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05:38 martedì 17 marzo 2026
Il creatore di Fortnite sta usando i miliardi guadagnati con il videogioco per comprare foreste e salvarle dall’abbattimento Tim Sweeney sta usando il suo patrimonio personale per salvare milioni di chilometri quadrati di foresta, sottraendoli alla speculazione immobiliare.
Agli Oscar due film hanno vinto lo stesso premio e così molte persone hanno scoperto che agli Oscar si può pareggiare e che è già successo sette volte in passato È avvenuto nella categoria Miglior cortometraggio live action, dove il premio lo hanno vinto sia The Singers che Two People Exchanging Saliva.
In Voce Triennale arriva Equinozio, tre giorni e tre notti di concerti, performance e talk per festeggiare l’inizio della primavera Da venerdì 20 a domenica 22 marzo «una lunga e leggera progressione di danze», come l'ha definita il curatore Carlo Antonelli.
Macron ha usato una canzone dei Justice come colonna sonora del video in cui presenta il nuovo arsenale nucleare francese Il post è stato successivamente modificato per rimuovere la canzone, lasciando solo le parole nette del Presidente sull’invincibilità delle armi nucleari francesi.
Il siparietto tra Anna Wintour e Anne Hathaway sul palco degli Oscar è la miglior trovata della campagna promozionale del Diavolo veste Prada 2 Non c'è ancora la certezza matematica della sua partecipazione al sequel, ma sul palco degli Oscar di ieri si è molto immedesimata nel ruolo di Miranda Priestly.
A Sean Penn importa così poco di aver vinto l’Oscar che non si è presentato alla cerimonia e non ha mandato nessuno a ritirare il premio al posto suo «Non ha potuto essere qui questa sera, o non ha voluto, quindi ritirerò il premio a suo nome», ha detto Kieran Culkin, che ha ritirato il premio per lui.
Il “No to War and Free Palestine” di Javier Bardem è diventato il momento più rivisto e commentato di questi Oscar L'attore è salito sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles per presentare il premio al Miglior film internazionale. Ma prima ha voluto lanciare un messaggio.
Due episodi di Doctor Who degli anni ’60 che si pensava fossero andati perduti sono stati ritrovati in uno scatolone nella casa di un collezionista Si tratta, tra l'altro, di due puntate molto importanti perché raccontano la storia dei Dalek, i villain più famosi dell'universo di Doctor Who.

Come ci siamo abituati alla Casaleggio?

Il pericolo del partito-azienda che è anche piattaforma per la "democrazia diretta" non ci ha finora scosso tanto, ma un documentario, forse, ci salverà.

11 Giugno 2018

Ci sono storie che non colpiscono quanto dovrebbero colpire. Per qualche ragione, il messaggio non arriva, e non si capisce bene se è perché quella storia è stata raccontata male, o se invece è il pubblico a essere assuefatto. La storia della Casaleggio e Associati è una di queste. C’è un’azienda milanese che ha creato quello che oggi è il primo partito d’Italia, azionista di maggioranza del governo Conte. Quell’azienda controlla anche la piattaforma digitale dove gli iscritti al partito si candidano e votano alle primarie, approvano i programmi, eccetera. A un certo punto, due anni fa, è stato richiesto ai candidati Cinque Stelle di sottoscrivere un contratto che dava all’allora capo dell’azienda, Gianroberto Casaleggio, il potere di decidere se il loro comportamento fosse consono o meno ai valori del partito, e nel caso multarli di 150 mila euro. Oggi un altro contratto impone ai candidati Cinque Stelle eletti in Parlamento di versare 300 euro al mese per la gestione della piattaforma digitale di cui si parla sopra. Tutto questo è, evidentemente, un problema.

Una parte di questa storia la racconta, e molto bene, un documentario appena presentato ai Dig awards di Riccione, The Choice, prodotto da unozerozerouno, che si concentra sull’opacità delle votazioni, sulle decisioni prese dall’alto e presentate come democrazia diretta, su come una società specializzata, tra le altre cose, in analisi del sentiment è nella posizione di decidere che direzione deve prendere un partito. Ma non è una storia nuova. L’hanno raccontata molto bene James Politi e Hannah Roberts sul Financial Times: «La sovrapposizione complessa delle funzioni pubbliche e private di Casaleggio sollevano questioni circa una mancanza di accountability e potenziali conflitti d’interesse dentro i Cinque Stelle. I loro critici si stanno chiedendo se sia giusto che un singolo individuo abbia un ruolo così importante senza avere una posizione ufficiale nel partito e mentre la sua azienda è così centrale per le attività dei Cinque Stelle» (l’articolo è del 2017, dunque i due giornalisti si riferivano a Davide Casaleggio, il figlio di Roberto succeduto al padre scomparso nel 2016).

La stessa storia, con un approccio e un’angolatura diversa, è stata raccontata anche da Jacopo Iacoboni nel libro L’Esperimento, uscito per Laterza quest’anno, la cui tesi principale è che il M5S sia nato da un esperimento di Casaleggio Senior. L’hanno raccontata in un altro libro, Supernova, Marco Canestrari e Nicola Biondo, rispettivamente un ex dipendente della Casaleggio e un giornalista (Canestrari è anche uno degli intervistati in The Choice, insieme a Fabio Chiusi, a David Puente, Philip Di Salvo e al “white hat hacker” Evariste Gal0is). L’ha raccontata, a più riprese, Luciano Capone del Foglio, che con il Casaleggio leak, la pubblicazione dello statuto dell’associazione Rousseau, ha dimostrato come Casaleggio jr «concentra nella sua persona tutti i ruoli dirigenziali e di vigilanza, senza alcuna divisione dei poteri, e in pieno conflitto d’interessi».

È una storia, si diceva, già raccontata ed è una storia grossa. Eppure. Eppure non ha colpito più di tanto: le denunce del Financial Times sono state accolte con poco più di un’alzata di spalle, il “Casaleggio Leak” non ha portato a conseguenze. Le domande, a questo punto, non riguardano più soltanto l’accountability del sistema Movimento-Rousseau-Casaleggio, ma lo stato dell’informazione e della politica: com’è possibile che il messaggio non sia arrivato? Forse, contrariamente a quanto non paia a me e ad altre persone nella mia bolla, non è una storia così forte. Forse invece il problema è il pubblico, che è anestetizzato, indifferente, visto che all’idea del partito-azienda ci aveva già abituato Berlusconi. Ma esiste anche una terza spiegazione: forse questa storia non era stata ancora raccontata nel modo giusto, toccando le corte giuste.

The Choice, il documentario, non aggiunge molto a quello già uscito sul Financial Times, nei libri di Canestrari e di Iacoboni (anche se la testimonianza di Evarist Gal0is è meravigliosa! E anche Philip Di Salvo è molto bravo). Però è un documentario fatto bene, godibile e appassionante (l’ho visto, in anteprima stampa, con un amico che si occupa di giornalismo televisivo e di documentari, ha detto che «si vede che è fatto in economia ma con idee buone») e, me lo auguro, la soluzione sta proprio lì. Recensendo The Choice, sempre sul Foglio, Daniele Raineri ha notato che «i giornali di carta in questi mesi si sono occupati dello stesso tema e hanno dato molti dettagli, ma se si tratta di raccontare la medesima storia con un format più efficace allora il confronto con un video è impari». Forse, davvero, è solo che questa storia l’abbiamo raccontata con il mezzo sbagliato.

Immagini tratte da The Choice
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