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Mamdani è riuscito a bloccare per almeno un anno l’aumento dell’affitto di quasi metà delle case di New York «Una vittoria storica per gli inquilini di New York», così il sindaco ha commentato la decisione, ufficializzata dal voto del Rent Guidelines Board.
Dua Lipa ha aperto in Portogallo una biblioteca tutta dedicata a libri censurati o vietati Si chiama Manifesto Library e raccoglie cento libri, divisi in quattro sezioni: potere, controllo, voce e memoria.
Senza il “contributo” degli esseri umani l’ondata di caldo in Europa ci sarebbe stata lo stesso ma la temperatura sarebbe stata di almeno 3,5 gradi più bassa Lo dimostra una ricerca del World Weather Attribution, che ha analizzato i dati climatici di 854 città in 30 Paesi europei.

Google stalking

Non se ne parla più perché oramai è una pratica accettata. Qualche anno fa lo era un po' meno. Com'è cambiato il nostro concetto di privacy.

21 Giugno 2013

Ho fatto una ricerca su Google alla voce «Google stalking». Ora che ci penso, è stato un momento molto “meta”.

Comunque, si diceva, ho fatto una ricerca alla voce «Google stalking», e ho scoperto che la maggioranza dei risultati, o se non altro di quelli più interessanti, risalivano al 2011 o prima. Di che cosa stiamo parlando? «Google stalking» può indicare più di una cosa. E, soprattutto, è un’espressione il cui significato si è evoluto nel tempo, in parte anche in virtù dell’evoluzione del nostro rapporto col web e del nostro concetto di privacy.

C’è chi ha sostenuto che su Internet la linea di demarcazione tra il “cercare” e lo “stalking” è diventata piuttosto sottile.

Quando l’ho sentita la prima volta era il 2006, me lo ricordo perché era venuta a trovarmi un’ex compagna di scuola texana, e questa compagna di scuola, allora 25enne, mi aveva confidato di esserci rimasta un po’ freaked out quando aveva scoperto che sua madre «stalkerava la gente su Google». Dove per «stalkerare la gente su Google» s’intendeva che la genitrice di tanto in tanto si connetteva al motore di ricerca e digitava i nomi di conoscenti con cui aveva perso i contatti per vedere cosa combinavano nella vita. Oggi nessuno si sognerebbe di chiamare questo comportamento «Google stalking», neppure la mia amica in tutta la sua texana pruderie. Ma la cosa era diversa, e poteva fare una certa impressione, almeno ad alcune persone, in un’era pre-social, nel senso che Facebook non l’usava ancora quasi nessuno. Anche se assai più recentemente c’è chi ha sostenuto che su internet la linea di demarcazione tra il “cercare” e lo “stalking” è diventata piuttosto sottile.

La pratica dello Google stalking è stata oggetto di un dibattito piuttosto intenso sulla netiquette tra il 2009 e il 2011. Quando e, soprattutto, quanto è lecito cercare online informazioni su amici, colleghi, conoscenti, e/o partner potenziali? Quand’è che la normale curiosità, unita a una connessione internet, diventa creepy? E, non ultimo, se è vero che una sbirciatina sui social e sui motori di ricerca la diamo tutti… quanto è opportuno ammetterlo pubblicamente?

Si tratta, è il caso di ricordare, di un dibattito avvenuto prevalentemente sui media anglofoni. E che pare per lo più concluso, o se non altro evoluto in direzioni diverse (anche perché, come vedremo più in là, il concetto stesso di google stalking è non poco cambiato). Per darvene un’idea, ecco qualche esempio.

1) Consigli su come comportarsi con i neo-colleghi su un nuovo posto di lavoro, impartiti dalla rubrica “netiquette” di cnn.com, dicembre 2011. Succo del discorso: va bene fare ricerche sul tuo vicino di scrivania, ma è meglio farle a casa e, soprattutto, stare attenti a quello che si dice dopo. «Nessuno si sentirà a disagio per delle informazioni che loro stessi hanno messo online, ma evita di farti beccare da un collega mentre stai leggendo il suo blog. Poi, parlane con tatto: “hey, ho visto il tuo sito! Com’era lavorare con XXX? Invece “Ti ho visto su Flickr vestito come Lady Gaga” è il genere di commento da evitare».

«Stalkerare i nostri ex su Facebook è paragonabile a una sgradevole funzione corporea. Sono cose che facciamo tutti, ma vantarsene in compagnia è di pessimo gusto»

2) Sempre sulla rubrica “netiquette” di cnn.com, novembre 2011, si discute dell’opportunità di ammettere in pubblico che si è scoperto del matrimonio di una ex soltanto grazie a Facebook. Perché gli amici comuni non mi hanno avvisato?, si chiede lui, vorrei dirgliene quattro ma poi dovrei riconoscere che ho guardato il profilo di lei. Il consiglio delle esperte è: procedere, ma con cautela. «Stalkerare i nostri ex su Facebook è paragonabile a una sgradevole funzione corporea. Sono cose che facciamo tutti, ma vantarsene in compagnia sarebbe di pessimo gusto».

3) Nel 2009 Wired mettevano in guardia i lettori sulla tentazione di cercare su Google il tizio (o la tizia) con cui si ha un appuntamento, perché «rovinerebbe la magia». Mentre nello stesso periodo Marieclaire tesseva le lodi del googlestalkeraggio a scopo romantico, perché permette di scoprire dettagli sospetti (es: che senso ha perdere tempo con uno, se puoi sapere fin dall’inizio che è un fan di Jovanotti?). È interessante come WiredMarieclaire abbiano commesso entrambi lo stesso errore, ossia partire dal presupposto che il googlestalkeraggio di natura sentimentale riguardi unicamente il mondo dell’online dating. Che poteva forse (ripeto: forse) essere vera nel 2009, ma che oggi, ovviamente, è una panzana clamorosa. A quale donna non è capitato, almeno una volta, di dare una sbirciatina sull’account Twitter di quel tipo che ha conosciuto a una cena la sera prima?

Questo, dunque, era il dibattito di qualche anno fa.

E adesso? La ricerca su Google cui si accennava all’inizio di questo articolo farebbe pensare che se ne parla meno e, soprattutto, se ne parla in termini diversi. Quando si parla di Google stalking nel 2013, il dibattito verte quasi sempre su questiono come Street View, gli occhiali di Google e le varie applicazioni di dubbia eticità ad essi connessi. Insomma, si parla di “Internet che ci Guarda”, non di noi che osserviamo le vite degli altri su Internet.

Non che non si faccia più. Buttare un occhio sul blog di un nuovo collega, cercare su Instagram la tipa appena conosciuta, scoprire da Facebook che una tua ex si è sposata, digitare su Google il nome di un vecchio compagno di scuola giusto per sapere che fine ha fatto… la mia impressione, ma qui si entra nel campo della soggettività dichiarata, è che tutto questo è ormai talmente parte delle nostre vite che lo si dà quasi per scontato.

Quello che prima era considerato, a torto o a ragione, “Google stalking”, oggi è una pratica sdoganata, a torto o a ragione.

È una pratica sdoganata e proprio per questo, in alcuni contesti, ha cambiato nome. Per esempio, di recente Glamour ha pubblicato un articolo il cui contenuto era praticamente identico a quello pubblicato sulla rubrica “netiquette” di cnn.com nel novembre 2011. In breve, si consigliava alla gente di resistere alla tentazione di indagare online sulle persone con cui vorrebbero uscire, perché avrebbe “rovinato alla magia”. Solo che invece che chiamarlo “Google stalking” lo chiamano “pre-dating”. Termine orribile, e che non ho trovato utilizzato in questa accezione da nessun’altra parte. Ma non è questo il punto. Il punto è che quello che prima era considerato, a torto o a ragione, “Google stalking”, oggi è una pratica sdoganata, a torto o a ragione. Cose date per assodate.

Non posso fare a meno di chiedermi se questo rifletta, almeno in parte, un cambiamento più o meno profondo della nostra concezione di privacy.

Da che mondo è mondo, quella di privacy è un’idea particolarmente soggetta a cambiamenti. Mi domando però quanto rapidamente, nell’era dell’iperconnettività, stia cambiando questo concetto. Quello che soltanto un paio di anni fa era «Google stalking», oggi è manutenzione ordinaria delle relazioni umane. Viviamo al tempo di Facebook e di Instagram, ma anche di Prism, di Street View e degli e-mail leaks. E non riesco a fare a meno di chiedermi – ancora: siamo nel campo della soggettività più totale – quanto farebbe discutere tra qualche anno quello che fa discutere oggi.

Leggi anche: “Le Buone Maniere 1.0. Come un manuale di galateo degli anni ’70 può insegnare ancora molto sulla buona creanza contemporanea e (anche) nel web.”

Immagine dal film One Hour Photo (2002)

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