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A Seoul c’è un club del libro in cui si leggono i libri mentre si ascolta la techno «Ritmi ripetitivi e suoni minimali aiutano a immergersi più a fondo nella lettura», dicono gli organizzatori di questo curioso club del libro.
Sui profili social della Casa Bianca sono apparsi degli inquietanti post di cui nessuno sta capendo né il senso né lo scopo Foto sgranatissime, video incomprensibili, una musica che se ascoltata al contrario riproduce il messaggio «exciting announcement tomorrow».
Sta per arrivare un musical di Trainspotting con canzoni scritte da Irvine Welsh La prima è prevista per luglio al Theatre Royal Haymarket di Londra, giusto il tempo di far finire a Welsh tutte le canzoni a cui sta lavorando.
Nella guerra in Iran, per la prima volta nella storia i data center privati sono stati attaccati in quanto obiettivi militari legittimi I Pasdaran hanno iniziato a colpire i data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, sostenendo che gli attacchi di Usa e Israele passano anche da quelle strutture.
Per la sorpresa di nessuno, la persona più contenta della decisione del CIO di escludere le donne trans dalle gare olimpiche femminili è J.K. Rowling La decisione del Cio l'ha talmente entusiasmata che si è persino dimenticata di commentare il trailer della nuova serie di Harry Potter.
Gregory Bovino, il famigerato capo dell’operazione anti immigrazione di Minneapolis, è andato in pensione e ha detto che il suo unico rimpianto è non aver espulso più immigrati Dopo la disastrosa operazione nelle Twin Cities, Bovino era stato declassato e rinnegato dall'amministrazione Trump. Ora va in pensione, rivendicando tutto.

Dior, Lecce e il problema dell’Italia con le sfilate

L’evento voluto da Maria Grazia Chiuri solleva molte questioni attuali, dall’utilizzo del patrimonio artistico a quello delle culture locali, fino all’ottusità con cui si guarda alla moda nel nostro Paese.

23 Luglio 2020

Avevamo appena finito di litigare per Chiara Ferragni madrina degli Uffizi di Firenze, che in men che non si dica ce la siamo ritrovata, scattante come sempre, a instagrammarsi dalla cattedrale di Otranto, dove risiede il mosaico più grande d’Europa, nel suo breve tour promozionale della Puglia. Ferragni era lì in attesa del grande evento che in questi giorni ha tenuto banco in quella remota, assediata, diffidente parte d’Italia che è il Salento, e cioè la sfilata di Dior di mercoledì 22 luglio. Trasmessa in streaming su tutti i canali del marchio francese, è stata anticipata da alcuni video girati da Edoardo Winspeare, il regista salentino d’adozione che con i suoi film, Sangue vivo su tutti, ha raccontato quel territorio prima che diventasse una parodia di sé stesso. I video raccontavano le tante collaborazioni che hanno reso possibile l’evento: con i fratelli Parisi, impresa locale specializzata in decorazioni luminose, e l’artista Marinella Senatore, che insieme hanno realizzato le luminarie che hanno rivestito piazza del Duomo; con la Fondazione Le Costantine, l’associazione che supporta il lavoro delle donne della regione e si occupa di tramandarne la maestria tessile; con il maestro concertatore Paolo Buonvino e l’Orchestra popolare della Notte della Taranta, infine, che hanno riarrangiato alcuni dei brani più conosciuti della pizzica salentina per la colonna sonora della sfilata. La coreografa israeliana Sharon Eyal, invece, ha diretto i danzatori del Corpo di ballo della Taranta, coordinato da Luigi Campa.

Uno sforzo monumentale che solo un marchio di Lvmh oggi può permettersi, cui si aggiunge il set costruito in piazza del Duomo, che ha richiesto 13 giorni di lavori e l’istituzione di una “zona rossa” che non ha mancato di sollevare polemiche in città, e le molte altre partnership attivate da Chiuri (la ricamatrice Marilena Sparasci, specializzata nel pizzo a tombolo, la Tessitura Calabrese, le Ceramiche Branca). Ha spiegato la direttrice creativa nella preview Zoom ai giornalisti: «È importante che i locali comprendano il valore della loro tradizione. Probabilmente la cosa più importante che ho imparato in quattro anni da Dior è quanto a Parigi siano orgogliosi della loro tradizione, la moda fa parte del loro patrimonio culturale. In Italia non abbiamo lo stesso atteggiamento. Forse perché queste attività spesso sono realizzate dalle donne in casa, quindi c’è l’idea che si tratti di lavoro domestico. Non pensano che sia un lavoro creativo. Non gli danno lo stesso valore. Non lo celebrano. Con questo spettacolo spero di offire un diverso punto di vista alla popolazione locale. Non è solo un dialogo con il nostro pubblico esterno, ma è davvero un dialogo con il territorio», ha concluso. E in effetti Chiuri centra alcuni punti fondamentali del discorso intorno a questi temi (interessante soprattutto quello sul lavoro femminile nella filiera italiana, argomento su cui Fabbriche invisibili di Tania Toffanin è sempre una lettura utile), che spiegherebbero anche tante delle reazioni esagitate di questi giorni di fronte 1) a una influencer “di moda” in uno dei più importanti musei d’Italia, 2) l’opposizione integerrima all’utilizzo di spazi del patrimonio artistico e culturale del Paese, per eventi come una sfilata.

Il set della sfilata Dior Cruise 2021 allestito in Piazza del Duomo a Lecce. Foto di Alessandro Garofalo

Tralasciando la polemica Ferragni, che denota se non altro una devastante ignoranza sul funzionamento del marketing digitale, su quello che oggi rappresenta Chiara Ferragni (non la moda, questo è sicuro, che  per lei è stata solo un trampolino di lancio) e sui meccanismi della seconda industria del Paese (sempre la moda, appunto), l’evento in sé solleva alcune questioni interessanti. Quando un gigabrand come Dior, il cui Ceo Pietro Beccari ha chiaramente detto, più volte, che da quelle parti di rinunciare a cose come le collezioni Cruise non ci pensano nemmeno, arriva in una piccola città come Lecce, l’effetto è a dir poco portentoso. Da una parte è come posizionare una lente d’ingrandimento su fenomeni molto circoscritti e amplificarli così in un modo che sarebbe difficile altrimenti – le stime prevedevano 20 milioni di spettatori virtuali per lo show di Lecce, stando a quanti hanno visto il film girato per Dior da Matteo Garrone per la collezione couture –, dall’altra innesca un dibattito sull’accesso e il conseguente utilizzo degli spazi pubblici e delle culture locali a scopi, beh, commerciali. Sarebbe la nostra versione della discussione sull’appropriazione culturale, se sapessimo sviluppare discussioni nostre e non limitarci a importarle malamente. E per farlo dovremmo entrare nel merito delle cose: della strategia del brand, ad esempio, del percorso di Chiuri da Dior, ancora, della collezione nello specifico, infine.

Come spesso le viene rimproverato dai critici, Maria Grazia Chiuri non sempre riesce a tradurre la moltitudine di spunti che animano le sue collezioni in un discorso coerente sull’abito, e i suoi vestiti, accompagnati sin dall’esordio da messaggi femministi, finiscono per non restituire le intenzioni dichiarate. A Lecce, ieri sera, è andata così: la celebrazione gioiosa e spettacolare di tanti elementi della cultura popolare salentina – pizzi intricati e centenari, le luminarie del santo patrono, la taranta ovviamente, che pure gioiosa non è mai stata – ha fatto da sfondo a una collezione che un po’ perdeva d’effetto sul sagrato di piazza del Duomo, mentre la performance del corpo di ballo emozionava gli spettatori su Twitter e Instagram. Da pugliese, salentina, cresciuta nel boom disordinato e feroce degli ultimi vent’anni, non ho potuto che ammirare la dedizione con cui Chiuri, prima donna a capo di uno dei marchi del lusso francese per eccellenza, ha voluto posizionare la sua lente d’ingrandimento sulla terra del padre, cui è chiaramente affezionata, portando Lecce al centro del mondo della moda, almeno per una sera. Sono sicura che qualcuno di quegli spettatori digitali prima o poi verrà in Puglia grazie ai video di Winspeare pubblicati da Dior, magari recupererà anche Sangue vivo, magari, soprattutto, chi in quei posti ci è nato e ci lavora, coglierà l’invito di Chiuri a instaurare un vero dialogo con questa terra del rimorso, come l’ha chiamata Ernesto De Martino, invece di cannibalizzarla. Quando lo show, che doveva tenersi il 22 maggio scorso, rischiava di essere cancellato a causa della pandemia, laggiù la vulgata era, “e ti pareva, per una volta che toccava a noi”. Ora che c’è stato, i salentini (ma anche chi ce l’ha su con le sfilate) possono smettere di lamentarsi.

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