Una veduta aerea delle persone riunite all'interno dei cerchi dipinti sull'erba per incoraggiare il distanziamento sociale a San Francisco, in California, il 22 maggio 2020 (foto di Josh Edelson / AFP) (Foto di Josh Edelson/Afp via Getty Images)

Attualità | Coronavirus

Fase 1 o fase 2: da che parte stare?

C'è chi già prova nostalgia per la reclusione e chi invece non vedeva l'ora di ricominciare. Dimmi la tua fase e ti dirò chi sei.

di Letizia Muratori

Ogni tanto, in pieni anni Ottanta, qualcuno se ne usciva, sempre un po’ a caso: «Ti ricordi i tempi dell’Austerity?». Chi li aveva vissuti faceva la smorfia complice e sospirante delle cose andate perdute per sempre. Alla smorfia seguivano ricordi frammentati di bici e gonne jeans. Dall’Austerity se ne venne fuori, l’impatto che lo shock petrolifero del ’73 ebbe sulle persone comuni non è paragonabile a ciò che ci è accaduto negli ultimi mesi, eppure c’è chi, e non sono pochi, ha vissuto la Fase Uno tipo Austerity: una curiosa parentesi. Intendiamoci, prima che qualcuno si incazzi, non sto dicendo che in certe teste, improvvisamente a forma di casetta col comignolo fumante, non ci fossero anche preoccupazione e sgomento di fronte ai morti, ai posti di lavoro persi ma, tutto sommato, isolati e al sicuro, non si stava poi tanto male.

Ricordo (che sollievo ricominciare a produrre di nuovo passato) i primi indizi di questa mutazione, frasi sibilline, spesso oniriche: «Ieri ci siamo guardati negli occhi fino alle due notte, senza più bisogno di parlare», «Tornavo in una casa dove ho vissuto malissimo, ma in sogno ero felice di essere lì e avevo una civetta sulla spalla». Presagi, sensazioni di pienezza quasi inconfessabili, telepatiche, ma per fortuna dalle civette sulla spalla si è passati in un attimo alla certezza, sfacciata: «Io sto benissimo, e tu?» «Ti dico la verità, da dio». Per carità, c’era anche chi si dichiarava sfinito dalle incombenze quotidiane, dalla scuola on-line, chi non sapeva più come intrattenere i bambini, ciò non toglie che fosse un po’ mutato quando diceva d’essersi astratto durante una giornata infernale: era lì, ma anche altrove.

Forse una pausa serviva a tutti. La famosa pausa di riflessione che si impongono le coppie in crisi stavolta non era il solito pretesto per lasciarsi, ma l’occasione di riscoprire un compagno di vita ideale: noi stessi. Perfino in mezzo a un casino di figli, cani e aspirapolveri, ci sentivamo soli, astratti: noi stessi. Ora, chi mi conosce, può immaginare quanto mi piacessero certe riscoperte della Fase Uno, quel coltivarsi e assaporare valori e sapori autentici. Proprio non mi appassionavano certe giornate eucaristiche che giravano tutte intorno al rito della panificazione. Mi allarmava il rischio che le donne – da donne che erano –  si trasformassero tutte in donna Rachele: robuste massaie, felici di ingrassare. Che dire, poi, del culto, in questo caso etereo, del cesto di vimini portato al gomito e del largo cappello di paglia? Certe vispe donzelle uscivano continuamente a fare mazzetti di fiori primaverili da postare su Instagram. La reazione bucolica alla pandemia, in stile Maria Antonietta, mi lasciava perplessa, a tratti perfino ammirata: ma dove lo trovavano il tempo? Io uscivo e stavo ovunque ore in fila.

Forse una pausa serviva a tutti. La famosa pausa di riflessione che si impongono le coppie in crisi stavolta non era il solito pretesto per lasciarsi, ma l’occasione di riscoprire un compagno di vita ideale: noi stessi

Al tempo stesso, non faccio testo perché, oltre a essere inetta, sono in Fase 1 da una vita. Passo lunghi periodi in casa senza vedere nessuno, lavoro isolata, però, quando mi ci hanno rinchiusa, mi sono sentita una povera idiota che non aveva vissuto abbastanza, che si era persa tanto convinta d’avercelo sempre lì, a disposizione, come un corteggiatore respinto. Impermeabile alla mutazione in corso che stava contagiando quasi tutti quelli che conoscevo, sognavo solo di evadere dal monolocale al pianterreno in cui vivo, intrappolata tra un garage e una cantina. Volevo uscire, agognavo la Fase 2, ma per fare cosa? Tutto, anche un corso di Salsa. Con la mascherina, a distanza, ingoiando il telefonino in modo che le autorità competenti mi potessero sempre e comunque tracciare, mi proiettavo nel futuro ballando sulle note di un ritmo latino: patetica, ma un po’ più viva di prima.

E il punto che mi accumuna alle Marie Antoniette, come a chi si è goduto finalmente una vacanza da un luogo di lavoro, è proprio questo: la voglia di sentirsi vivi. E pazienza se sembra il verso di una canzone che non farebbero più vincere nemmeno a Sanremo, è così. Con il senno di poi ho capito che non c’erano poi tante differenze tra le persone, provavamo sentimenti analoghi, ma durante il lockdown non facevo che tempestare di domande gli altri, quelli che parevano spassarsela alle mie spalle. Che ci trovavano di bello? A parte fare a gara di pagnotte, tirare pasta all’uovo, dedicarsi a piatti elaborati della tradizione, a parte spargere concimi o, viceversa, concedersi il lusso dell’ozio fissando il profilo di una macchia d’umido sul soffitto, a parte tutto: cosa c’era da imparare in Fase 1? Perché a vari livelli circolava il messaggio istruttivo: Non sprechiamo questi momenti d’oro, ricordiamoceli quando saremo di nuovo là fuori.

Una delle risposte che ricevevo, la più comune era: «Stiamo imparando a fare a meno di tutto, per tornare all’essenziale». Insomma – pensavo – non si può fare a meno di tutto quando si ha in programma di cucinare il sartù di riso e, il giorno dopo, il pasticcio di maccheroni. Personalmente, accaparrarmi un panetto di burro era diventata un’avventura da borsa nera, e ammetto che il ruolo di vedova in tempo di guerra che mi imponeva la quarantena un po’ mi piaceva. La lezione del tornare all’essenziale, invece, non mi sembrava molto messa in pratica, forse era un problema di trasmissione: i vari maestri, e ne erano spuntati a dozzine, si spiegavano male.

La lezione del tornare all’essenziale, invece, non mi sembrava molto messa in pratica, forse era un problema di trasmissione: i vari maestri, e ne erano spuntati a dozzine, si spiegavano male

Di fronte a queste incertezze, legittime perplessità, qualcuno, particolarmente paziente, mi consigliava di andarmi a rivedere La grande estasi dell’intagliatore Steiner. Nel monologo sul niente c’era il segreto dell’attrazione che si prova per la Fase Uno: Niente sole, niente cultura, io nudo sopra un’alta roccia, senza tempeste, senza neve, senza banche, senza tempo e senza respiro. Allora sicuro non avrei più paura… Con tutto il rispetto, e la sconfinata ammirazione, nelle condizioni in cui eravamo non mi sembrava il caso di affidarsi a quel pazzo di Herzog per uscirne.

Nel mare largo dei fautori della Fase 1 cospirava una sottospecie che non osavo interpellare: non c’erano i presupposti per avviare una discussione, semmai una rissa. Mi riferisco a quei fanatici, che rinchiusi nelle loro abitazioni, facevano il tifo per la Natura che si vendica. Postavano video di scogliere, rocce, luoghi deserti e mareggiate, scenari potenti e incontaminati sempre contrappuntati dalla musica di Enya. Con la Natura che si vendica era tornata anche lei. Ce l’eravamo cercata, ce lo meritavamo, ecco cosa capita a chi non ascolta la voce della Natura. Cosa? – mi chiedevo – cosa ci eravamo meritati: quella lagna di Enya? Ma si sa che il cattivo gusto della Terra, intesa come una divinità, ha sempre un tocco celtico. Di tutto mi si può accusare tranne di essere una negazionista climatica, ma il mantra magico religioso della Natura giustiziera mi pareva un insulto al pensiero ecologista.

Ce l’eravamo cercata, ce lo meritavamo, ecco cosa capita a chi non ascolta la voce della Natura. Cosa? – mi chiedevo – cosa ci eravamo meritati: quella lagna di Enya? Ma si sa che il cattivo gusto della Terra, intesa come una divinità, ha sempre un tocco celtico

A proposito di musica: potevo provare a cantare a squarciagola, senza vergogna e senza paura. Anche volendo, non avevo un balcone da cui esibirmi, e dalle mie parti era impossibile farsi largo e superare il volume di certe cavalcate liriche che provenivano dai piani alti. Verdi, Puccini, Wagner: dalle due del pomeriggio in poi era un continuo. Mi sarebbe andato anche bene, se non fosse che verso le nove di sera, digerendo ravioli di pesce spada fatti in casa, qualche torturatore acustico mi imponeva pure Keith Jarrett.

Sarà anche per via dell’ubicazione del mio appartamento, ma più che isolata io mi sentivo schiacciata, sopraffatta dal vicinato. In Fase 2 lo avrei detto, ah sì: Keith Jarrett era un punto all’ordine del giorno da sottoporre all’assemblea: mai più. Che l’amministratore lo valutasse per la prossima riunione di condominio: appuntamento mondano che ormai attendevo con ansia. Negli Stati Uniti profondi, dove vive metà della mia famiglia, intrattenersi in Fase 1, o nel suo equivalente americano, era un gioco da ragazzi. Stiamo parlando di fuoriclasse dell’isolamento con hobby. Che c’era di strano, di nuovo, nello starsene in casa, lavorando su se stessi? E non era forse appagante passare un pomeriggio a fare pot-pourri? Origami con i dollari? Non ne ero capace? Escluso, tutti sono capaci di fare tutto, seguendo un tutorial.

Dovevo smetterla di piangermi addosso e approfittarne per fare cose che non avevo mai fatto prima. Tipo? Un puzzle. Come Matias Perdomo, lo chef che in lockdown non ha illustrato ricette a nessuno ma si è rivelato un genio dell’umorismo, trovavo l’idea del puzzle comica. Allora potevo sfogarmi saltando a corda. Il puzzle e la corda mi facevano venire in mente solo tentativi falliti di suicidio, alla Harold e Maude. Perché, se mi mancava tanto la socialità, non partecipavo agli aperitivi su Zoom? Perché non davo, come alcuni miei colleghi, consigli di lettura? Premesso che li amo moltissimo, indistintamente, evadere per qualche giorno da certi rituali e doveri di colleganza era un diritto che stavano esercitando un po’ tutti, e non vedo perché solo io dovessi privarmene.

Senza contare che avevo la ricrescita e non trovavo la mia tinta, scrivevo mail strazianti al servizio clienti di Schwarzkopf come fosse il mio amico di penna. Ma dovevo approfittarne – ancora –  per diventare bianca, una bella signora elegante. Peccato che nel mezzo ci fosse la fase, impossibile da superare, della strega tabagista. Così mi truccavo, mi davo un’aggiustatina quando videochiamavo amici e parenti lontani. A fine restauro, mi specchiavo: ero allisciata come un gatto che si è appena fatto la toletta.

Cosa c’era da imparare, quale era la lezione? Io volevo solo uscirne. Quando l’agognata Fase 2 è arrivata, mi sono ritrovata là fuori a inveire contro chi non indossa le mascherine. Allora è successo anche a me, sono mutata in ritardo, ma ce l’ho fatta: dal mio monolocale al pianterreno, ho attaccato a cantare «Nostalgia, nostalgia canaglia», senza pensare razionalmente a Romina e Al Bano ma, sentimentalmente, a mia madre che una mattina d’aprile, in terrazza, commentava: «Però, che bell’aria, sembra quasi di stare al mare». Quasi: questa è la lezione. In certi momenti ingannevoli e miti, di pace, momenti che te ne ricordano altri, forse si ha sempre voglia di tornare.

P.s. Se non siete convinti che la Fase 1 ci abbia lasciato qualcosa in eredità, vi segnalo un annuncio che ho letto in giro di recente: «A chi fosse interessato, cedo 150 grammi di lievito madre».

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