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14:54 venerdì 7 agosto 2026
Una professoressa universitaria è stata licenziata per aver letto e spiegato ai suoi studenti un racconto di Ottessa Moshfegh È successo a Vinita Prabhakar: Bettering Myself, racconto del 2013 di Moshfegh, le è costato il posto al South Florida State College.
Il nuovo, attesissimo, chiacchieratissimo romanzo di Rachel Cusk che potrebbe come non potrebbe parlare (male) di Natalie Portman Il romanzo si intitola Life of M, e in effetti le somiglianze tra il personaggio M e la persona Natalie Portman sono abbastanza innegabili.
I lavoratori dei musei di Venezia minacciano lo sciopero perché sono costretti a lavorare con 30° gradi al chiuso a causa dell’aria condizionata che funziona male o manca del tutto Una situazione così grave da portare al rischio di «spossatezza, crampi e colpi di calore» per i lavoratori, ai quali mancherebbe anche la formazione adeguata per affrontare questa emergenza.
Per sopperire al taglio dei fondi per la ricerca, un gruppo di scienziati che studia le marmotte ha aperto un canale OnlyFans tutto dedicato alle marmotte OnlyMarms (si chiama proprio così) è gratuito, pubblica «contenuti non censurati di marmotte dalle Montagne Rocciose» e accetta mance per la buona causa della scienza.
Le ondate di caldo potrebbero far aumentare il prezzo del cibo più della guerra in Iran e della crisi nello Stretto di Hormuz Addirittura un punto percentuale di inflazione alimentare in più, un aumento del costo del cibo che nel 2027 rischia di arrivare al 3 per cento.
Il ristorante Trippa ha tolto dal menù i suoi due piatti più celebri perché troppe persone prendevano solo quelli per fotografarli L'ha spiegato lo chef Diego Rossi, per provare a sfuggire alle tendenze dettate da Instagram anche sulla ristorazione.
Il Pentagono ha improvvisamente cambiato il modo in cui conta i morti e i feriti nella guerra in Iran Pare su richiesta diretta dalla Casa Bianca. Risultato: 4 morti "in meno" e circa 600 feriti in più.
Fred Again ha passato 50 ore consecutive in livestream su YouTube per completare il suo nuovo mixtape Lo ha fatto insieme al collettivo LATIN MAFIA, registrato tutto a Città del Messico e intitolato (didascalicamente ma efficacemente) 9 months & 50 hours.

Cos’è la demodernizzazione e perché fa paura

Il futuro rischia di somigliare al passato. Un libro esplora questo fenomeno in economia, politica e società.

10 Settembre 2018

C’era una volta la modernità. Poi qualcosa è andato storto, e così l’irrazionale ha ripreso terreno ai danni del razionale, tribalismo e modelli autoritari hanno fatto capolino dove meno ce l’aspettavamo, e s’è scoperto che uno sviluppo che credevamo irreversibile in realtà è reversibile eccome. La buona notizia, se di buona notizia si può parlare, è che alcuni studiosi hanno dato un nome a questo fenomeno: “demodernizzazione”. Diciotto accademici, tra storici, filosofi, politologi e sociologi, si sono messi a studiare insieme questo «sviluppo inverso»: il risultato è un volume intitolato Demodernization: A Future in the Past, pubblicato lo scorso maggio da Ibidem, una delle case editrici della Columbia University, che a partire dal 14 settembre sarà disponibile anche in paperback.

Cos’è la “demodernizzazione”? Non si tratta soltanto di un rigurgito reazionario, ma di un insieme di fenomeni che spaziano dalla politica alla società passando per la struttura economica. «Il termine era stato coniato negli anni Novanta per descrivere quello che stava succedendo in alcune nazioni che erano state parte del blocco sovietico, poi alcuni studiosi canadesi l’hanno ripreso in tempi molto più recenti e l’idea di farne oggetto di una serie di studi multidisciplinari nasce da un convegno svoltosi nel 2016 all’università di Nizza», spiega il filosofo politico Mikhail Minakov, che ha curato il volume insieme allo storico canadese Yakov Rabkin. La demodernizzazione non è una reazione alla modernità, dice in una chiacchierata con Studio, ma un vero e proprio processo inverso, che può nascere come reazione alla modernità, ma anche da un adattamento a forze esterne o da altri fattori.

Demodernization: A Future in the Past, Ibidem, 2018

«Prendiamo la politica: modernità significa più libertà, demodernizzazione significa meno libertà. Dal punto di vista economico, la demodernizzazione è un tipo ben preciso di deindustrializzazione: non la transizione verso una società post-industriale, ma il ritorno all’agricoltura, come per esempio abbiamo visto in Ucraina dopo la guerra», prosegue Minakov. «Dal punto di vista della società, la modernità aveva portato a un’enfasi sulla realizzazione personale, mentre demodernizzazione significa un ritorno ai ruoli di genere tradizionali e un ruolo più marcato della religione nella sfera pubblica». Nella sua introduzione al volume, l’aveva spiegata in questi termini: «Il nazionalismo civico ha lasciato lo spazio a identità tribali, etniche e confessionali in Europa: e questo vale non soltanto per l’Est, dove il nazionalismo è per definizione etnico, ma anche in Paesi come l’Olanda e la Finlandia, un tempo considerati modelli di tolleranza e civiltà. Il nativismo è ritornato in Canada e negli Stati Uniti. Argomentazioni razionali di natura geopolitica sono state sostituite da dichiarazioni di presunta superiorità morale. Le fake news sono onnipresenti».

Minakov, che nelle sue ricerche si occupa spesso del rapporto tra Europa occidentale ed Europa orientale, tiene a precisare che non è ovunque così, ma anche che ciò che accade da una parte del mondo ha spesso la potenzialità di influenzare ciò che accade altrove. La demodernizzazione è un fenomeno molto più marcato, dice, nell’Est Europa, dove si è visto uno «sviluppo inverso» su molti fronti: politico (per esempio il ritorno all’autoritarismo sotto Orbán), economico (una deindustrializzazione che non è una transizione verso un’economia di servizi) e soprattutto sociale (valori tradizionali, una certa concezione della religione e del rapporto tra uomo e donna, eccetera). In Europa occidentale le cose sono ancora diverse, su tutti e tre i fronti: la democrazia liberale regge, per quanto messa in difficoltà; l’autorealizzazione dell’individuo, maschio o femmina, resta un valore dominante; la deindustrializzazione c’è stata, ma fino a un certo punto, e comunque pensata per un superamento del modello industriale, non come un ritorno a un modello pre-industriale. Eppure, avverte lo studioso, quello che succede a Est riguarda anche noi: «L’Europa orientale ha dimostrato quanto è facile tornare indietro, quanto reversibile è la modernità».

Mi domando se il punto non sia proprio questo, quanto sia facile tornare indietro e quanto siamo ingenui noi a illuderci che non lo sia. Quella descritta in Demodernization: A Future in the Past è l’erosione delle conquiste dell’Illuminismo e di altre che ne sono figlie. Esiste, del resto, tutto una scuola di pensiero secondo cui la modernità contiene in sé i semi del proprio opposto. Senza stare a scomodarne Adorno e Horkheimer, è una delle questioni sollevate dal saggio: «La promessa della modernità ci ha portati a una situazione complessa. Gli intellettuali della modernità – Newton, Leibniz, i padri fondatori degli Stati Uniti, les philosophes in Francia e i marxisti russi – hanno sognato che la luce avrebbe spazzato via l’oscurità e l’oppressione, portando la libertà e l’ordine dove regnava il caos», si legge in uno dei capitoli. «Questo sogno tuttavia si è rivelato in una fonte di caos. La ragione umana è diventata al contempo una fonte di libertà e di controllo onnipresente, di creatività senza limiti e violenza senza precedenti. Questa inversione della modernità è un fenomeno che ha precedenti storici».

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