Hype ↓
03:16 domenica 15 marzo 2026
Due episodi di Doctor Who degli anni ’60 che si pensava fossero andati perduti sono stati ritrovati in uno scatolone nella casa di un collezionista Si tratta, tra l'altro, di due puntate molto importanti perché raccontano la storia dei Dalek, i villain più famosi dell'universo di Doctor Who.
Kim Jong-un e sua figlia vestiti uguali che sparano assieme al poligono di tiro sono la più surreale immagine di genitorialità mai vista La giovane Kim Ju Ae, erede designata del Supremo leader, ha mostrato le sue doti balistiche in una splendida giornata padre-figlia al poligono.
Degli scrittori hanno creato un logo da apporre sui libri per far sapere ai lettori che sono scritti da un umano e non dall’AI La Society of Authors chiede a tutti gli editori di appore il logo "Human Authored" sulla quarta di copertina dei libri, per salvare l'editoria dall'AI.
I Fugazi hanno pubblicato un album “scartato” che avevano registrato trent’anni fa con Steve Albini È la prima versione dell'album che è poi diventato In on the Kill Taker. Tutti i proventi andranno all'ente benefico fondato da Albini, Letters Charity.
Dopo quasi un millennio, l’Inghilterra si è decisa ad abolire definitivamente i seggi ereditari della Camera dei Lord Ne erano rimasti 92, che il governo laburista ha cancellato. Concedendo ad alcuni Lord, però, di diventare parlamentari a vita.
I protagonisti di The Voice of Hind Rajab, candidato all’Oscar per il Miglior film internazionale, non saranno alla cerimonia perché gli Usa vietano l’ingresso ai cittadini palestinesi Ad annunciarlo sono stati gli attori e le attrici del film, con una dichiarazione congiunta pubblicata sui loro profili social.
È stato annunciato il sequel di KPop Demon Hunters ma i registi hanno già detto che ci sarà molto da aspettare prima di vederlo Maggie Kang e Chris Appelhans hanno messo le mani avanti e avvisato i fan: i tempi di lavorazione saranno lunghi, molto lunghi.
La nuova Guida suprema dell’Iran ha detto di aver scoperto di essere la nuova Guida suprema dell’Iran guardando la tv Lo ha fatto nel suo primo messaggio alla nazione, letto da un annunciatore sui canali della tv di Stato. Per il momento, il nuovo ayatollah ancora non si è fatto vedere in pubblico.

Gucci, Dapper Dan e l’appropriazione

Un look Gucci che riprende lo stilista icona di Harlem, a sua volta celebre per i rip-off: quanto è difficile nella moda distinguere tra copia e ispirazione?

01 Giugno 2017

Ci risiamo: dopo la polemica sui meme utilizzati per la campagna della nuova collezione di orologi, Alessandro Michele viene nuovamente accusato di appropriazione culturale, questa volta ai danni di Dapper Dan, all’anagrafe Daniel Day, lo stilista che con il suo atelier di Harlem, tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, ha contribuito a costruire quel fantastico mix di stili, da lui definito «macho type of ethnic ghetto clothing», che oggi associamo all’hip hop afro-americano. Tra i suoi clienti ci sono stati musicisti e atleti, da Jay-Z a LL Cool J, dalle Salt’n’Pepa al duo Eric B. & Rakim, ma non solo: come ha raccontato lo stesso Day in una bella intervista a Sneaker Freaker, nella sua boutique si ritrovavano sia rapper famosi che persone di tutti i tipi provenienti dal quartiere, e a tutti era concesso un look personalizzato. Sperimentando per primo con la combinazione spavalda dei marchi – New Balance targate Gucci, per esempio, o tute ricavate da borsoni Louis Vuitton – Dapper Dan ha dato forma a un immaginario unico nel suo genere, nel quale confluivano tanto una presa di coscienza della rilevanza artistica (e di stile) di una comunità intera quanto un vero e proprio sentimento di riscatto e rivendicazione sociale, espresso non a caso attraverso l’appropriazione e il riutilizzo ironico del logo delle grandi griffe del lusso europeo.

Dapper-Dan-Gucci

Non è difficile immaginare allora, in virtù di tutti questi motivi, perché in molti abbiano finito per alzare gli occhi al cielo alla vista di uno dei look della collezione Resort 2018 di Gucci, che ha sfilato a Firenze lo scorso lunedì. Una delle modelle, infatti, indossava un giaccone molto simile a quello con le maniche a sbuffo “customizzato Vuitton” e realizzato da Day negli anni Ottanta per la campionessa olimpionica Diane Dixon. Seguendo l’hashtag #DapperDan su Instagram ci si imbatte nella comparazione impietosa dei due look: i commenti vanno dall’indignato al dispiaciuto, e in moltissimi parlando di «appropriazione culturale», compresa la stessa Dixon che ha scritto «[Dapper Dan] l’ha fatto nel 1989, solo ora gli viene riconosciuto». Ieri sera Gucci ha risposto alle polemiche con un post su Instagram in cui si descrive il look incriminato come un chiaro omaggio allo stile dell’hip hop negli anni Ottanta e alla personalizzazione creativa del «leggendario sarto di Harlem Dapper Dan».

Ora, a margine di quello che è un fenomeno enorme e della complessa discussione che oggi si affronta a più livelli sull’argomento (a questo proposito, leggete: “Perché non parlo più ai bianchi della questione della razza” di Reni Eddo-Lodge sul Guardian), è interessante ricavarne alcune riflessioni riguardanti l’industria della moda. Innanzitutto, quando si parla di crediti o di omaggi, è sempre meglio farli prima che dopo, tanto più nell’epoca della facile indignazione via social, che come ha scritto Osman Ahmed su Business of Fashion, anche su questioni meno delicate sa raggiungere livelli di livore tutt’altro che indifferenti. Specificare i propri riferimenti è intelligente dal punto di vista del marketing del brand, intanto, ma si tratta in fondo di onestà intellettuale, sebbene questo caso nello specifico sia piuttosto complicato: non è stato forse Dapper Dan il primo ad “appropriarsi” dei loghi altrui per esprimere la sua visione artistica? D’altronde, proprio per via delle implicazioni legali dovute all’utilizzo di marchi registrati, è stato costretto a chiudere bottega.

Dapper Dan

Nella sua appropriazione certamente brillante, però, Daniel Day è riuscito a cogliere un momento storico e a immortalarlo in un look, lavorando di semiotica più o meno consapevole e decontestualizzando quei loghi fino a farli suoi e della sua gente. È un’operazione importante, probabilmente la più bella e significativa che la moda può compiere ancora oggi: raccontare una storia e delle persone specifiche, fissate in un luogo e in un tempo, e renderne partecipi tutti gli altri. Ed è esattamente quello che cerca di fare Alessandro Michele da Gucci, nella sua coltissima polisinfonia kitsch, che è rinascimentale e greca allo stesso tempo e unisce senza apparente contraddizione il rap e l’indie rock. Anzi, persino il suo, di logo, subisce lo stesso trattamento, e diventa Guccy con la Y, per la gioia dello slang internettiano. Abbiamo mai rimproverato a Yves Saint Laurent il suo amore per il Marocco? Magari avremmo dovuto, ma i tempi non erano quelli di adesso, né lo era il dibattito in questione, che oggi investe tanto il mondo accademico quanto l’opinione pubblica. Come ha scritto Antonia Opiah su Teen Vogue: «Non voglio che le donne bianche mi chiedano se possono farsi le treccine come quelle delle donne nere. Voglio però che le donne bianche – e con loro tutti quelli interessati a un vero, genuino scambio culturale – mi chiedano cosa possiamo fare per rendere le cose più giuste. Perché esiste un sistema di caste, in America e nel mondo, e dobbiamo riconoscerlo e smantellarlo». Questo vale anche per le vostre vacanze, e per le visite dei capi di Stato all’estero di cui tanto si è scritto in questi giorni: i vestiti parlano, e prima di mettersi veli, turbanti e abiti tradizionali, pensarci una volta di più è diventato un imperativo etico.

Nelle immagini: in evidenza Dapper Dan al Sundance del 2015 (Getty Images); nel testo: a sinistra Diane Dixon con indosso la giacca “customizzata Vuitton” da Dapper Dan e a destra il modello di Gucci (Getty Images); alcuni capi firmati Dapper Dan.
Articoli Suggeriti
A Milano la moda underground esiste ancora e vuole fare la rivoluzione

Quella dei brand indipendenti è praticamente una settimana della moda parallela a quella mainstream, ma ricca di speranze, frustrazioni e lotte sociali.

Chloë Sevigny e Gillian Anderson hanno sfilato per Miu Miu ricordandoci che gli anni ’90 sono stati bellissimi

Lo show, chiamato "Mindful Intimacy", rifletteva sul rapporto tra corpo e abito in un mondo così grande e problematico: un pensiero che, di per sé, è già molto anni '90.

Leggi anche ↓
A Milano la moda underground esiste ancora e vuole fare la rivoluzione

Quella dei brand indipendenti è praticamente una settimana della moda parallela a quella mainstream, ma ricca di speranze, frustrazioni e lotte sociali.

Chloë Sevigny e Gillian Anderson hanno sfilato per Miu Miu ricordandoci che gli anni ’90 sono stati bellissimi

Lo show, chiamato "Mindful Intimacy", rifletteva sul rapporto tra corpo e abito in un mondo così grande e problematico: un pensiero che, di per sé, è già molto anni '90.

Il brand di Pat McGrath, una della make up artist più famose al mondo, ha dichiarato bancarotta

E però ha già trovato nuovi investitori che sosterranno con 30 milioni la ristrutturazione dell'azienda.

Com’è andata la prima puntata dal vivo di The Fashion Show

Domenica 1 marzo, al Teatro Franco Parenti, Giuliana Matarrese a Andrea Batilla hanno parlato di Demna, di buona scrittura e critica libera con la più famosa e spietata fashion journalist del mondo, Cathy Horyn.

Un bambino di 9 nove anni ha presentato la sua collezione couture alla fashion week di Parigi

Si chiama Max Alexander, ha quasi 6 milioni di follower su Instagram, Sharon Stone come cliente, e in sogno ha scoperto di essere la reincarnazione di Guccio Gucci.

L’invito per la sfilata di Dior alla settimana della moda di Parigi è una sedia

In miniatura ma pur sempre una sedia che rimanda alle Sénat, quelle utilizzate all'interno del Jardin de Tuilleries, location della sfilata.