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Qualcuno si è inventato un traduttore che traduce qualsiasi cosa dici nella ridicola lingua tipica di LinkedIn Si chiama Kagi Translate e vi insegnerà come trasformare qualsiasi cosa vi succede sul lavoro in un «nuovo emozionante capitolo!».
Dopo averci investito 80 miliardi di dollari e averci guadagnato zero dollari, Zuckerberg ha chiuso il metaverso di Meta Quattro anni a ripetere che in futuro avremmo tutti vissuto in Horizon Worlds. Oggi Horizon Worlds non esiste più.
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Una giornata nella “Comunidad” di Spezia, capitale italiana della Repubblica Dominicana

Dal numero di Rivista Studio in edicola, racconto della comunità che dall’isola caraibica si è stabilita nella città ligure, con le sue abitudini, i suoi eroi e soprattutto il suo genere musicale, il dembow.

23 Luglio 2023

“Que lo que, fre”. In Brasile c’è una comunità, che Wikipedia dice assestarsi intorno al mezzo milione di persone, che parla il talian, un dialetto veneto con influenze dal portoghese e da altri dialetti italiani. È il risultato di flussi migratori partiti alla fine dell’Ottocento, che oggi hanno dato vita a una comunità con una propria identità e – appunto – una propria lingua. È la prima cosa di cui parlo con Disme, rapper di Spezia che da poco meno di un anno ha deciso di cimentarsi con il dembow, un genere musicale proveniente dalla Repubblica Dominicana, che un orecchio meno attento potrebbe scambiare per reggaeton. È un genere che ha un’origine in comune con la dancehall giamaicana, oltre che appunto con il reggaeton stesso, ma da questi differisce per la tendenza a essere più veloce, ad avere più battiti per minuto, i cosiddetti Bpm. Se si prende quello che per molti è il primo video mainstream in assoluto del genere, un pezzo del 2009 dal titolo “Pepe”, quello che ci viene restituito non è tanto lontano dall’immaginario gore che a un certo punto in Italia è arrivato grazie al Truceklan. «Que lo que, fre» è una delle frasi che sento dire più spesso in un pomeriggio neanche troppo soleggiato in quel di piazza Brin, il fulcro della scena dembow italiana. E finiamo a parlare del talian perché questo mix tra il dialetto ligure e lo spagnolo – o il dominicano, verrò corretto più volte durante la giornata – esce da una serie di ragazzi e ragazze di tutte le età, che sono nati o hanno genitori nati nella Repubblica Dominicana. Sono diecimila – «anche se i numeri ufficiali dicono molti meno», mi ripeterà praticamente chiunque – un numero che sembra contenuto, se non si pensa che gli abitanti di Spezia non arrivano neanche a centomila. Non so se i numeri siano reali, o sia una di quelle stime che è partita come esagerazione e leggenda urbana per poi diventare realtà di piazza, fatto sta che l’influenza della comunità si sente, eccome.

Arrivo in piazza Brin una domenica di fine maggio, in un orario che non è troppo consono a un clima di festa e infatti lo scenario è molto diverso da quello che mi si presenterà davanti dal pomeriggio in poi. La prima cosa che noto, però, è un banchetto gestito da un gruppo di signore anziane, bianche, di quelle che sicuramente fanno parte di qualche comunità legata alla chiesa, edificio che campeggia imponente sulla piazza. Sul loro banchetto ci sono biscotti, giocattoli usati e una piccola sezione dedicata alle candele. Davanti, stampato chissà quanti anni fa – o almeno questo mi suggerisce il colore ormai sbiadito e consumato dal sole – un A3 plastificato in modo approssimativo, che tuona: «Comprar una vela para el dia de la madre». Non ci sono traduzioni, né in italiano né in altre lingue, nonostante le signore parlino tra di loro un mix tra l’italiano e il dialetto. Hanno capito che il destinatario non è né il turista – ne vedremo diversi, per lo più spaesati, probabilmente per lo stacco tra questo luogo e quelli che hanno appena visitato come le Cinque terre – né le loro coetanee che magari quella mattina sono andate a messa, come da tradizione. Il destinatario è la piazza, solo la piazza.

Il dembow è un genere che ha un’origine in comune con la dancehall giamaicana, oltre che con il reggaeton, ma da questi differisce per la tendenza a essere più veloce

La prima persona con cui parlo è proprio Disme, che conosco da tempo, per giri di rap ligure e genovese, che mi fa da Virgilio all’interno del contesto, come in qualche modo sta facendo con il genere in tutta Italia e, scoprirò, non solo. Arriva con un monopattino elettrico di quelli a noleggio, che però sembra essere diventato di diritto suo, sento che qualcuno a un certo punto lo chiama «il monopattino di Disme». Dopo una serie di convenevoli, gli chiedo come e perché abbia deciso di tornare a casa. Milano gli ha rotto il cazzo, non ne può più, non solo per un discorso economico, mi spiega. Quello che manca è un discorso comunitario che ha riscoperto un’estate, tornando a casa, scendendo in piazza, in un momento di ritrovata sobrietà: «Avevo smesso con le canne, era giugno, mi sentivo lucidissimo, focalizzato, così ho iniziato a percepire tutto ciò che facevano qui intorno».

La comunità dominicana di Spezia, per chi è cresciuto nel contesto del rap genovese, ha sempre avuto un ruolo. Non era un ruolo identitario legato alle sonorità, ma più un racconto di strada che non poteva essere omesso dalla crescita del genere. C’erano persone che rappavano e che producevano. «Negli anni abbiamo sempre fatto feste, con artisti che venivano da Santo Domingo. Abbiamo ospitato i Club Dogo, che venivano a far festa, diverse volte. Sapevano che se passavano di qui, se volevano divertirsi, dovevano venire da noi». Così mi parla uno dei ragazzi che mi viene presentato come uno dei primi a rappare. Sua madre è stata una delle prime dominicane ad arrivare a Spezia. «Quando siamo arrivati qui eravamo trenta famiglie. Puoi immaginare cosa voglia dire una famiglia, sono magari anche dieci, quindici persone. Però eravamo poco più di un centinaio». Se si pensa che una comunità, anzi “La Comunidad”, come li sento auto-definirsi più volte, sia un qualcosa di granitico e statuario, be’, è una cazzata. Non esiste un racconto di quelli che mi viene fatto, specie dalle generazioni più grandi, che preveda un qualche tipo di stabilità. In molti sono dovuti tornare a Santo Domingo, perché «era meglio così». E se questa sorte non toccava a loro, toccava alle madri, ai padri, ai fratelli più grandi. Ancora adesso, a intervalli più o meno regolari, arriva qualcuno che avvisa che per un po’ qualcun altro non si vedrà in piazza: «È tornato».

Come accade in ogni gruppo relativamente chiuso, ci sono le voci, le novità, le notizie che vengono tramandate di bocca in bocca. Spesso sono dettagli, piccoli cambiamenti nella vita di altre persone, magari non così importanti, ma che per qualche motivo tutti sanno, da fonti diverse, più o meno contemporaneamente. Nel corso della giornata sento raccontare un numero incredibilmente alto di volte la stessa storia, è la notizia del giorno: un ragazzo si è fatto un nuovo tatuaggio, su un dito. Rappresenta un dente rotto, il significato simbolico non è neanche così difficile da immaginare: quel dente rotto è semplicemente una previsione raffigurata su cosa romperà i denti di chi, per chissà quale motivo, deciderà di infastidire il neo-tatuato. La voce gira, il racconto ogni volta è accompagnato da toni diversi: ci sono gli amici e i ragazzi più giovani che sono divertiti, alcuni dei più grandi che sono quasi preoccupati, perché di casini ne hanno visti tanti e sanno che un dente rotto non porta a nulla di buono.

«Con gli anni abbiamo dovuto fare i bravi, ci siamo dovuti far accettare. Ora è facile essere ne*ri, alcuni sono felici di esserlo, anche per moda. Adesso se sei ne*ro scopi di più. Quando sono arrivato, vent’anni fa, con i miei, invece, dovevamo essere silenziosi, non far rumore. Se c’era una vecchietta che doveva attraversare la strada, eravamo i primi a correre per aiutarla. Se il senzatetto non aveva da mangiare, sapevamo che dovevamo lavorare per far mangiare anche lui. Quando si forma una nuova comunità, deve capire come inserirsi in quella che già esiste», mi racconta quello che a conti fatti, in più di uno, mi definisce “la persona giusta con cui parlare”, come se fosse una sorta di veterano. Mentre mi raccontano queste cose, in mano tengo una bottiglia di Corona, la seconda del pomeriggio, appena tirata fuori da un freezer. È avvolta in un pezzo di Scottex, che fa da vestitino alla bottiglia, grazie a un buco, fatto per largo, con il collo della birra, di modo che il caldo sole di maggio non impatti troppo sulla temperatura della bottiglia.

Nel corso della giornata sento raccontare un numero incredibilmente alto di volte la stessa storia, è la notizia del giorno: un ragazzo si è fatto un nuovo tatuaggio, su un dito. Rappresenta un dente rotto

Il cibo – anche se tendenzialmente viene tutto consumato in piedi, agli angoli di questa piazza – è un collante non da poco. Le attività che hanno a che fare con il mangiare sono le prime che in qualche modo emancipano e rendono presente sul territorio un gruppo di persone in cerca di una nuova casa. «All’inizio erano bar senza insegna, per noi da noi. Solo noi sapevamo dove andare. Adesso è ancora un po’ così, ma vedi anche l’insegna del posto che ti vende il platano fritto o quello che ti vende le birre». La convivialità del cibo non è legata solo ai negozi, però. A un certo punto arriva un signore, ha uno di quei borsoni da viaggio che ho visto solo tirare fuori da un armadio da mio padre, di una marca tipo Madigan, con un sapore anni ‘80. Ha capito, molto probabilmente, che sono un visitatore e che non faccio davvero parte dell’ecosistema, perché sono la prima persona che punta. Dentro il borsone ha un’ampia varietà di cibi. Costano tutti 1 euro, sono empanadas, yaniqueques, pezzi di pica pollo, intravedo anche quelli che mi sembrano essere bollitos de yuca. Sono i pezzi da “rosticceria” della cucina dominicana, che lui pesca dal suo borsone, serve con un tovagliolo e una salsa a propria scelta. Quello che però, più di ogni altra cosa, tiene insieme La Comunidad è la musica. Lo vedo negli occhi dei più giovani, che si raccolgono a un angolo della piazza che viene chiamato “23” in onore di Jochy 23, un rapper che non c’è più.

Quando ho letto che parte delle origini del dembow arrivava dalla cultura giamaicana, mi sono chiesto cosa, di quelle sonorità, arrivasse da Kingston e dintorni. Scendendo in piazza Brin, mi sono reso conto che – al di là delle influenze musicali – la vera eredità e l’atteggiamento. In una domenica un po’ spenta, perché è comunque la festa della mamma, in piazza ci saranno dalle 300  alle 500 persone, equamente divisi in gruppi che non superano mai le 40/50 persone. Ognuno di loro ha una cassa, uno di quegli speaker alti mezzo metro che sembrano amplificatori da club. Ognuno di loro spara la propria musica – principalmente dembow – in una sorta di silente sfida che non vede mai l’accensione della rivalità, ma che inonda la piazza di ritmi al contempo contrastanti e simili.

Nell’angolo dei più giovani, che è quello che alla fine mi ritrovo a frequentare di più, mentre in lontananza giocano a domino o ad altri giochi che mischiano il concetto delle bocce (o del pétanque, come si chiama qui) e le monete, c’è un entusiasmo molto più diffuso per la selezione musicale. Il giorno prima, in questa piazza, si è girato un video, di alcune delle nuove leve, con Dani Faiv, un rapper che è partito da Spezia e che è arrivato a collaborare con J Balvin. Non è l’unico afflato di internazionalità che si respira. Quando mi ritrovo a Spezia, sono passate poco più di un paio di settimane da quando anche Rondo Da Sosa è sceso a qui per girare un video di un featuring con Disme. In diversi hanno salvato lo screen della storia del rapper di San Siro che, in poco più di trenta righe di testo, ha definito per ben due volte quella giornata in piazza Brin come «la più bella della sua vita».

Abbiamo dovuto fare i bravi, ci siamo dovuti far accettare. Ora è facile essere ne*ri, alcuni sono felici di esserlo, anche per moda. Adesso se sei ne*ro scopi di più. Quando sono arrivato, vent’anni fa, con i miei, invece, dovevamo essere silenziosi

Mentre scrivo di piazza Brin – grazie anche a Disme – esistono una pagina Instagram e un video vlog che racconta la quotidianità di questo luogo. Una serie di nuove leve sta iniziando a rappare, sul dembow («anche se il mio prossimo pezzo sarà col merengue», mi dice uno di loro), tanto da convincere uno dei ragazzi della piazza a diventare un po’ il manager di tutti loro, iniziando a istituzionalizzare il discorso («il sindaco ci vuole incontrare, vuole farmi aprire un’associazione, cosicché possa finanziarci degli spazi, uno studio, per non farci smettere»). Sono alle prese con le prime serate – la sera prima avevano una serata in Toscana, ma sono andati nella discoteca sbagliata – e con le prime attenzioni. Sulla pagina del Barrio, così lo chiamano, arrivano i complimenti di produttori e artisti dembow di Santo Domingo e non solo. Disme ammette che questa cosa ha fatto sì che diversi personaggi in vista della scena gli scrivessero, per complimentarsi o proporgli un featuring. Nei suoi occhi c’è una luce particolare perché sta mettendo Spezia sulla mappa. Mi dice che è il futuro, che tornare a casa è stata una scelta giusta. Certo, l’industria è da un’altra parte. Ma alla fine nessun posto è come casa. Specie se casa ti può ispirare molto più che un freddo edificio di Gae Aulenti.

Foto di Samuel Costa

Questo articolo è tratto da “New World Border – Il nostro posto nel mondo”, il numero di Rivista Studio in edicola. Se volete acquistare una copia oppure abbonarvi, potete farlo qui.

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