Cultura | Libri

Cosa ci raccontano le schiene

La ricorrenza delle figure di spalle nell'arte secondo Eleonora Marangoni, che nel suo nuovo saggio Viceversa ha raccolto e commentato più di 100 immagini.

di Clara Mazzoleni

20. Stefan Draschan, People Matching Artworks, 2015-2018. Courtesy dell’artista

Che cosa ci dicono una schiena, una nuca, un corpo di spalle? In che modo rappresentare qualcuno di spalle svela una parte segreta delle cose e ne preserva al tempo stesso il mistero? Viceversa, edito da Johan & Levi, è un saggio sulla ricorrenza delle figure di schiena nell’arte. Una collezione di oltre cento immagini a colori accompagnate da un testo ricco di incursioni nella letteratura, nella filosofia e nel cinema. L’autrice, Eleonora Marangoni ha esordito in Francia con un saggio sull’influenza della pittura nella Recherche e pubblicato in Italia Proust. I colori del tempo, dedicato al rapporto tra colore e letteratura. Il suo primo romanzo, Lux, ha vinto diversi premi, tra cui il Neri Pozza, che l’ha pubblicato, ed è stato candidato al Premio Strega dell’anno scorso. Oggi, giovedì 2 luglio, è uscito Viceversa: ne abbiamo parlato con lei.

Ricordo di aver visto alcune delle immagini di cui parli nel tuo libro diversi anni fa, sul tuo profilo Facebook. Come, quando e perché hai cominciato a collezionarle? Ti ricordi qual è stata la prima?
Qualche anno fa mi sono resa conto che molte delle immagini di cui mi ero circondata negli anni rappresentavano figure di schiena. Poster di film, stampe, quadri, vecchie foto comprate al mercatino. E sul comodino perfino i nove racconti di Salinger con la copertina Einaudi con ragazza di spalle disegnata da Ben Shahn. Non so, mi è sembrato il segno di qualcosa. Io per iniziare a scrivere ho sempre bisogno di inseguire qualcosa, anche un’intuizione piccolissima, in quel caso la scintilla è stata quella. Diciamo che sapevo di amare le figure di schiena, ma fino ad allora non mi ero resa conto che avessero tanto posto nella mia vita! Così da quel giorno ho cercato di dare un ordine a quella piccola ossessione, e da lì è nata l’idea di questo saggio. Io per lavoro ho spesso a che fare con le immagini. Uno dei grandi cassetti delle mia vita oggi è la cartella dei download sul computer: riguardando quella si possono capire molte cose. Fasi estetiche, evoluzioni del gusto, immaginario di riferimento. È una sorta di tumblr personale. Sono andata a guardare lì dentro e ovviamente c’era un mondo. Anni di nuche, frames di spalle, foto di persone di schiena. È da lì che sono partita all’inizio. Non sapevo esattamente dove questa cosa mi avrebbe portato, cercavo un filo rosso diciamo.

Il libro contiene più di 100 immagini. Ce n’è una che riusciresti a definire la tua preferita o la più significativa di quello che per te questo genere di immagini rappresenta?
La Flora di villa Arianna, con cui si apre il primo capitolo, per me resta un punto di partenza importantissimo. È un affresco di epoca romana,  oggi conservato al museo Archeologico di Napoli. È una delle primissime immagini totalmente di schiena dell’arte occidentale: la prima disubbidiente della storia. Un ponte ideale tra il mondo tutto di profilo degli antichi egizi e il Trecento italiano, in cui le prime figure di spalle fanno la loro comparsa. Come cerco di spiegare nel libro, le figure di schiena non sono tutte di schiena per la stessa ragione: alcune ci voltano le spalle per sedurre/lasciarsi ammirare (la retorica ottocentesca ma anche le immagini di nuche su Instagram), altre per contestazione sociale/ricerca antropologica (i veteranos di Santiago Sierra o, anche se tutto un altro modo, i maliani rappresentati da Malick Sidibé), altre ancora per distrazione, perché sono assorbite in qualcosa (contemplazione del paesaggio, come il “Viandante sul mare di nebbia” di Caspar Friederich e tutte le rückenfiguren che a lui derivano). La Flora è stata dipinta come decorazione del cubicolo di una villa romana, in un ambiente riservato alle donne. Insieme a lei sui muri erano rappresentate Medea, Diana e Leda. Loro sono di fronte, o al massimo di profilo. Flora è l’unica di schiena: non perché sta riflettendo sull’infinito o sulla condizione umana. Semplicemente perché sta raccogliendo fiori indisturbata, e si è “dimenticata” di girarsi verso di noi. Nel I secolo! Imbattibile.

La Flora è un affresco proveniente da Villa Arianna, rinvenuto durante gli scavi dell’antica città di Stabiae, odierna Castellammare di Stabia
24. Alinka Echeverría, The Road to Tepeyac #20, #137, 2010. Courtesy dell’artista. © Alinka Echeverría. All Rights Reserved
Davide Annibale, Ladies of Liberty, 2015. Fotografia scattata il 20 novembre 2015 a bordo dello Staten Island Ferry, courtesy dell’artista
Alfred Stieglitz, Dorothy Norman, 1931. Stampa alla gelatina d’argento, Philadelphia Museum of Art. Collection of Dorothy Norman, 1997
Vaso funerario in terracotta, fine IV-inizio III sec. a.C. Terracotta, Metropolitan Museum of Art, New York. Rogers Fund, 1906
Santiago Sierra, “25 Veteranos, 2205 Crímenes de Estado”, mostra alla Galería Helga de Alvear, Madrid, 22 settembre-16 novembre 2016. Courtesy Estudio Santiago Sierra
Gianluca Di Pasquale, Stripes, 2011. Olio su tela, Courtesy dell’artista e Monica De Cardenas, Milano
12. Edward Hopper, Little Boy Looking at the Sea, 1891. Disegno realizzato sul retro di una pagella. Courtesy Arthayer R. Sanborn Hopper Collection Trust. © Edward Hopper, by SIAE 2020
15. Arnold Böcklin, L’isola dei morti, 1880 (seconda versione). Olio su tavola, Metropolitan Museum of Art, New York. Reisinger Fund, 1926

 

Kimsooja, A Needle Woman, 2005. Patan, Nepal. Uno di sei canali video, videoperformance, 10’40” loop, silenzio. Courtesy Kimsooja Studio e Galleria Raffaella Cortese, Milano
Hedi Slimane, Amy, Untitled, 2007. Stampa in bianco e nero montata su alluminio. Collezione Frac Grand Large – Hauts-de-France. © Hedi Slimane

Realizzare questo libro vuol dire anche mettere la parola “fine” a una collezione che sarebbe potuta andare avanti ancora, immagino. Quando hai sentito di aver raccolto abbastanza immagini e di poter mettere un punto?
Questo libro avrebbe potuto essere composto da centinaia o forse migliaia di immagini. Ovviamente la selezione è stata fatta per ragioni editoriali. Ma l’iconografia sul tema è pressoché sterminata. Per questo abbiamo deciso di creare una sorta di spin-off del libro. Una pagina Instagram dove, per un anno, saranno postate immagini extra ispirate al testo. Dal 2 luglio, giorno di uscita del libro, per 365 giorni. La pagina è viceversa_2020. Non basterà a raccogliere tutte quelle che sono rimaste fuori, ma sarà un archivio ulteriore di tutta l’iconografia che ha ispirato il progetto.

ⓢ Come abbiamo già detto, la Rückenfigur più famosa è il “Viandante sul mare di nebbia” di Caspar David Friedrich. Forse la figura di spalle ha sempre una valenza romantica, perché non possiamo cogliere il suo sguardo, che quindi immaginiamo rivolto chissà dove (e non verso di noi, come in un ritratto). È forse questo che ci colpisce? Il fatto che ci stia in un certo senso nascondendo qualcosa, lasciando spazio a infinite possibilità?
Esatto, parte del loro fascino viene da quello che ci nascondono. Però non è così semplice: in realtà dandoci le spalle ci svelano una parte di loro che sfugge al loro controllo, che nemmeno loro possono vedere, perché nessuno può osservarsi davvero di schiena. Quindi la loro bellezza e il loro mistero nascono da un dualismo di opposti: le figure di schiena sono al tempo stesso onnipotenti e fragili, ribelli e timide, anonime e universali, ironiche e struggenti. Ci costringono a immaginare: un volto, un’espressione, qualcosa che possiamo solo supporre. E, obbligandoci a immaginare, esercitano il loro potere.

Che relazione c’è tra le parole e le immagini: prima le hai collezionate e poi ne hai scritto? Quello che hai scritto si è sviluppato scrivendo o l’avevi già pensato guardandole?
Diciamo che quando ho iniziato a lavorarci avevo un’idea di partenza che poi è molto cambiata in corso d’opera. L’articolazione definitiva è frutto di un anno e mezzo di lavoro, ma resta fedele alla domanda da cui tutto è iniziato: «Perché le immagini di schiena mi parlano così tanto? Cosa mi dicono del mondo? Degli altri e anche di me stessa?». Molte delle immagini che sono presenti nel libro le conoscevo già. Le opere di artisti come Domenico Gnoli, Luigi Ghirri o dello stesso Friederich mi accompagnano da anni, sono parte di un immaginario personale e collettivo molto solido. Altre immagini le ho scoperte quando ho iniziato a fare ricerca (e per questo ringrazio l’editore che mi ha assistito in questa ricerca e selezione, con cura e immensa disponibilità). Scandagliare un’ossessione è un privilegio, ma in parte anche una piccola condanna, perché significa non essere mai soddisfatti, scovare misteri e dettagli sempre più piccoli. Walter Benjamin ha spiegato perfettamente questo meccanismo: «Sappiamo per esperienza che la curiosità può diventare, sotto forma di una domanda ripetuta che sonda sempre la medesima circostanza, uno strumento terribile […]. Qui per altro coincidono le due grandi passioni dell’uomo, la curiosità e il sadismo: nel non potersi in qualche modo quietare presso nessuna scoperta, nel trovare, contenuto in ogni segreto, un segreto più piccolo e, dentro di questo, uno ancora più minuscolo e così via all’infinito, dove l’importanza di ciò che si ricerca sale, mentre decresce la sua grandezza». Qui Benjamin sta parlando della Recherche di Proust (che lui considerava una specie di sterminato “interrogatorio” di gelosia ), ma credo che questo valga per po’ per tutto: per la ricerca filosofica, quella scientifica, per i rapporti umani, l’amore. E ovviamente anche per le figure di schiena.

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