammatica tra i sei e gli otto morti al giorno. Quando il 5 maggio l’OMS è stata finalmente allertata ed è scattato il protocollo d’emergenza, la macchina dei soccorsi si è inceppata nei laboratori. La struttura diagnostica di Bunia ha utilizzato cartucce di test calibrate esclusivamente per il ceppo Zaire, responsabile della precedente epidemia del 2018-2020. Questo focolaio è invece causato dal ceppo Bundibugyo, che non compariva nel Paese dal 2012 e che ha un tasso di mortalità stimato tra il 25 per cento e il 40 per cento. Non avendo macchinari per il sequenziamento genetico, Bunia ha ottenuto solo esiti negativi e, anziché lanciare l’allarme a Kinshasa, ha archiviato i campioni.
Il viaggio verso il centro di riferimento nazionale (INRB) diretto da Jean-Jacques Muyembe è stato l’ultimo capitolo del disastro logistico-sanitario. I campioni sono arrivati a Kinshasa a una temperatura di 17 gradi invece dei 4 previsti per la corretta conservazione, e in quantità minime, limitando la capacità di analisi. L’annuncio ufficiale del contagio è arrivato solo il 15 maggio. Il giorno successivo, il Direttore Generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha dichiarato l’emergenza internazionale scavalcando per la prima volta nella storia il comitato di esperti, consapevole del divario temporale insostenibile. A pesare sul collasso dei sistemi di sorveglianza sono stati anche i drastici tagli ai fondi internazionali per gli aiuti umanitari nell’est del Congo. Oggi in Ituri, denunciano le ONG sul campo, le strutture sanitarie si trovano a combattere il virus praticamente senza kit di protezione individuale.