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00:33 martedì 14 luglio 2026
In un lago in Arizona sono morti tutti i pesci, tutti assieme, tutti nello stesso momento, tutti per lo stesso motivo È successo al lago San Carlos, un bacino d'acqua artificiale, il più grande dello Stato. Ovviamente, c'entra l'inquinamento.
Sempre più coppie che divorziano usano l’AI per farsi dire come rispondere al partner, il che peggiora solo le cose Il problema è che se racconti a ChatGPT che il tuo partner fa questo e quest'altro, ChatGPT ti darà ragione e non perché tu abbia ragione, ma perché è costruito per farlo.
Christopher Nolan ha detto che non gli importa delle polemiche attorno all’Odissea perché sono irrilevanti Davanti alla foga con cui alcuni spettatori si stanno accanendo sul film, Nolan ha semplicemente risposto che fa tutto «parte del gioco».
C’è una biologa che vuole fare in modo che le donne abbiano il ciclo mestruale solo 3 volte all’anno Secondo Hongmei Wang ridurre il ciclo potrebbe essere un modo per estendere il periodo riproduttivo femminile e, quindi, ingannare il cosiddetto orologio biologico.
Secondo gli ultimi dati, durante l’ondata di calore di giugno in Europa ci sono stati 10 mila morti in eccesso rispetto a un anno fa Gli scienziati del World Weather Attribution affermano che le ondate di caldo di giugno sarebbero state «impossibili» senza il cambiamento climatico.
Alberto Angela che intervista Christopher Nolan e Matt Damon è la trovata promozionale che l’Odissea si merita e di cui ha bisogno L'intervista andrà in onda il 12 luglio, in prima serata su Rai 1, nella premiere della nuova stagione di Noos.
A Madrid c’è un gruppo di “sabotatori antituristificazione” che sta sabotando centinaia di appartamenti affittati dai turisti Se la prendono con le key box e con i lettori NFC, per impedire ai turisti di entrare nelle case. Hanno colpito 153 appartamenti in 7 quartieri.
Al concerto dei Foo Fighters a Milano, Dave Grohl ha fatto salire sul palco gli esponenti dei centri sociali italiani in cui suonava negli anni ’90 Ha anche parlato in italiano dicendo tutte le parole che sapeva ("grazie", "bacio", "tutti pazzi") e ha ricordato l'accoglienza e la generosità dei centri sociali ormai chiusi.

Ma in Italia esiste la “cancel culture”?

Come per il razzismo, anche sulla “dittatura del politicamente corretto” importiamo un dibattito che ci appartiene solo in parte.

13 Luglio 2020

La lettera di Harper’s Magazine, quella firmata da centocinquanta intellettuali di alto profilo che ritengono che il libero scambio di idee sia minacciato dai meccanismi di gogna pubblica istigati dai social, sta provocando in America un acceso dibattito. Un dibattito che è ovviamente arrivato anche in Italia dove, sempre sui social ma anche sui quotidiani, l’appello di queste firme eccellenti è stato preso come la conferma di quanto in molti, tra giornalisti e scrittori, hanno sostenuto almeno dal #MeToo a oggi: guardate che state esagerando, la gente non si può cancellare, così non si può discutere, questo non è progresso. Ora, sulla “cancel culture”, come viene chiamato nei Paesi anglosassoni questo periglioso meccanismo di ricatto social, si potrebbero dire moltissime cose, quando è nata, chi ha stabilito questa definizione e quante cose diverse accorpa, se davvero è una novità storica o piuttosto un’evoluzione di dinamiche che esistono da sempre, quanto è legata, infine, ai social media e alla “stan culture”, quell’altro fenomeno di cui abbiamo parlato su Rivista Studio.

Eppure quello che è interessante della trasposizione italiana del dibattito – com’è successo con il #MeToo ma anche con la recentissima discussione sul razzismo, già archiviata –, è quanto sia drammaticamente fuori fuoco. Nel nostro Paese esiste la “cancel culture”? Al di là delle faide su Twitter tra giornalisti e attivisti più o meno (per nulla) famosi, che non intaccano per davvero il discorso pubblico laddove sarebbe necessario, possiamo dire di avere, come Paese, un dibattito culturale talmente radicale che ha spinto a cancellazioni di libri che non sono mai usciti, a licenziamenti di personalità illustri, al boicottaggio di film o programmi tv, tutte quelle cose che ci rendono critici o scettici quando leggiamo di quello che succede negli Stati Uniti? Andando indietro solo di qualche settimana, basterebbe dare uno sguardo alle ultime “polemiche” che hanno infiammato questo ristretto angolo di commentatori social per rendersi conto che di pubblico, questa discussione, ha davvero poco.

Accantonate le diatribe sul Covid-19, grande rimosso dell’estate italiana, si è parlato dello scontro tra Michela Murgia e Raffaele Morelli, abbastanza allucinante se si pensa alla credibilità di cui è stata ammantata la figura di quest’ultimo negli anni, e ora torna in pista la comicità stantia di Ciao Darwin, scoperta nientemeno che da Yanis Varoufakis. L’anno scorso c’era stata una piccola rivolta, solo online, per la black face di Tale e quale show, che non ha minimamente intaccato il programma, mentre l’annullamento della partecipazione di Altaforte, casa editrice vicina a CasaPound, al Salone del Libro di Torino ha perlopiù riguardato le persone che lavorano nell’editoria (che non sono poche, ma storicamente mal sintonizzate con il resto del Paese). Al picco del #MeToo c’era stato il caso Fausto Brizzi, forse quanto di più simile agli esempi americani, ma, dopo che la sua posizione da un punto di vista giudiziario è stata archiviata, il regista è tornato a lavorare per Netflix, quindi nessuna cancellazione per lui. Le altre storie non hanno fatto in tempo a venire alla luce per essere dissezionate dai temuti moralizzatori digitali, figuriamoci rovinare la carriera di qualcuno. La statua di Montanelli a Milano, in questo senso, è emblematica: funziona sempre di più la retorica dell’analisi, soprattutto nel giornalismo.

La televisione italiana, i grandi quotidiani italiani, la politica italiana, infine – come ha scritto bene Francesco Cundari nell’unico editoriale sensato di questi giorni su Linkiesta – sono decisamente immuni dal politicamente corretto, anzi, siamo e rimaniamo pur sempre il Paese dove nessuno si dimette né tantomeno si prende la responsabilità di nulla, neanche quando ricopre incarichi pubblici. Semplicemente, in Italia questo dibattito non ha senso di esistere, non in questa forma. Al suo posto, modestissima proposta, si potrebbe parlare del perché di questa assenza, e del perché almeno tre generazioni di commentatori culturali (ma facciamo anche quattro, che alcuni fra gli opinionisti dei quotidiani i 70 li hanno passati) non si parlano, raramente hanno la possibilità di lavorare insieme e semmai, in qualche rara eccezione, riescono solo a litigare su Twitter. La distanza tra queste generazioni, la difficoltà di accesso alle grandi istituzioni culturali di questo Paese, l’insularità del mondo accademico e a seguire, a suo modo, anche di quello dell’editoria, ci hanno relegato a importare i dibattiti altrui, tradurli malamente e schernirli anche, senza mai rivolgere lo sguardo a quello che succede qui. Ecco una cosa che andrebbe cancellata.

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