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02:57 sabato 15 agosto 2026
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.
Una professoressa universitaria è stata licenziata per aver letto e spiegato ai suoi studenti un racconto di Ottessa Moshfegh È successo a Vinita Prabhakar: Bettering Myself, racconto del 2013 di Moshfegh, le è costato il posto al South Florida State College.
Il nuovo, attesissimo, chiacchieratissimo romanzo di Rachel Cusk che potrebbe come non potrebbe parlare (male) di Natalie Portman Il romanzo si intitola Life of M, e in effetti le somiglianze tra il personaggio M e la persona Natalie Portman sono abbastanza innegabili.

Come abbiamo fatto a non accorgerci che Facebook legge i nostri messaggi

Le ultime dichiarazioni di Zuckerberg confermano l'esistenza di un problema: non tanto Facebook quanto l'incapacità di non aver saputo prevedere tutto questo.

05 Aprile 2018

Cinquanta milioni? Magari. Il numero di utenti di cui Cambridge Analytica ha tracciato il profilo psicologico grazie ai dati ricavati da Facebook sono molti di più. «Le persone che in teoria potrebbero essere state raggiunte dai messaggi inviati dalla data company britannica sono circa 87 milioni», ha affermato Mark Zuckerberg. La «stima in eccesso» – così l’ha definita il fondatore del social network – ha già fatto il giro del mondo. Ma, per quanto aggravi l’ormai arcinoto “Facebook Gate”, probabilmente non è la rivelazione più significativa delle ultime ore.

Nell’intervista che ha rilasciato a Ezra Klein per Vox, Zuckerberg fa un’ammissione cruciale che pochi hanno notato: Facebook “legge” tutti i messaggi che gli utenti si scambiano via chat, e cioè anche attraverso l’app Messenger (1,3 miliardi di utenti attivi al mese). Detto con le parole di un portavoce di Messenger citate dal DailyMail: «Quando invii una foto i nostri sistemi automatici eseguono una scansione, utilizzando tecnologie di corrispondenza, con l’obiettivo di rilevare immagini relative allo sfruttamento dei minori; quando invii un link facciamo lo stesso per rintracciare malware o virus». Tradotto: il social network conosce e memorizza tutto ciò che ci condividiamo tra noi, anche da utente a utente. Dalle conversazioni più piatte a quelle più intime e personali.

Zuckerberg ha spiegato che questo sistema di scansione automatica dei messaggi, in tutto simile a quelli che riguardano altri ambienti e strumenti della piattaforma, è servito per esempio a bloccare l’invio di messaggi sensazionalistici sulla pulizia etnica in Myanmar. «In un caso come questo – ha commentato – i nostri sistemi riescono a rilevare che cosa sta succedendo». L’azienda, interpellata da Bloomberg, ha poi specificato che i dati ricavati dalla “lettura” dei messaggi privati non sono utilizzati per la profilazione degli utenti a fini pubblicitari: «Facebook ha progettato questi strumenti automatizzati al fine di interrompere rapidamente comportamenti abusivi sulla piattaforma». Ma c’è chi sostiene il contrario. Come Kevin Chastain, un cittadino statunitense che ha twittato: «Stavo messaggiando con mia moglie sulla cena di stasera e ho menzionato un particolare posto su Messenger, poi ho aperto Facebook per vedere un annuncio su quello stesso ristorante. Spaventoso!».Insomma, sembra che le dichiarazioni di Zuckerberg & co. per salvare la reputazione di Facebook non facciano altro che spargere benzina sulle fiamme. E ogni giorno analisti politici e grandi giornali non mancano di sottolinearlo. Eppure, la questione è più complessa e ora prendersela con il social network non basta.

Chiaramente la scansione della chat ha pesanti implicazioni, soprattutto nel caso in cui fosse sfruttata anche a fini pubblicitari. Ma in questi giorni di motivata frenesia anti-Facebook, spesso si dimentica che tutte le altre grandi piattaforme, a cominciare da Google e Amazon, possiedono altrettante informazioni sul nostro conto, ricavate con metodi altrettanto discutibili. Per intenderci: Big G ha sempre scansionato tutti i messaggi inviati attraverso il suo servizio Gmail (circa 270 miliardi nel 2017) e ha sempre attinto a questo enorme giacimento di dati per mostrare i suoi messaggi promozionali agli utenti. Soltanto a giugno dello scorso anno l’azienda ha annunciato di essere intenzionata ad abbandonare questa pratica.

Per quanto grave, va detto che quella di Messenger era una pratica intuibile, se non addirittura prevedibile. E questa consapevolezza dovrebbe spingerci a fare tre semplici considerazioni. Primo: avremmo potuto scoprire la scansione dei messaggi ­(e con essa molto altro) parecchio tempo prima per rivolgere a Mark Zuckerberg domande scomode sulla privacy degli utenti e sul modello di business del social network. Secondo: si chiede a Facebook di fare in modo che i troll russi, i video dell’Isis, i post inneggianti al nazismo e la pornografia spariscano dalla piattaforma, ovvero si chiede a Facebook di controllarci di più; eppure non si specifica mai come, lasciando che il social network faccia da sé, salvo poi scandalizzarsi per la quantità di informazioni che possiede su di noi. Terzo: perché, fino a questo momento, nessuna istituzione, nessun governo, nessun partito si è preoccupato di dare ai colossi digitali delle regole sull’analisi dell’utenza e sull’uso dei big data?

Molti, da Federico Rampini fino a Steven Spielberg, nelle ultime due settimane hanno affermato che Facebook “è al di sopra di ogni regola”. Ma il tema è proprio questo: che non c’è alcuna regola, tanto meno negli Stati Uniti. Il caso di Cambridge Analytica ha aperto il vaso di Pandora, mostrandoci quante controindicazioni possa avere un social network da 2,5 miliardi di utenti, orientato al profitto e basato sull’illusione della gratuità. Allo stesso tempo, però, ci mostra come sia arretrata e assente la politica rispetto a tutto questo. E, anche, come molte delle stesse media company che oggi prendono le distanze si siano schiacciate sulle logiche del social network, credendo che fosse la panacea dei loro mali e non occupandosi criticamente del suo impatti.

Provando per un momento a osservare la vicenda da un altro punto di vista, il vero problema con cui abbiamo a che fare non quindi è quanto sia buono o cattivo Facebook, né se debba esistere o meno, ma la totale assenza di regole al passo coi tempi. Perché Facebook, Google e Amazon sono aziende e come tali vanno controllate e regolamentate. Se crediamo che lo facciano da sole o che si lascino davvero guidare dalla filantropia tecnologica professata dalla Silicon Valley, siamo nel Paese delle meraviglie.

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