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23:48 sabato 12 settembre 2026
Da gennaio la Svezia dà un “sussidio di rimpatrio” alle persone immigrate per andarsene via dal Paese, ma finora non lo ha richiesto praticamente nessuno Il programma è partito a inizio 2026. Finora ci hanno aderito soltanto 171 persone in tutta la Svezia. I cittadini stranieri sono più di due milioni, un quinto della popolazione totale.
C’è un videogioco in cui vivi le poche gioie e i tanti dolori di un dipendente di una piccola casa editrice indipendente Si chiama Small Press Tycoon, tutte le cose che si dicono e si vedono nel gioco fanno molto ridere perché, chi lavora nell'editoria indipendente può confermare, sono molto vere.
Secondo uno dei capi della sicurezza di Anthropic, «c’è il 10 per centro di probabilità che l’AI ci uccida tutti entro questo decennio» L'ennesimo dirigente di un'azienda AI che dice che le aziende AI stanno per far succedere qualcosa di grave. Senza che nessuno intervenga per fermarle.
Da oggi è disponibile in streaming La Superviviente, un incredibile documentario sulla donna che si inventò di essere una sopravvissuta all’11 settembre Diretto da Kike Maíllo, racconta la storia Alicia Esteve, che per sei anni finse di essere la sopravvissuta Tania Head. Finse tanto bene da diventare la presidente dell'Associazione dei sopravvissuti del World Trade Center.
Queste parole pronunciate nel 1979 da Emma Bonino sull’ipocrisia degli antiabortisti non sono mai state così attuali e così vere «Sono contro l'aborto, dicono. Però contro l'aborto clandestino nessuno faceva assolutamente niente», disse, in una storica puntata di Acquario di Maurizio Costanzo, andata in onda nel 1979 e disponibile su RaiPlay.
Che siano un record o meno poco importa, i 25 minuti di applausi per NAZA sono il momento più importante di questa Mostra del Cinema È l'unico documentario in concorso, il titolo è un acronimo militare israeliano che indica i civili che si prevede moriranno in un attacco e lo hanno realizzato due dei registi di No Other Land.
I Muse hanno dovuto cambiare nome utente su Instagram perché Muse ora è il nome del nuovo assistente AI di Meta La band è stata costretta ad abbandonare @Muse e accontentarsi di @Musetheband, perché l'AI, evidentemente, conta più della band.
Un’inchiesta di Haaretz sul 7 ottobre 2023 è valsa al giornale una querela di Benjamin Netanyahu in persona Il giornale sostiene che Netanyahu non prese alcuna iniziativa nonostante fosse stato avvertito di un imminente attentato di Hamas pochi giorni prima del 7 ottobre.

Milano e il senso della Fashion Week

Da Gucci a Prada, i designer a Milano si interrogano sul significato del disegnare abiti oggi.

23 Settembre 2019

Se avete visto The Great Hack su Netflix, è molto probabile che vi siate ritrovati a pensare ai meccanismi che oggi regolano le elezioni nelle democrazie mondiali, al funzionamento della macchina del consenso o al futuro dei nativi digitali, che ancor prima dell’adolescenza avranno consegnato a motori di ricerca e social network (principalmente grazie ai loro genitori) una mole di dati tutt’altro che indifferente. Oppure, come chi scrive, potreste esservi appassionati allo stile sui generis di Brittany Kaiser, ex direttrice dello sviluppo aziendale per l’America di Cambridge Analytica, oggi attivista per il riconoscimento dei “data rights”, i diritti di tutti quei dati che, appunto, quotidianamente immettiamo su internet. Quando, un’ora prima della sfilata, è arrivata la nota stampa di Gucci – che domenica pomeriggio ha chiuso la prima settimana della moda milanese riformata dagli accordi sul calendario – il (mio) pensiero è andato agli stivali texani, ai cappelli a tesa larga e al bizzarro abbinamento di colori e fantasie di Miss Kaiser, che si spruzza Coco di Chanel nel taxi che la porta alla sua audizione di fronte al procuratore Robert Mueller – «Almeno profumo di buono», dice – personaggio indecifrabile anche più del suo predecessore nello scandalo, quel Christopher Wiley che oggi lavora per H&M e che nell’inchiesta del Guardian sembrava un dj berlinese pronto a rilasciare il suo album tecno, come immortalato dai meme.

Lo show di Alessandro Michele faceva infatti esplicito riferimento alla microfisica del potere di Michel Foucault, ovvero (semplificando moltissimo) a quei meccanismi del potere politico, intimamente connessi alla società formatasi dopo le grandi guerre del Novecento, che non si basano più sulla sovranità accentratrice, ma piuttosto su una rete complessa di poteri diffusi eppure convergenti, in grado di dispensare la vita al posto della morte. Si tratta, semplificando ancora, di quel sistema ramificato di sorveglianza, rafforzamento, controllo e organizzazione che oggi plasma le norme sociali cui gli individui sono chiamati a conformarsi: non più, come succedeva in passato, l’unilaterale “prelievo” da parte del sovrano assoluto, che aveva totale giurisdizione sui suoi sudditi, ma un complesso dispositivo di liberazione apparente, in cui l’uomo è schiavo del modello neo liberale (per Foucault, è homo oeconomicus prima ancora che soggetto di diritto). Non è la prima volta che la biopolitica compare sulla passerella di Michele: era già successo lo scorso febbraio con le celebri teste mozzate e il riferimento al Manifesto Cyborg di Donna Haraway. L’architetto del successo di Gucci è uno di quei designer che, per formazione e attitudine personali, si pone molte domande sul lavoro che fa e così i sessanta look in bianco che precedevano lo show vero e proprio, e che hanno sfilato con i modelli immobili su un nastro trasportatore, prendevano spunto dalle uniformi manicomiali, a simboleggiare le norme livellanti che ci vogliono tutti uguali, addomesticati, conformi. Seguiva la collezione, che come tutti i critici hanno notato era insolitamente sensuale, piena di spacchi e trasparenze soprattutto femminili, e anche insolitamente leggera rispetto alla consueta stratificazione congegnata da Michele.

La contraddizione è lapalissiana, e Michele lo sa bene: le sue note si interrogano infatti su quale sia il ruolo della moda, così perfettamente inserita in quella microfisica di poteri di sorveglianza e controllo, nella strada per la liberazione individuale. Siate sexy, ci suggerisce, allontanatevi dall’utilitarismo e riscoprite l’eccentricità della carne scoperta e non filtrata dal digitale, forse anche riabbracciate la differenza sessuale, una di quelle cose che Michele si è sempre impegnato a riscrivere, confondere, travestire, e abbracciate quella contraddizione, perché questo è il mondo in cui viviamo. Se ha un compito, un’utilità sociale, la moda deve allora «fare intravedere campi di possibilità, suggerire indizi e aperture, coltivare promesse di bellezza, offrire testimonianze e profezie, rendere sacra ogni forma di diversità, alimentare un’irrinunciabile capacità di autodeterminazione». Anche se rende uguali, anche se ci spinge a contribuire a un cerchio che altrimenti vorremmo spezzare: mai come in questa stagione i designer a Milano hanno riflettuto sul loro ruolo nel mondo. Lo ha fatto Miuccia Prada, che ha aperto la sua sfilata con un look castigato e monacale che era come sempre un’auto-citazione, alla stagione che ha creato il suo mito, ma anche un monito programmatico: la gonna in garza, tessuto che compare in tutta la collezione, anche questa manicomiale nel suo essere asettica, a testimoniare la voglia di meno (meno vestiti, meno spreco, meno connessioni) e poi le borse Insta-friendly, i secchielli che daranno filo da torcere a quei marchi che hanno costruito la loro fortuna sulla ripetizione idiotica dell’algoritmo, perché è sempre di Prada che stiamo parlando. Così il minimalismo riveduto e corretto da Paul Andrew per Ferragamo, da Daniel Lee per Bottega Veneta e da Simon Holloway per Agnona (che piacevole sorpresa), ritorna a quegli abiti da giorno che hanno reso gli italiani grandi nel mondo, e ci ricorda che i vestiti che si fanno a Milano si riconoscono perché hanno una morbidezza e una capacità di farsi desiderare tutta loro.

In mezzo ci sono tanti discorsi sulla sostenibilità, parola-mantra della settimana, sforzi nel congegnare show che siano portatori di messaggi consapevoli – uno (l’unico) che con il tema ambientale e del riciclo lavora bene: Francesco Risso da Marni – colpi di teatro come Jennifer Lopez da Versace e ritorni alla teatralità come Giorgio Armani al suo secondo show nell’intimità di Palazzo Orsini. Vanessa Friedman ha scritto sul New York Times che siamo vecchi, e che il più delle volte ci nascondiamo dietro all’heritage, al Dna e tutta quella roba lì, mentre Mattew Schneier di The Cut riportava su Twitter una battuta sentita alle sfilate: «Curioso che quando gli italiani pensano ai “giovani” perlopiù si riferiscono al 1975». Ed è vero, in parte, io ho riso. Ci sono i nomi di giovani da tenere d’occhio, però, come Act N.1, Calcaterra e Marco Rambaldi per citarne alcuni, e poi ci sono i big, che a questo giro hanno fatto un po’ come Brittany Kaiser, che a un certo punto si è tirata indietro, mettendo i texani in una busta e optando per un paio di ballerine nere, forse più adatte al suo nuovo ruolo. Si è conformata? O ha cercato un escamotage, come la modella non-binary Ayesha Tan-Jones che ha sfilato per Gucci, ma si è premurata di scriversi sulle mani “Mental Health Is Not Fashion” e su Instagram ha spiegato lungamente il suo gesto di “protesta”? Forse non aveva letto le note dello show, perché era esattamente quello il punto, o forse è tutto così surreale che non possiamo fare altro che ammirarlo da lontano, con o senza vestiti.

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