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L’unica pasticceria al mondo che ha il permesso dello Studio Ghibli per fare dolcetti di Totoro è quella della cognata di Hayao Miyazaki Si chiama Shiro-Hige’s Cream Puff Factory e ne produce pochissimi alla volta: accaparrarseli è difficile quasi come riuscire a visitare il Ghibli Park.
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Per festeggiare il 25esimo anniversario di Drukqs, Aphex Twin ha fatto una ristampa del disco in vinile, cd e pure musicassetta Con questa ristampa Aphex Twin raggiunge anche un traguardo personale: ora tutti i suoi album sono disponibili in vinile.
Da un grande problema con gli incendi boschivi derivano grandi problemi con le assicurazioni e i risarcimenti Il 75 per cento dei danni da catastrofe naturale in Europa non è coperto da nessuna polizza assicurativa, e la quota cresce ogni estate. In più, i danni causati dagli incendi non sono comunque coperti da queste polizze.
A Firenze aprirà il primo centro italiano specializzato in prevenzione e cura della dipendenza da social Aprirà subito dopo l'estate e si chiama Discover - Fuori dal guscio, accoglierà ragazzi e ragazze dai 10 ai 25 anni di età.
Finché potremo vedere e rivedere all’infinito quella scena di Drive, di Kavinsky non ci dimenticheremo mai È morto a 50 anni uno dei grandi protagonisti della scena elettronica. Di lui resta tanto ma soprattutto una canzone, Nightcall, pezzo fondamentale di un film indimenticabile.
C’è un motore di ricerca che vuole rendere accessibili liberamente e gratuitamente tutte le opere d’arte conservate in tutti i musei del mondo Su The Last Museum si trovano già 5,8 milioni di opere e l'archivio continua a crescere giorno dopo giorno. L'obiettivo è raccogliere tutta l'arte di tutti i tempi.
Sta per uscire un libro che raccoglie centinaia di schizzi e bozzetti di Yohji Yamamoto ritrovati per caso in un magazzino di Tokyo Si intitola Yohji Yamamoto Drawings, la curatela è di Peter Saville e i disegni sono stati selezionati da Yamamoto in persona.

Generazione Saddam

A Damasco il regime resiste e uccide i giornalisti. È l'ultimo baluardo del potere post-nasseriano

23 Febbraio 2012

Sei anni fa veniva giustiziato Saddam Hussein. Quattro anni fa il colonnello libico Mu’ammar Gheddafi annunciava davanti a una platea di colleghi dittatori che anche loro avrebbero presto fatto la stessa fine – Bashar al Assad, il presidente siriano, rideva. Un anno fa cadevano Mubarak e Ben Alì, poco più tardi è stata la volta dello stesso Gheddafi. Intanto, a Damasco, il regime vacilla ma resiste. E uccide: ieri sono morti a Homs, roccaforte dei ribelli assediata dall’esercito di Assad, l’americana Marie Colvin del Sunday Times e il fotografo francese Remi Ochlik.

Sul numero 6 di Studio, che trovate in edicola, abbiamo dedicato un ampio articolo a questa generazione uomini forti d’Arabia spazzati dalla storia, corredato da un portfolio fotografico di Giovanna Silva da Baghdad. Ecco un estratto:

La stanza è enorme. La sovrapposizione degli spazi vuoti con elementi sovraccarichi – chilometri di parquet chiaro e lucido senza un singolo mobile, un lampadario in plexiglass di dimensioni mastodontiche – è una caratteristica ricorrente nell’architettura moderna del Medio Oriente. Nell’osservatore occidentale genera un miscela di horror vacui e repulsione del kitsch che bene si addice all’irrequietezza che si respira nell’aria in queste ore. Siamo nella sala conferenze dell’Ebla Cham Hotel di Damasco, 29 marzo 2008: è da poco iniziato il vertice della Lega Araba, un summit fallito prima ancora di cominciare, boicottato da dieci dei ventidue capi di Stato e di governo invitati. La questione che divide il Medio Oriente, in questo frangente, sono le ingerenze plateali da parte della nazione ospitante, la Siria, ai danni di un piccolo Paese vicino, il Libano, che sta attraversando una difficile fase di transizione.

Quando arriva il suo turno, tuttavia, il colonnello non sembra interessato alla questione che sta mandando gambe all’aria il vertice. Piuttosto, ad attanagliare Mu’ammar Gheddafi sono le morti, non particolarmente recenti, di due altri uomini forti del Medio Oriente: Yasser Arafat, che si è spento all’età di 75 anni all’ospedale Clamart di Parigi nel novembre del 2004, e Saddam Hussein, giustiziato tramite impiccagione in una base militare a Baghdad il 30 dicembre del 2006.

Il colonnello sale sul palco – indossa un vistoso caftano di seta lucida, sul capo un semplice zuccotto nero – e apostrofa i colleghi con la consueta veemenza retorica: «Per Allah, non ha alcun senso, non è accettabile». Comincia con la solfa della Palestina e delle teorie complottiste che vorrebbero Arafat, cui si riferisce con il nome di battaglia Abu Ammar, avvelenato dalla Cia o forse dal Mossad: «È rimasto imprigionato per diversi anni e voi che cosa avete fatto? Siete rimasti a guardare! Si era detto che la Lega Araba avrebbe sospeso le riunioni senza il fratello Abu Ammar e invece quanti vertici ci sono stati senza di lui? Alla fine avete permesso che lo avvelenassero. Perché il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non ha aperto un’inchiesta internazionale sull’assassinio del fratello Abu Ammar?»

La stessa domanda vale anche per il despota iracheno. «Perché nessuno ha aperto un’inchiesta sulla morte di Saddam Hussien? Come può un prigioniero di guerra – il presidente di un Paese arabo e anche un membro della Lega araba – essere appeso alla forca senza che nessuno dica nulla? Non è questa la sede per discutere la politica di Saddam Hussein o dei dissensi che ho avuto con lui, del resto siamo tutti in disaccordo qui dentro e nulla ci accomuna se non questa sala. Ma domandiamoci, perché non ci sarà un’inchiesta sull’assassinio di Saddam Hussein? Ah, se solo sapessimo usare contro i nemici la ferocia che utilizziamo tra noi stessi!».

Risatine malcelate si diffondono nella stanza. Il colonnello, sul punto di perdere le staffe, incalza i colleghi: «C’è una potenza straniera che invade una nazione araba, impicca il suo presidente e tutto quello che riuscite a fare è stare a guardare e ridere?»

La telecamera inquadra il padrone di casa Bashir Al-Assad, che a questo punto non si preoccupa di nascondere la sua ilarità. Sta ridendo anche il presidente algerino, Zine El Abidine Ben Ali. Tra la delegazione egiziana, composta di funzionari di profilo medio-basso inviati da Hosni Mubarak in uno smacco a metà nei confronti della Siria, qualcuno mastica annoiato una gomma americana, qualcun altro scuote la testa con aria di superiorità.

Il colonnello fa una pausa: «Ascoltate, l’America ha combattuto al fianco di Saddam contro Khomeini. Erano amici, Cheney era amico di Hussein. Rumsfeld, il segretario della Difesa statunitense al tempo in cui è stato distrutto l’Iraq, era un buon amico di Saddam Hussein. Ma alla fine lo hanno venduto e lo hanno appeso alla forca». Poi fissa i suoi interlocutori negli occhi, uno ad uno: «Ognuno di voi potrebbe essere il prossimo».

Il colonnello aveva visto lontano. Saddam Hussein non era che il primo di una lunga serie di caudillo mediorientali che oramai appartiene al passato: una generazione, di cui lo stesso Gheddafi faceva parte, di leader carismatici dagli umili natali, legati a doppio filo con le Forze Armate e giunti al potere grazie alle rivoluzioni – laiche, socialiste, nazionaliste – ispirate negli anni Sessanta e Settanta dalla figura di Gamal Abdel Nasser, padre del terzomondismo moderno e del movimento pan-arabo. «Uomini forti della vecchia scuola nazionalista», come li ha descritti Mohammad Bazzi, studioso di affari mediorientali per il Council of Foreign Relation di New York . Bazzi la chiamava «generazione Gheddafi», la si potrebbe chiamare «generazione Saddam», quello che è certo è che un’epoca si è conclusa (…)

[Testo e fotografie tratti da: “Generazione Saddam. Patria, Allah e Sviluppo: architettura del potere post-nasseriano”,  Studio n.6]

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