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01:43 mercoledì 29 aprile 2026
Acne Paper ha messo in mostra per la prima volta 70 disegni di René Bouché che ritraggono 70 donne che hanno fatto la storia Tra i ritratti dello storico illustratore di Vogue compaiono i volti di Lee Radziwill, Billie Holiday, Helena Rubinstein e Babe Paley.
Adesso anche TikTok fa la sua classifica dei bestseller Uscirà ogni mese e incrocerà le vendite dei libri con le visualizzazioni che i contenuti dedicati a quel libro ottengono sul social.
Quentin Tarantino ha fatto di tutto per fare il film crossover di Django e Zorro, ha convinto un produttore a finanziarlo ma all’ultimo momento ha detto che lui non ha voglia di dirigerlo Film basato, tra l'altro, su un fumetto scritto dallo stesso Tarantino. Che però, a quanto pare, di tornare sul set non vuole proprio saperne.
Il MoMA di New York ha organizzato una gara di sosia di Marcel Duchamp e della sua alter ego Rrose Sélavy Anche uno dei più importanti e prestigiosi musei del mondo cede al trend dei lookalike contest. L'appuntamento per i sosia è a New York il 30 aprile.
Dopo anni di digitalizzazione, la Svezia reintrodurrà carta e penna nelle scuole per contrastare il crescente analfabetismo di ritorno degli studenti Dopo che nel 2019 era stato deciso l'uso dei dispositivi digitali persino negli asili, ora il Paese spenderà oltre 200 milioni di euro in libri "veri e propri" da usare nelle scuole.
Il Cancelliere tedesco Mertz ha detto che nei colloqui di pace la diplomazia iraniana sta surclassando quella statunitense Secondo Merz, gli Usa hanno gravemente sottovalutato l'Iran e adesso non sanno come uscire da una situazione di stallo che loro stessi hanno creato.
Dopo quasi tre anni di distruzione, due ragazzi hanno aperto la prima nuova libreria di Gaza Si chiama Phoenix Library ed esiste grazie all'incessante lavoro di Omar Hamad e Ibrahim Massri.
Bon Iver ha fondato una cover band di Bob Dylan e l’ha chiamata Bon Dylan Band che farà soltanto due concerti, il 24 e il 25 luglio a Eau Claires, Wisconsin, città in cui Bon Iver ha vissuto tutta la vita.

Le superpotenze della Silicon Valley

La sfida fiscale dell'Europa a Apple, la diplomazia di Facebook, i confini di Google: geopolitica delle nuove nazioni del tech.

07 Settembre 2016

Un tic giornalistico che i titolisti americani condividono con i loro colleghi italiani: quello di usare terminologia e retorica militari quando si parla della Silicon Valley. “Google va alla guerra contro Apple”. “La strategia di Facebook per conquistare la Cina”. “La prossima battaglia di Amazon”. Tutti gli esperti che si occupano della materia cadono nel cliché, e non è solo una questione di pigrizia giornalistica: la metafora bellica si addice alla natura della Silicon Valley perché per dimensioni, disponibilità economiche e autorevolezza le grandi compagnie tecnologiche americane sono riconosciute nel mondo occidentale quasi come entità statuali, capaci di trattare da pari a pari con governi e capi di Stato. Se trasformiamo i Ceo in generali, gli ingegneri in truppe specializzate e le riunioni mattutine in consigli marziali, è perché ci viene naturale compararle alle uniche altre entità del mondo civilizzato capaci di farsi la guerra tra loro, gli Stati-nazione.

Non è solo una questione di numeri – del fatto che il valore di mercato di Apple o Google è superiore al Pil annuale di molti Stati sovrani, compresi l’Austria, il Belgio e la Colombia, o che il numero di iscritti fa di Facebook il Paese più popolato del mondo. Si pensi per esempio all’ultima battaglia (appunto) di Apple, quella contro la Commissione europea. La scorsa settimana, la Commissione Ue ha decretato che la società di Cupertino deve restituire al governo dell’Irlanda 13 miliardi di dollari più interessi in tasse non pagate, perché gli accordi fiscali troppo vantaggiosi che Apple ha strappato a Dublino costituirebbero aiuto di Stato. La notizia è gigantesca, 13 miliardi (che potrebbero arrivare a 19), sono tanti anche per Apple.

Obama Holds Facebook Town Hall On The Economy

Ma prima ancora che la storia di una clamorosa ingerenza di Bruxelles nelle politiche fiscali di uno Stato membro o la storia di una clamorosa elusione fiscale, a seconda di come la si guarda, quella tra Apple e l’Irlanda è la storia di due partner paritari che trovano un accordo tra gentiluomini sulle tasse da pagare. Poco importa se l’una è una società privata che produce gadget e l’altro una nazione dalla storia secolare: il Pil dell’Irlanda è di 232 miliardi di dollari (dato 2013), mentre Apple ha un valore di mercato di 580 miliardi. Da questo punto di vista, quelli concessi da Dublino a Cupertino non sono aiuti di Stato, come accusa la Commissione Ue, ma clausole di un trattato bilaterale di libero scambio.

Prendiamo altri due eventi della settimana scorsa, la visita del ceo di Facebook, Mark Zuckerberg, in Italia e l’esplosione a Cape Canaveral del razzo Falcon 9 di SpaceX, la compagnia di Elon Musk. Se pensiamo alla Silicon Valley come a una coalizione di superpotenze, non può stupire per esempio che l’Italia abbia riservato a Zuckerberg il trattamento standard di ogni capo di Stato o di governo in visita: colloquio con il presidente del Consiglio, colloquio con il Papa, intervento presso una prestigiosa università: Obama non potrebbe chiedere di meglio.

Anche il Falcon 9 di Musk riguarda Facebook, perché il razzo esploso conteneva un satellite grazie al quale Zuckerberg aveva promesso di connettere a internet parte dell’Africa subsahariana. Il Ceo si trovava in Africa, al momento del lancio fallito, ed è facile immaginare la malcelata magniloquenza con cui avrebbe piantato la sua bandierina digitale sul continente (conosciamo invece la «delusione» cocente che Zuck ha subito postato alla notizia dello scoppio del razzo). Esattamente come una potenza coloniale di vecchia data, e come una potenza dalle ambizioni neocoloniali quale è oggi la Cina, Facebook realizza infrastrutture in Africa. Il presidente cinese Xi Jinping va in Africa ad annunciare la realizzazione di un nuovo porto; il Ceo di Facebook Mark Zuckerberg ugualmente annuncia nuove connessioni.

US-POLITICS-OBAMA

I media e la loro retorica guerresca contribuiscono molto all’assimilazione tra le compagnie tech e gli Stati. All’inizio di quest’anno Fortune ha dedicato l’articolo di copertina ai piani di espansione di Amazon in India, e il titolo era: «Amazon invade l’India». Sottotitolo: «Come Jeff Bezos intende conquistare il prossimo ‘trillion dollar market». Anche l’Economist, il più autorevole magazine britannico, soltanto negli ultimi mesi ha dedicato una copertina alle «ambizioni imperiali» di Facebook e un’altra, l’ultima, all’«Uberworld» che la famosa app di trasporti intende creare a sua immagine.

Si potrebbe andare avanti all’infinito, e ricordare le polemiche di ingerenza culturale mosse dal governo francese contro Google, o le visite riverenti che tutti i capi di Stato, nessuno escluso, fanno ai santuari della Valley almeno una volta nel loro mandato. Ma la cosa forse più interessante è che le grandi compagnie tecnologiche americane hanno sempre avuto una consapevolezza eccezionale del loro ruolo di superpotenze, prima ancora che il resto del mondo se ne accorgesse. Nel 2010 Eric Schmidt, allora Ceo di Google e forse tra gli uomini che maggiormente hanno compreso il ruolo della Valley nel mondo, parlando al forum di Davos cercò di difendersi proprio dalle accuse di usare Google come strumento di una politica quasi statuale. «Google non è uno Stato», disse. Non fa leggi e non ha una diplomazia, ma «dobbiamo mettere al sicuro i nostri confini». Voleva dire “mettere al sicuro i nostri network”, ma il lapsus è stato perfetto.

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