Attualità | Media

Il problema dei giornali con le dichiarazioni dei politici

Di fronte agli annunci continui il giornalismo deve indignarsi o stendere un velo pietoso? Le risposte di Mattia Feltri, Arianna Ciccone, Luca Sofri e Stefano Feltri.

di Anna Momigliano

giornalismo

Mao Tse-tung (1893-1976), Chinese Communist leader who was chairman of the Communist party of China and the principal founder of the People's Republic of China, reading a newspaper and smoking a cigar. (Photo by Keystone/Getty Images)

In mancanza di una parola migliore, chiamiamola “annuncite”: un politico annuncia qualcosa di terribile o assurdo, e tutti i media che si concentrano su quello. Non è un fenomeno nuovo, ma in queste settimane ha assunto proporzioni epiche, vista la guerra tra Salvini e Di Maio a chi la sparava più grossa (ha vinto Salvini). Censiamo i rom. Censiamo i raccomandati. Chiudiamo i porti. Mezz’ora di internet gratis. Sanatoria sulle cartelle esattoriali. Se siete sui social, o se vi capita anche solo di dare un’occhiata alle prime pagine dei giornali, sapete che ogni giorno ce n’è una, che sulla stampa non si parla (quasi) d’altro. Come dovrebbero comportarsi i giornali davanti a questa ondata “dichiarazioni shock (cit)”? Facciamo bene a dare spazio a queste cose, a indignarci, oppure faremmo meglio a non alimentare la polemica?

Alcuni avvertono che le critiche indignate sono parte del problema, più che della soluzione, meglio stendere un velo pietoso. È una posizione che si regge su tre elementi. Primo, dando peso alle dichiarazioni dei politici si finisce per amplificare la loro propaganda, si fa il loro gioco. Secondo, meglio giudicarli in base a ciò che fanno, e non su quello che dicono, anche perché certe cose tanto non si possono fare (Salvini vuole chiudere i porti? La competenza non è sua. Vuole censire i rom? È incostituzionale). Terzo, l’indignazione è un’arma a doppio taglio, va centellinata, perché alla lunga dà assuefazione: se siamo perennemente disgustati, non ci prenderà più sul serio nessuno. Tutte osservazioni sensate, figlie della scottatura che ci siamo presi con Berlusconi, quando lui la sparava grossa e le sue boutade dominavano il dibattito, con giornalisti e intellettuali che cadevano puntualmente nella trappola.

Eppure quest’idea che sarebbe meglio lasciare cadere non riesce a convincermi. La tentazione di archiviare molte cose con un “tanto non si può fare” mi sembra frutto più di una pia illusione che del realismo, perché, se è vero che esistono delle regole, abbiamo anche visto quanto sia facile aggirarle: i censimenti etnici sono incostituzionali, ma i rom li abbiamo già parzialmente censiti nel 2008; chiudere i porti non si può, ma Salvini ha trovato il modo di respingere due navi. Poi, certo, le esternazioni xenofobe sono uno strumento di di propaganda, ma servono anche a tastare il terreno: se un ministro della Repubblica dice «purtroppo i rom italiani ce li dobbiamo tenere» e nessuno gli dice niente, il messaggio che arriva è che va bene così, che l’asticella si può spostare ancora più in basso. Allora, come la mettiamo? Su questa storia confesso di avere solo domande e nessuna risposta, così ho deciso di interpellare un po’ di giornalisti, con prospettive diverse. A tutti ho chiesto qual è il modo giusto, se un modo c’è, per reagire a questa epidemia di annuncite.

Arianna Ciccone, fondatrice del Festival di Giornalismo, aveva sollevato la questione su Facebook. «Il giornalismo non è due punti aperte virgolette e via con la dichiarazione del momento. Quello che definisco dichiarazionismo. Prima di tutto dobbiamo chiederci se è una notizia e, se ha valore di notizia, come va coperta. La contestualizzazione è quello che differenzia il giornalismo dal farsi megafono di propaganda», aggiunge in una mail. Due esempi: «Salvini Ministro degli interni fa una dichiarazione sui vaccini. Perché sarebbe una notizia? È una notizia se a dire che 10 vaccini sono troppi è il Ministro della salute. Quella di Salvini è una dichiarazione acchiappa-attenzione». Invece l’uscita sulla scorta a Saviano è una notizia «perché in quel caso ha a che vedere con il suo ruolo di Ministro». Il problema giornalistico sta nel contesto in cui quella frase è stata rilasciata: «La giornalista in studio ad Agorà fa vedere al Ministro un video in cui Saviano critica aspramente Salvini. E già dalla presentazione era chiaro l’intento non giornalistico, ma di provocazione. Si stava cercando lo “scontro” (è come agitare il drappo rosso davanti al toro). È questo il ruolo del giornalismo?». Nel suo post, Ciccone aveva anche sottolineato come, secondo lei, alcune proposte sono irrealizzabili e vanno trattate come tali. Quando le ho espresso i miei dubbi su quest’attitudine del “tanto non si può fare”, mi ha risposto: «Non bisogna lasciar perdere, ma spiegare, contestualizzare e soprattutto non cedere: è vero che hanno respinto due navi, ma è altrettanto vero che nel frattempo sono sbarcate più di 1000 persone. Allora “Chiudiamo i porti” si capisce che è una semplificazione propagandistica. Il giornalismo è racconto della complessità». Conclusione: «Il giornalismo basato sul dichiarazionismo è una resa, la confessione che in fondo i media non hanno una loro agenda e sono costretti a inseguire l’agenda dettata dai politici».

Mattia Feltri, l’editorialista de La Stampa, è in preda ai dubbi: «È una domanda senza risposta e non sono sicuro di fare la cosa giusta», mette le mani avanti. «Se inseguiamo le cretinate di Salvini ogni giorno il problema non è tanto che facciamo il suo gioco, ma che non facciamo il nostro lavoro di giornalisti. Per esempio il selfie davanti all’Arno con la scritta “Tranquilli, le barche che vedete dietro di me non trasportano clandestini“ è stata un’idiozia di cattivo gusto che non meritava di essere seguita». Però, prosegue, esistono altro genere di annunci che non sono semplicemente idiozie: «Quando in gioco ci sono la democrazia, i diritti umani e lo stato di diritto, allora la cosa cambia, non si possono ignorare le cose dette da un politico». C’è chi direbbe che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, ma Feltri non è d’accordo: «La parola per un politico equivale a un atto, perché un politico ha il potere di fare. Poi, si sente spesso dire che dovremmo aspettare a giudicare un governo, “vediamo cosa fanno prima”, ma in politica non funziona così. Per definizione, le campagne elettorali servono a giudicare anche in base a cosa si dice che si farà in futuro, non solo in base a quello che si è fatto in passato».

Non è dello stesso avviso, però, Stefano Feltri, il vicedirettore del Fatto (nessuna relazione tra i due, a parte l’omonimia): «Distinguere tra fatti e annunci, anzi tra fatti e “fattoidi”, è importante. C’è questo vizio nella stampa italiana per cui, quando un politico propone una riforma, si versano fiumi d’inchiostro così, a partire dalle semplici parole; poi però, quando la riforma di cui il politico parlava prima viene approvata in Parlamento, se ne parla meno, il pubblico non riesce a capire di cosa si parla, cosa è passato e cosa no. Lo abbiamo visto per esempio con la riforma delle pensioni». Venendo a due casi più recenti: «Abbiamo visto fiori di articolesse sul reddito di cittadinanza, con commenti e analisi, ma non si parla di nulla di concreto. È pieno di commenti su Salvini che ha detto di togliere la scorta a Saviano, mentre a Ingroia la scorta è stata tolta: nel primo caso parliamo di una minaccia, nel secondo è un fatto». (La differenza è che non risulta, notiamo noi, che la scorta a Ingroia sia stata tolta per ritorsione, però altri giudici hanno condannato la decisione, e il diretto interessato ha detto di sentirsi in pericolo). Più in generale, conclude, «non è una buona cosa che il giornalismo si faccia dettare l’agenda dagli annunci dei politici. Personalmente, trovo più rilevante che ci siano oltre 5 milione di poveri assoluti in Italia, un dato appena rilasciato dall’Istat che corrisponde a un fatto, rispetto a quello che Di Maio dice sul fornire mezz’ora di internet gratis».

Luca Sofri, il direttore del Post, la vede come una questione più complicata: «È una questione molto sfumata. Il punto è trovare un equilibrio, la giusta misura, tra l’effettiva rilevanza di una dichiarazione e il peso che le viene dato». Il problema, mi ha detto, sta nella «demagogia comunicativa che prescinde dalla concretezza». Tradotto: «Mettiamo che Salvini domani dica che dobbiamo spedire i calabresi sulla Luna. Ovviamente è una scemenza irrealizzabile, però quello che succede in Italia e che a queste cose si dedicano gli articoli di apertura, con vari commenti ed analisi annessi». Questo però, avverte Sofri, non significa che le parole dei politici vadano ignorate: «Vanno discusse nella loro complessità, che è quello che la stampa non sta facendo e spesso i lettori non vogliono, in un circolo vizioso, visto come condividiamo i titoli senza leggere gli articoli». Il problema, obiettiamo noi, è come distinguere le “scemenze irrealizzabili” dagli annunci che invece potrebbero avere conseguenze, anche perché, come s’è visto, a volte cose che sembravano infattibili si sono rivelate fattibili eccome. Non c’è, risponde Sofri, una formula precisa, in molti casi è una questione di sensibilità del giornalista e di onestà intellettuale: «L’importante è essere chiari, davanti a se stessi, sul perché si racconta una cosa: è per il gusto di alimentare una polemica, o perché davvero la consideriamo importante?».

 

Foto Getty (in evidenza e nel testo: Mao Tse-tung legge il giornale)

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