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16:54 mercoledì 15 luglio 2026
Peppa Pig ha rivelato a Pitchfork cosa pensa delle popstar e una popstar in particolare non l’ha presa bene È la stessa popstar che sette anni fa espresse una controversa opinione su Peppa Pig. Evidentemente, i maiali hanno la memoria lunga.
Qualcuno sta lasciando dei campioni di droga “omaggio” nelle cassette della posta di Berlino Se hai una casa a Berlino potresti trovarti recapitato un pacchetto contenente cocaina, ketamina, ecstasy, erba o hashish. Che tu lo voglia o meno.
Nel primo trailer The Shards c’è tutto quello che ci si aspetta da una serie di Ryan Murphy tratta da un romanzo di Bret Easton Ellis: giovani bellocci, sesso, droga e «una bella storia di formazione» La serie arriverà in Italia il 6 agosto, sarà disponibile su Disney+, avrà dieci episodi che usciranno uno alla settimana, il giovedì.
È stato creato un archivio online che raccoglie e fa ascoltare le radio digitali indipendenti di tutto il mondo Si chiama Community Radio Index, per il momento raccoglie 300 stazioni e ce ne sono anche un bel po' italiane.
Tende improvvisate, alberi finti, giungle mobili e tutte le altre stranezze contenute nel piano nazionale anticaldo in Olanda L'unica vera soluzione a lungo termine presente nel piano, però, resta investire negli spazi verdi, in parchi e giardini pubblici.
Gli scienziati hanno trovato un nuovo tipo di zucchero nello spazio profondo e questa scoperta potrebbe aiutarci a capire l’origine della vita sulla Terra Si chiama eritrulosio ed è lo stesso zucchero che si trova nei lamponi, nel mais e negli autoabbronzanti.
Dal primo trailer di Digger, una cosa si capisce chiaramente: anche Alejandro González Iñárritu non ne può più dei miliardari Nel film Tom Cruise interpreta anziano miliardario egocentrico e scurrile la cui compagnia petrolifera provoca "accidentalmente" un'eco-catastrofe. Più chiaro di così.
Le proteste contro i data center si stanno facendo sempre più diffuse, radicali e partecipate in tutto il mondo Le prime proteste si sono registrate negli Stati Uniti. Poi sono arrivati movimenti anche in Inghilterra e Olanda. E adesso si inizia a protestare anche in Italia.

Come abbiamo fatto a non accorgerci che Facebook legge i nostri messaggi

Le ultime dichiarazioni di Zuckerberg confermano l'esistenza di un problema: non tanto Facebook quanto l'incapacità di non aver saputo prevedere tutto questo.

05 Aprile 2018

Cinquanta milioni? Magari. Il numero di utenti di cui Cambridge Analytica ha tracciato il profilo psicologico grazie ai dati ricavati da Facebook sono molti di più. «Le persone che in teoria potrebbero essere state raggiunte dai messaggi inviati dalla data company britannica sono circa 87 milioni», ha affermato Mark Zuckerberg. La «stima in eccesso» – così l’ha definita il fondatore del social network – ha già fatto il giro del mondo. Ma, per quanto aggravi l’ormai arcinoto “Facebook Gate”, probabilmente non è la rivelazione più significativa delle ultime ore.

Nell’intervista che ha rilasciato a Ezra Klein per Vox, Zuckerberg fa un’ammissione cruciale che pochi hanno notato: Facebook “legge” tutti i messaggi che gli utenti si scambiano via chat, e cioè anche attraverso l’app Messenger (1,3 miliardi di utenti attivi al mese). Detto con le parole di un portavoce di Messenger citate dal DailyMail: «Quando invii una foto i nostri sistemi automatici eseguono una scansione, utilizzando tecnologie di corrispondenza, con l’obiettivo di rilevare immagini relative allo sfruttamento dei minori; quando invii un link facciamo lo stesso per rintracciare malware o virus». Tradotto: il social network conosce e memorizza tutto ciò che ci condividiamo tra noi, anche da utente a utente. Dalle conversazioni più piatte a quelle più intime e personali.

Zuckerberg ha spiegato che questo sistema di scansione automatica dei messaggi, in tutto simile a quelli che riguardano altri ambienti e strumenti della piattaforma, è servito per esempio a bloccare l’invio di messaggi sensazionalistici sulla pulizia etnica in Myanmar. «In un caso come questo – ha commentato – i nostri sistemi riescono a rilevare che cosa sta succedendo». L’azienda, interpellata da Bloomberg, ha poi specificato che i dati ricavati dalla “lettura” dei messaggi privati non sono utilizzati per la profilazione degli utenti a fini pubblicitari: «Facebook ha progettato questi strumenti automatizzati al fine di interrompere rapidamente comportamenti abusivi sulla piattaforma». Ma c’è chi sostiene il contrario. Come Kevin Chastain, un cittadino statunitense che ha twittato: «Stavo messaggiando con mia moglie sulla cena di stasera e ho menzionato un particolare posto su Messenger, poi ho aperto Facebook per vedere un annuncio su quello stesso ristorante. Spaventoso!».Insomma, sembra che le dichiarazioni di Zuckerberg & co. per salvare la reputazione di Facebook non facciano altro che spargere benzina sulle fiamme. E ogni giorno analisti politici e grandi giornali non mancano di sottolinearlo. Eppure, la questione è più complessa e ora prendersela con il social network non basta.

Chiaramente la scansione della chat ha pesanti implicazioni, soprattutto nel caso in cui fosse sfruttata anche a fini pubblicitari. Ma in questi giorni di motivata frenesia anti-Facebook, spesso si dimentica che tutte le altre grandi piattaforme, a cominciare da Google e Amazon, possiedono altrettante informazioni sul nostro conto, ricavate con metodi altrettanto discutibili. Per intenderci: Big G ha sempre scansionato tutti i messaggi inviati attraverso il suo servizio Gmail (circa 270 miliardi nel 2017) e ha sempre attinto a questo enorme giacimento di dati per mostrare i suoi messaggi promozionali agli utenti. Soltanto a giugno dello scorso anno l’azienda ha annunciato di essere intenzionata ad abbandonare questa pratica.

Per quanto grave, va detto che quella di Messenger era una pratica intuibile, se non addirittura prevedibile. E questa consapevolezza dovrebbe spingerci a fare tre semplici considerazioni. Primo: avremmo potuto scoprire la scansione dei messaggi ­(e con essa molto altro) parecchio tempo prima per rivolgere a Mark Zuckerberg domande scomode sulla privacy degli utenti e sul modello di business del social network. Secondo: si chiede a Facebook di fare in modo che i troll russi, i video dell’Isis, i post inneggianti al nazismo e la pornografia spariscano dalla piattaforma, ovvero si chiede a Facebook di controllarci di più; eppure non si specifica mai come, lasciando che il social network faccia da sé, salvo poi scandalizzarsi per la quantità di informazioni che possiede su di noi. Terzo: perché, fino a questo momento, nessuna istituzione, nessun governo, nessun partito si è preoccupato di dare ai colossi digitali delle regole sull’analisi dell’utenza e sull’uso dei big data?

Molti, da Federico Rampini fino a Steven Spielberg, nelle ultime due settimane hanno affermato che Facebook “è al di sopra di ogni regola”. Ma il tema è proprio questo: che non c’è alcuna regola, tanto meno negli Stati Uniti. Il caso di Cambridge Analytica ha aperto il vaso di Pandora, mostrandoci quante controindicazioni possa avere un social network da 2,5 miliardi di utenti, orientato al profitto e basato sull’illusione della gratuità. Allo stesso tempo, però, ci mostra come sia arretrata e assente la politica rispetto a tutto questo. E, anche, come molte delle stesse media company che oggi prendono le distanze si siano schiacciate sulle logiche del social network, credendo che fosse la panacea dei loro mali e non occupandosi criticamente del suo impatti.

Provando per un momento a osservare la vicenda da un altro punto di vista, il vero problema con cui abbiamo a che fare non quindi è quanto sia buono o cattivo Facebook, né se debba esistere o meno, ma la totale assenza di regole al passo coi tempi. Perché Facebook, Google e Amazon sono aziende e come tali vanno controllate e regolamentate. Se crediamo che lo facciano da sole o che si lascino davvero guidare dalla filantropia tecnologica professata dalla Silicon Valley, siamo nel Paese delle meraviglie.

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