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SS26, il nuovo singolo di Charli XCX, non è né rock né dance: è moda E anche apocalisse: «Yeah we’re walking on a runway that goes straight to hell», canta Charli nel secondo singolo estratto dal suo nuovo album.
La Corte internazionale di giustizia ha stabilito che da ora in poi il diritto allo sciopero è protetto dal diritto internazionale In particolare, è tutelato dal trattato sulla libertà di associazione del 1948 dell'Organizzazione internazionale del lavoro, firmato da 158 Paesi.
Nel mondo ci sono così pochi ingegneri e ricercatori AI che le aziende di Big Tech li stanno pagando come le superstar dello sport Secondo le stime ce ne sono solo un centinaio in tutto il mondo. E in Silicon Valley sono disposti a spendere qualsiasi cifra per accaparrarseli.
Tra la rassegna Tuttomoretti al Nuovo Sacher e il ritorno in sala di Bianca e La messa è finita, questa si preannuncia come la Nanni Moretti Summer Lui odierebbe questa dicitura, ne siamo sicuri. Però siamo anche sicuri che suona proprio bene.
I fan di SOPHIE stanno costruendo un archivio libero e gratuito per preservare tutta la sua opera L'archivio si chiama Wholenew.world e vuole essere un racconto dei dieci anni di carriera di un'artista che ha cambiato la musica elettronica.
Il video di Itamar Ben-Gvir che tormenta e irride i membri della Global Sumud Flotilla ha unito tutto il mondo nel disgusto A condannarlo sono Francia, Canada, Olanda, Belgio, Spagna, Regno Unito e molti altri, persino gli Stati Uniti e l'Italia.
Succession è finita da un pezzo ma la saga dei Murdoch invece continua: adesso James ha comprato Vox e New York Magazine per farne l’anti Fox News e sfidare Rupert Il valore dell'operazione sarebbe attorno ai 300 milioni di dollari, con Murdoch Jr. che ha detto di voler puntare tutto sul giornalismo di qualità.
Il furto del Louvre, “il furto del secolo”, diventerà un film diretto da Romain Gavras Sarà l'adattamento di un libro-inchiesta che uscirà in Francia il 27 gennaio e che promette di rivelare i contenuti di documenti segretissimi.

Facebook è un problema politico?

L'elezione di Obama, le primavere arabe, poi l'ascesa di Trump, i social media sembrano aver tradito la propria natura "democratica". Zuckerberg nega con forza.

15 Novembre 2016

Era l’autunno del 2008 e tutto il mondo lodava Facebook e Twitter per l’elezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti. I social network, con la loro capacità di connettere gli utenti in ogni angolo d’America, avevano dato un contributo fondamentale a quel movimento dal basso, di sostenitori, finanziatori ed elettori singoli, che aveva portato all’elezione del primo presidente afroamericano. Tre anni dopo, nel 2011, i social erano elogiati ancora una volta per la loro capacità di cambiare il mondo in meglio: senza Twitter e Facebook le primavere arabe, quell’esplosione spontanea di democrazia che ha rovesciato dittatori e regimi, non sarebbero mai avvenute. Ma ora che Obama rischia di vedere completamente obliterata la sua legacy di otto anni, e che il fallimento delle primavere arabe è stato certificato in più modi, i social si trovano dalla parte opposta della barricata. La fiducia nella loro capacità di creare connessioni sincere si è sgonfiata, e gli strascichi della vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane hanno portato con sé un’accusa gravissima: è stata colpa di Facebook.

Da circa una settimana sui media americani e internazionali si discute della possibilità che Trump, con tutti i giornali contro e con una macchina elettorale rudimentale se paragonata a quella di Hillary Clinton, abbia sfruttato l’onda naturalmente populista che si genera sui social, e in particolare su Facebook, per lanciarsi verso la vittoria. Sembra che la dinamica digitale del movimento dal basso si sia rivoltata contro la candidata di Obama, ma qui c’è un’aggravante: Facebook non ha favorito la vittoria di Trump consentendo le connessioni tra entusiasti elettori trumpiani. Piuttosto, ha favorito il proliferare indisturbato di notizie false e tendenzialmente pro Trump – il fronte populista in questa elezione ha avuto un ampio vantaggio in quanto a notizie inventate – annullando gli effetti della stampa negativa che si accumulava contro il candidato repubblicano e cambiando la percezione di migliaia, forse milioni di elettori: se si considera che circa 170 milioni di americani consultano Facebook tutti i giorni e che quasi la metà di loro lo usa come fonte di notizie, il dato non è così improbabile. L’esempio classico di questo dibattito è quello dell’endorsement del Papa per Trump: la notizia “Pope Francis Shocks World, Endorses Donald Trump for President” ha ottenuto a oggi quasi un milione di condivisioni ed è stata vista – presumibilmente – da decine di milioni di utenti; l’articolo che smentiva l’ovvia bufala è stato condiviso neanche 35 mila volte.

US-VOTE-DEMOCRATS-DEBATE

Rifiutandosi di combattere efficacemente le notizie false e le bufale, è il ragionamento, Facebook ha consentito che la disinformazione trumpiana (perché pro Trump, non perché emanante dal candidato, il quale ha comunque detto e diffuso una quantità esponenziale di bugie) snaturasse il corso delle elezioni. È diventato l’agente principale di quell’èra della “post-verità” (copyright Economist) o “post-fattuale” (copyright Farhad Manjoo, columnist tech del New York Times) in cui è valutata non la verità, ma la plausibilità di un’informazione. Se leggo su Facebook che Hillary Clinton è oscuramente implicata in una catena di omicidi (bufala che ha girato in varie forme in questi mesi), e da elettore repubblicano ho una predisposizione a considerare la Clinton un personaggio oscuro e sospetto, non c’è ragione per cui non credere nella notizia e condividerla tra i miei contatti. Come ha raccontato Buzzfeed, in Macedonia degli imprenditori improvvisati che hanno capito come sfruttare le debolezze strutturali di Facebook hanno creato un piccolo indotto delle bufale trumpiane. Si aggiunga l’effetto celebre della bolla dei filtri, quel fenomeno per cui i social network sono architettati per enfatizzare la voce delle persone che la pensano come noi, e il circolo si chiude: bufale trumpiane che si espandono indisturbate tra gruppi sempre più ampi di persone che hanno una predisposizione a credervi. Facebook ha fatto vincere Trump.

Non è così.

Non è così a livello fattuale, perché Hillary Clinton ha comunque vinto il voto popolare, segno che in termini assoluti il predominio della bufala non ha prevalso, e perché, come ha scritto il Washington Post, le elezioni sono state decise da appena 107 mila persone in Michigan, Wisconsin e Pennsylvania: una percentuale della popolazione americana così impalpabile da risultare non identificabile a livello statistico. Prendersela con Facebook perché potrebbe aver spostato qualche centinaio di migliaia di voti – ma perfino qualche milione – equivale a prendersela con i “voti rubati” dei candidati indipendenti: è inutile e controproducente.

In più di un comunicato anche il Ceo Mark Zuckerberg ha negato con forza, in alcuni casi con stizza, l’influenza di Facebook sul risultato elettorale, smentendo le preoccupazioni che alcuni dei suoi dipendenti hanno espresso ai giornali americani. Per la Silicon Valley, élite tecnocratica decisamente liberal che coltiva utopie di miglioramento e interconnessione globale, l’accusa di aver favorito l’ascesa del populista, politicamente scorretto, isolazionista e tecnologicamente analfabeta Trump è la peggiore di sempre, e questo rende comprensibile la reazione di Zuck. Ma guardando un po’ più in là del dibattito post elettorale e della ricerca naturale di un capro espiatorio, a preoccupare Zuckerberg è il fatto che la sua creatura è diventata così grande da andare oltre la sua visione.

Glamour & Facebook Celebrate The Launch Of Women's Initiative For 2016 Election

Nella testa di Zuckerberg, Facebook è sempre stato come il telefono. Uno strumento di comunicazione e di condivisione neutro, che veicola messaggi, link e foto di gattini dalla persona A alla persona B, senza interferire. Non si può dare colpe alle compagnie telefoniche se qualcuno pianifica un omicidio al cellulare. Ma dopo aver subìto l’accusa di aver stravolto il risultato di un’elezione già vinta da Hillary Clinton, sarà quasi impossibile per Facebook mantenere la sua neutralità. Facebook è un operatore politico che prende decisioni politiche. Lo fa da anni e in continuazione: soltanto questa settimana, un’investigazione di Gizmodo ha dato indizi della possibilità che la decisione di non combattere le false notizie sia stata deliberata e volta a placare le accuse conservatrici di “liberal bias”.

Il problema, per Zuckerberg, è che adesso Facebook dovrà iniziare a prendere decisioni politiche trasparenti. Una di queste, semplicemente, può essere continuare a chiudere un occhio davanti alle notizie false. È facilmente giustificabile: la libertà d’espressione va difesa finché non si superano i limiti di legge, e comunque le bufale sono appena l’uno per cento di tutte le notizie pubblicate sul social. Una notizia falsa può essere smentita, ma evitare la sua pubblicazione o cancellarla potrebbe essere considerata una forma di limitazione. La gente ha il diritto di diffondere notizie false sulla sua bacheca senza che un occhiuto censore venga a disturbarla. Questo significherebbe rendere il mondo un po’ più brutto e più assuefatto alla post verità. Ma salverebbe decine di miliardi di dollari di utili l’anno.

L’alternativa è prendersi sulle spalle la responsabilità della verità. Per molti commentatori americani, Facebook dovrebbe diventare una media company, con le stesse responsabilità editoriali di un giornale o di un network televisivo. Dovrebbe cancellare le menzogne quando le incontra e promuovere le notizie vere, dovrebbe dare una direzione ai suoi quasi due miliardi di utenti nel mondo. Che sia scelta l’una o l’altra opzione, o una qualsiasi via di mezzo tra le due, la visione che Zuckerberg ha per Facebook – come di un posto assolutamente libero in quanto pura espressione di sé e al tempo stesso giusto e utopico nella misura in cui l’avanzamento delle interconnesioni aiuta a migliorare il mondo – è tradita.

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