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13:33 sabato 15 agosto 2026
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.
Una professoressa universitaria è stata licenziata per aver letto e spiegato ai suoi studenti un racconto di Ottessa Moshfegh È successo a Vinita Prabhakar: Bettering Myself, racconto del 2013 di Moshfegh, le è costato il posto al South Florida State College.
Il nuovo, attesissimo, chiacchieratissimo romanzo di Rachel Cusk che potrebbe come non potrebbe parlare (male) di Natalie Portman Il romanzo si intitola Life of M, e in effetti le somiglianze tra il personaggio M e la persona Natalie Portman sono abbastanza innegabili.

Le superpotenze della Silicon Valley

La sfida fiscale dell'Europa a Apple, la diplomazia di Facebook, i confini di Google: geopolitica delle nuove nazioni del tech.

07 Settembre 2016

Un tic giornalistico che i titolisti americani condividono con i loro colleghi italiani: quello di usare terminologia e retorica militari quando si parla della Silicon Valley. “Google va alla guerra contro Apple”. “La strategia di Facebook per conquistare la Cina”. “La prossima battaglia di Amazon”. Tutti gli esperti che si occupano della materia cadono nel cliché, e non è solo una questione di pigrizia giornalistica: la metafora bellica si addice alla natura della Silicon Valley perché per dimensioni, disponibilità economiche e autorevolezza le grandi compagnie tecnologiche americane sono riconosciute nel mondo occidentale quasi come entità statuali, capaci di trattare da pari a pari con governi e capi di Stato. Se trasformiamo i Ceo in generali, gli ingegneri in truppe specializzate e le riunioni mattutine in consigli marziali, è perché ci viene naturale compararle alle uniche altre entità del mondo civilizzato capaci di farsi la guerra tra loro, gli Stati-nazione.

Non è solo una questione di numeri – del fatto che il valore di mercato di Apple o Google è superiore al Pil annuale di molti Stati sovrani, compresi l’Austria, il Belgio e la Colombia, o che il numero di iscritti fa di Facebook il Paese più popolato del mondo. Si pensi per esempio all’ultima battaglia (appunto) di Apple, quella contro la Commissione europea. La scorsa settimana, la Commissione Ue ha decretato che la società di Cupertino deve restituire al governo dell’Irlanda 13 miliardi di dollari più interessi in tasse non pagate, perché gli accordi fiscali troppo vantaggiosi che Apple ha strappato a Dublino costituirebbero aiuto di Stato. La notizia è gigantesca, 13 miliardi (che potrebbero arrivare a 19), sono tanti anche per Apple.

Obama Holds Facebook Town Hall On The Economy

Ma prima ancora che la storia di una clamorosa ingerenza di Bruxelles nelle politiche fiscali di uno Stato membro o la storia di una clamorosa elusione fiscale, a seconda di come la si guarda, quella tra Apple e l’Irlanda è la storia di due partner paritari che trovano un accordo tra gentiluomini sulle tasse da pagare. Poco importa se l’una è una società privata che produce gadget e l’altro una nazione dalla storia secolare: il Pil dell’Irlanda è di 232 miliardi di dollari (dato 2013), mentre Apple ha un valore di mercato di 580 miliardi. Da questo punto di vista, quelli concessi da Dublino a Cupertino non sono aiuti di Stato, come accusa la Commissione Ue, ma clausole di un trattato bilaterale di libero scambio.

Prendiamo altri due eventi della settimana scorsa, la visita del ceo di Facebook, Mark Zuckerberg, in Italia e l’esplosione a Cape Canaveral del razzo Falcon 9 di SpaceX, la compagnia di Elon Musk. Se pensiamo alla Silicon Valley come a una coalizione di superpotenze, non può stupire per esempio che l’Italia abbia riservato a Zuckerberg il trattamento standard di ogni capo di Stato o di governo in visita: colloquio con il presidente del Consiglio, colloquio con il Papa, intervento presso una prestigiosa università: Obama non potrebbe chiedere di meglio.

Anche il Falcon 9 di Musk riguarda Facebook, perché il razzo esploso conteneva un satellite grazie al quale Zuckerberg aveva promesso di connettere a internet parte dell’Africa subsahariana. Il Ceo si trovava in Africa, al momento del lancio fallito, ed è facile immaginare la malcelata magniloquenza con cui avrebbe piantato la sua bandierina digitale sul continente (conosciamo invece la «delusione» cocente che Zuck ha subito postato alla notizia dello scoppio del razzo). Esattamente come una potenza coloniale di vecchia data, e come una potenza dalle ambizioni neocoloniali quale è oggi la Cina, Facebook realizza infrastrutture in Africa. Il presidente cinese Xi Jinping va in Africa ad annunciare la realizzazione di un nuovo porto; il Ceo di Facebook Mark Zuckerberg ugualmente annuncia nuove connessioni.

US-POLITICS-OBAMA

I media e la loro retorica guerresca contribuiscono molto all’assimilazione tra le compagnie tech e gli Stati. All’inizio di quest’anno Fortune ha dedicato l’articolo di copertina ai piani di espansione di Amazon in India, e il titolo era: «Amazon invade l’India». Sottotitolo: «Come Jeff Bezos intende conquistare il prossimo ‘trillion dollar market». Anche l’Economist, il più autorevole magazine britannico, soltanto negli ultimi mesi ha dedicato una copertina alle «ambizioni imperiali» di Facebook e un’altra, l’ultima, all’«Uberworld» che la famosa app di trasporti intende creare a sua immagine.

Si potrebbe andare avanti all’infinito, e ricordare le polemiche di ingerenza culturale mosse dal governo francese contro Google, o le visite riverenti che tutti i capi di Stato, nessuno escluso, fanno ai santuari della Valley almeno una volta nel loro mandato. Ma la cosa forse più interessante è che le grandi compagnie tecnologiche americane hanno sempre avuto una consapevolezza eccezionale del loro ruolo di superpotenze, prima ancora che il resto del mondo se ne accorgesse. Nel 2010 Eric Schmidt, allora Ceo di Google e forse tra gli uomini che maggiormente hanno compreso il ruolo della Valley nel mondo, parlando al forum di Davos cercò di difendersi proprio dalle accuse di usare Google come strumento di una politica quasi statuale. «Google non è uno Stato», disse. Non fa leggi e non ha una diplomazia, ma «dobbiamo mettere al sicuro i nostri confini». Voleva dire “mettere al sicuro i nostri network”, ma il lapsus è stato perfetto.

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