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19:21 mercoledì 17 giugno 2026
Un videogioco in cui si gioca a nascondino ha venduto tre milioni di copie in appena una settimana Si intitola Meccha Chameleon e, oltre ad aver venduto tre milioni di copie, è diventato popolarissimo anche su TikTok, Twitch e YouTube.
Ormai gli affitti a New York sono così alti che diverse donne, pur di non lasciare la città, stanno andando a vivere in convento con le suore D'altronde, in una città in cui l'affitto medio è di 3600 dollari, se non ci si affida alla Divina Provvidenza è difficile davvero sopravvivere.
In Corea del Sud sono sempre più diffusi i “siti dopaminici”, cioè siti in cui fingi di comprare cose solo per far provare al cervello il piacere dell’acquisto Siti in cui si ordina cibo da ristoranti inesistenti o vestiti da negozi inventati. Tutto per avere quella scarica dopaminica senza spendere soldi.
In Antartide non ha mai fatto tanto caldo come nell’ultimo mese e gli scienziati dicono che la situazione ormai è «assolutamente pazzesca» Ci sono due gradi in più del precedente massimo registrato. La neve che copre il terreno si scioglie. In cima ai ghiacciai piove invece di nevicare.
La FIFA vuole coprire tutti i loghi dei brand con cui non ha accordi commerciali negli stadi del Mondiale, ma di questi loghi ce ne sono troppi e non ci sta riuscendo E dove ci è riuscita ha ottenuto un discreto effetto comico, come nel caso del telo bianco messo a coprire il logo Levi's al Levi’s Stadium di Santa Clara.
Nel loro concerto a Bologna i Kneecap hanno fatto salire sul palco Jose Nivoi del Calp per parlare del blocco con cui i portuali vogliono fermare le armi dirette in Israele Il sindacalista e attivista del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali ha anche annunciato un grande sciopero internazionale per ottobre, «a sostegno del popolo palestinese. A sostegno del popolo libanese. A sostegno di Cuba. Contro gli oppressori e contro gli imperialisti».
Le maglie da calcio più desiderate di questi Mondiali costano soltanto 50 dollari, raccontano New York e sono un’idea di Mamdani Sono state disegnate da un'artista di Brooklyn e realizzate da una piccola azienda famigliare di Bed Stuy. Una risposta al costosissimo merchandise ufficiale del Mondiale.
Un regista ha deciso di distribuire il suo primo film esclusivamente in videocassetta per protestare contro l’AI È la prima volta che succede in 22 anni. Il film si intitola This is How the World Ends e lo ha diretto Robert dos Santos.

Solo Gabry Ponte può sbancare l’Eurovision

La sua "Tutta l'Italia" è nata come jingle sanremese, poi è diventata tormentone, adesso ha vinto Una voce per San Marino. Andrà all'Eurovision e, chissà, magari vincerà pure quello.

07 Marzo 2025

«Perché lo show quando inizia e quando finisce lo decido io, e quello che sei lo ha capito tutta Italia» dice Ilary Blasi durante una lite al Grande Fratello VIP 3 a Fabrizio Corona. “Tutta Italia” è un’espressione che abbonda negli studi di Canale 5 e non solo, è un vezzo mediatico molto novecentesco ma è anche efficace iperbole nazionalpopolare, meglio ancora se accompagnata dal gesto che si fa con l’indice che gira in verticale. Che Carlo Conti fosse un demone della televisione si sapeva, che questo demone si sarebbe alleato con uno dei padri fondatori della dance italiana non lo si poteva prevedere: e dunque, tautologicamente, quale posto migliore per dire che tutta l’Italia sta guardando, cantando, gioendo, se non il programma su cui si basa la nostra cultura di massa?

Tutta l’Italia, tutta l’Italia, tutta l’Ita-li-a

A Sanremo 2025 c’è un solo grido, e quel grido è Gabry Ponte. Tutta l’Italia, tutta l’Italia, tutta l’Ita-li-a, ripete ossessivamente il jingle che ha come scopo quello di fomentare a dismisura il patriottismo canterino. Ora che Sanremo è alle spalle, si avvicina il cosiddetto richiamino della settimana sanremese, la manifestazione che fa da palliativo tra un Ariston e un altro: il baraccone dell’Eurovision.

Nei Giochi Senza Frontiere in versione Spotify, ora che l’entusiasmo per la bandiera blu con le stelline gialle va pericolosamente scemando, dovrebbero scendere in campo le eccellenze di ciascun paese dell’Unione, un presupposto che dà molto su cui riflettere se consideriamo il livello musicale della manifestazione. Difatti, tolti i vari totocugnismi, a noi italiani, da tradizione, non ce ne è mai importato granché di un evento che catalizza così tanto cattivo gusto in un minuscolo spazio vitale, avendone già uno nostro che fa la stessa cosa e pure meglio (Sanremo, appunto). Poi sono arrivati i Maneskin  e da allora ci interessa sapere non solo chi va al fronte dei nostri migliori soldati forgiati dalla kermesse – Olly, sapientemente, ha disertato, perché col cavolo che legge gli editoriali di Scurati sul riarmo dell’Occidente – ma anche chi viene mandato dalla graziosa e combattiva Repubblica di San Marino, con il suo contest parallelo Una voce per San Marino, la cui finale è in programma per l’8 marzo.

Poteva questa occasione primaverile di cosmopolitismo forzato diventare più kitsch di così? Dubito, ma del resto quando c’è da coprirsi di ridicolo, noi italiani siamo sempre in prima linea, anche se si tratta di offendersi per una canzone in cui si dice «No stresso, no stresso, no need to be depresso» spacciandola per lesa maestà della nostra tradizione – eh ma quanto è buono il nostro caffè? Solo in carcere ‘o sann’ fa’. E qui arriviamo al punto. Gabry Ponte, escluso dalla competizione che porta al palco dell’Eurovision ma autore del frammento musicale sul quale si è fondata questa edizione di Sanremo – non me ne vogliano i cantautori che vogliono tanto bene alla mamma – è il candidato favorito per vincere il concorso di ripescaggio e andare a Basilea a portare alto il nome di questo Paese, cioè l’Italia, non San Marino.

Gabry Ponte, arcitaliano

Altro che Lucio Corsi e altro che estetica rohrwacheriana, ali di farfalle, Piccolo Mondo Antico e stazione di Bolo. All’Eurovision del 2025, in questo clima disteso da Terza guerra mondiale, chi altro se non l’uomo che ha esportato il meglio della nostra indole discotecara può non solo rappresentarci, ma anche vincere con la sua hit techno-taranta infarcita di luoghi comuni e stereotipi? Gabry Ponte, un volto forgiato dal palinsesto anni Novanta di Italia 1 sul calco di un personaggio di Dragon Ball. L’autore di una delle canzoni più famose del mondo, “Blue” degli Eiffel 65, con cui hanno ballato generazioni di giovani tanto spensierati da aver superato con disinvoltura persino quelli degli anni Ottanta, quelli del riflusso in termini di disimpegno e disinteresse. I veri figli dell’Unione europea, che col trattato di Maastricht ci si lavano le mani ma che con l’InterRail e l’Erasmus ci fondano le classi dirigenti. Gabry Ponte è l’artista su cui bisogna puntare, un uomo che se fosse un oggetto sarebbe uno scivolo all’Aquafan di Riccione, e se fosse un alimento sarebbe un quattro bianchi alla fragola con cannucce fluorescenti del Papeete, un manifesto vivente di italianità. Insomma, Gabry Ponte è senza ombra di dubbio, prima ancora di partecipare, il soldato di cui la nostra povera patria necessita per trionfare anche in quel contesto di caos multiculturale e kitsch che è l’Eurovision.

Del resto, su cosa si fonda la nostra identità se non sull’egemonia tamarra, coatta, zarra o come la vogliamo chiamare, quella dei figli di Pitagora, come cantava Little Tony diretto dal maestro Ponte, o quella de “L’Amour Toujours”, un brano che, per restare nella tradizione italodance, spinge chiunque a mettersi la mano sul cuore, stringersi a coorte e dichiararsi pronti alla morte. Inutile opporsi alla supremazia culturale di un pezzo di Paese fatto di Punto con i fari blu montati sotto la carrozzeria e il subwoofer che pompa nelle casse, inutile credere che non siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni dei ragazzi col borsello e i motorini impennati, perlopiù in questa epoca di nostalgia in cui persino la moda Y2K, con tutta la sua sgraziata bruttezza provinciale, è tornata alla ribalta.

È arrivato il tempo di scendere in campo con il nostro cavaliere torinese, quello che neanche dieci anni fa ci regalava l’inno del boomerismo da Facebook in versione dance, Ma che ne sanno i 2000, manifesto passatista di clichè, e che venti anni fa ci dava la possibilità di godere di remix del calibro di “Geordie” o “Dragostea Din Tei, colonne sonore di sabati pomeriggi in sala giochi, di feste di compleanno delle medie, di autoscontri estivi e cappellini A-Style. Facciamo vincere l’Eurovision a Gabry Ponte, così dopo “Tutta l’Italia”, finalmente, avremo anche “Tutta l’Europa”, per la gioia di Mazzini.

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E ci è riuscita né con la trama né con la regia, ma facendo a pezzi l'archetipo del bad boy, del maschio tossico che così tante serie tv ci hanno propinato in questi anni. E usando in modo furbo la nostalgia Y2K.