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L’Alligator Alcatraz di Trump non è durata neanche un anno e non è servita quasi a niente Inaugurata l'1 luglio dello scorso anno, è stata chiusa e sono già iniziati i lavori per smantellarla. Tenerla aperta è costato 1 milione di dollari al giorno.
L’ultimo, ridicolo risultato del sovranismo italiano è Emma, l’AI che dà solo risposte sbagliate e deliranti E stata chiusa cinque giorni dopo il lancio e dopo aver sbagliato a rispondere a letteralmente tutte le domande che le sono state fatte.
C’è un mobile game che ti fa “catturare” i gatti randagi che incontri per strada come i Pokémon in Pokémon Go Si chiama CatchCat e ha anche un archivio, molto simile a un Pokedex, in cui i gatti vengono classificati con statistiche e punti esperienza.
Quello che sta investendo l’Europa è un evento climatico estremo chiamato omega block Si tratta di un fronte di alta pressione intrappolato tra due di bassa pressione. In sostanza, di una "cupola" di aria calda schiacciata sul continente.
Il cofondatore di Wikipedia è stato bannato da Wikipedia perché ha provato a cambiare le regole di Wikipedia senza seguire le regole di Wikipedia Larry Sanger ha proposto una riforma di tutto il sistema dell'enciclopedia online, ma a quanto pare lo ha fatto nella maniera sbagliata.
L’album “perduto” dei Deftones, Eros, è stato pubblicato online dopo 18 anni E i fan si sono divisi, tra chi ha accolto la notizia con entusiasmo e chi si è indignato ricordando la storia tragica che portò alla cancellazione di quel disco.
A Londra hanno dovuto cancellare un evento sul caldo estremo a causa del caldo estremo Un evento in cui il tema era trovare il modo di sopravvivere al caldo estremo senza stravolgere la propria vita quotidiana.
In Tasmania stanno installando un monolite artificiale che sarà la “scatola nera” della fine del mondo e dell’estinzione dell’umanità Funzionerà esattamente come la scatola nera di un aereo, registrando l’apocalisse giorno dopo giorno.

Il Guardian spiega come M5S e Lega hanno preso il potere grazie a Facebook

17 Dicembre 2018

I dati di un report realizzato dal MediaLab di Pisa, insieme all’Università di Milano, mostrano come i contenuti Facebook siano stati cruciali per i risultati politici dei partiti cosiddetti populisti oggi al governo. Il Guardian, che sta dedicando una serie di articoli al populismo europeo, ha descritto i risultati di uno studio che analizza i numeri relativi al coinvolgimento delle migliaia di post scritti, in campagna elettorale, dei sei principali leader della scena politica italiana: la quasi totalità dei 25 filmati, dirette e foto maggiormente diffuse è riconducibile al segretario della Lega Matteo Salvini o al capo politico dei Cinque Stelle Luigi Di Maio.

Il dominio social degli attuali vicepremier è certificato dai 7,8 milioni di like e condivisioni ottenuti dai loro post nei mesi precedenti il voto. Molto distante Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, con i suoi 2,6 milioni, oppure l’ex premier Matteo Renzi (1,5). Il professor Gianpietro Mazzoleni, tra gli autori dello studio, non si mostra stupito delle eccellenti performance comunicative dei partiti anti-establishment, visto che su Facebook e affini «è possibile parlare alla pancia delle persone molto meglio che sui grandi media». I video di Di Maio si differenziano per tono e bersaglio degli attacchi, rivolti principalmente al panorama mediatico e alla corruzione delle altre forze politiche. Tra i 25 post citati, il nome dell’allora segretario del Partito democratico compare una sola volta, quando l’immagine della sua torta di compleanno gli fruttò 63.000 interazioni.

Oltre al M5S, è stata la Lega a capitalizzare la frustrazione: hanno avuto un ruolo fondamentale in questo i filmati di Salvini, come quello trasmesso da un centro di accoglienza, dove il segretario leghista sosteneva che «gli italiani pagano perché i clandestini vogliono mangiare ed esser lasciati in pace». Anche Paolo Gerbaudo, del King’s College di Londra, mette l’accento sulla comunicazione del capo del partito: «Esegue streaming live quasi ogni giorno, trasmette un senso di autenticità». Gli accademici guardano da tempo alla relazione tra movimenti populisti e social network. Alcuni politologi ritengono che questi ultimi incoraggino ulteriormente i leader populisti a puntare sulla retorica rabbiosa, semplificata e che mira a dividere; quel che è accaduto in Brasile o India, dove decine di notizie false sono diventate virali grazie ai messaggi diffusi su WhatsApp, lo testimonierebbe. Altri ricercatori criticano invece le contromisure adottate dalle stesse aziende, soprattutto il cambiamento dell’algoritmo introdotto da Facebook a gennaio; nelle intenzioni, avrebbe dovuto «avvicinare le persone alla politica e consentirgli di essere maggiormente coinvolte». Come dimostra però il caso dei Gilet gialli francesi, organizzatisi proprio sui social, la novità ha avuto esiti diametralmente opposti agli auspici.

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