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TikTok ha chiuso l’account di Bisan Owda, una delle più note e apprezzate giornaliste palestinesi, senza una spiegazione Secondo la giornalista, 1.4 milioni di follower, vincitrice di un Emmy per i suoi reportage, la versione Usa dell'app sta censurando le voci palestinesi.
È uscita la prima immagine di Paul Mescal, Barry Keoghan, Harris Dickinson e Joseph Quinn nei panni dei Beatles e in tanti li trovano piuttosto buffi Hanno colpito molto soprattutto la scodella e i baffoni sfoggiati da Barry Keoghan, che nella saga diretta da Sam Mendes sarà Ringo Starr.
L’IDF ha confermato che i morti a Gaza sono almeno 70 mila, la stessa cifra riportata dal ministero della Salute della Striscia Finora, il numero di 71,667 non era stato considerato credibile da alcuni perché fornito da Hamas. Adesso anche l'esercito israeliano lo conferma.
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Nel sottosuolo di Niscemi c’è un sistema di rilevamento delle frane di cui tutti si sarebbero “dimenticati” per 20 anni Lo si è scoperto grazie a un'inchiesta della Stampa, secondo la quale gli strumenti di rilevamento sarebbero stati installati e poi abbandonati.
Un uomo ha tentato di far evadere dal carcere Luigi Mangione usando un forchettone da barbecue e una rotella tagliapizza L'improbabile colpo tentato da un ex pizzaiolo noto alle autorità si è concluso con la sua incarcerazione nella stessa prigione di Mangione.
Dopo due mesi di silenzio, Paul Dano ha risposto ai commenti offensivi che Quentin Tarantino ha fatto su di lui Al Sundance Film Festival, Dano ha raccontato di essere estremamente grato alle persone che lo hanno difeso

Park Chan-wook, fare Hitchcock in Corea del Sud

Il nuovo film del regista sudcoreano, Decision to Leave, premiato a Cannes e al cinema dal 2 di febbraio, si allontana dell'iperviolenza della Trilogia della Vendetta, avvicinandosi ai classici del giallo e del noir.

30 Gennaio 2023

Nell’ipotetico albero genealogico del cinema coreano c’è un tronco decisamente robusto che porta il nome di Park Chan-wook. È da qui che si sviluppano poi altri rami dai nomi oggi più noti, come quelli di Bong Joon-ho, regista del pluripremiato Parasite, o di Hwang Dong-hyuk, padre della serie Netflix, Squid Game. Eppure Park Chan-wook, classe ’63, rappresenta il punto zero, quasi il nume tutelare di questa generazione di cineasti cresciuta nel solco tracciato dai suoi film. Soprattutto dalla leggendaria, almeno per gli addetti ai lavori, trilogia della vendetta – Mr. Vendetta, Lady Vendetta e Old Boy (Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes nel 2004) –  spietata e spiazzante riflessione sul più inesorabile degli impulsi umani, raccontata fra estetica sublime ed efferati immaginari splatter. L’ultima fatica del regista cresciuto a pane e Alfred Hitchcock è Decision to Leave, che sembra ispirarsi alle atmosfere rarefatte di Vertigo. Il risultato è un cocktail affascinante, dove il melodramma si mescola alla commedia romantica e soprattutto al giallo. Nella pellicola, premio per la miglior regia a Cannes nel 2022, quello che non si dice è molto più di quello che si dice. Questi vuoti apparenti rendono l’atmosfera dolcemente straniante e accompagnano lo spettatore per tutta la durata del film.

La trama è piuttosto semplice e gioca su un grande classico del cinema noir: la dicotomia poliziotto-sospettato. Il detective Jang Hae-jun sta indagando sulla morte di un uomo precipitato da una montagna nei pressi della vivace Busan. Sembra un incidente ma qualcosa non torna. Jang (interpretato da Park Hae-il) è meticoloso, elegante e parla come un poeta. A incuriosirlo è la bella moglie della vittima, Song Seo-Rae, di origine cinese. Lui sospetta di lei, ma lei sembra avere un alibi di ferro. I due si incontrano, si parlano. Il poliziotto all’inizio è determinato, poi sempre più confuso. Inizia a seguirla, si apposta sotto casa di lei e continua a farlo anche quando la donna smette di essere indagata. Si capisce ben presto che oltre alle congetture legate alle indagini c’è dell’altro. Hae-jun è affascinato da Seo-Rae (una sensuale Tang Wei, già ammirata anni fa in Lussuria di Ang Lee). I due cominciano a cercarsi. Eppure fra loro non accade mai nulla: né una carezza, né un bacio (ce ne sarà solo uno, furtivo, in tutte le due ore e 16 minuti di pellicola), né altro. Per molto tempo nessuno esprime esplicitamente cosa prova per l’altro, ma la loro è una chimica ardente che cova dentro.

Siamo lontani da Old Boy o Lady Vendetta. Qui la tensione è tutta negli sguardi dei protagonisti che sembrano equilibristi. Si allontanano e avvicinano di continuo. Sembrano perdersi, e poi, all’ultimo momento arriva la mano dell’uno che afferra quella dell’altro riportandolo a sé. In the Mood for Love 5.0. La donna, languida e misteriosa, è davvero innocente? E l’agente, in perenne lotta tra il senso del dovere e le forze ingovernabili del cuore, è davvero tutto d’un pezzo? Park Chan-wook procede per sottrazione. Mescola estetica e fragilità umana, armonia ed emozioni anarchiche. Alla fine il suo Decision to Leave centra l’obiettivo. Conquista grazie alla sua potente miscela di sentimenti, manipolazioni emotive e umanissime ossessioni. Per tutta la storia mantiene inalterata la tensione, fino all’emozionante finale, quando ormai tutto è ormai esplicito, inequivocabile. Ma dove è finito il Park Chan-work che firmava scene gore dove si divoravano polpi vivi, estraevano denti, mozzavano dita e tagliavano lingue? In realtà, non si è mai mosso di un passo. È sempre lo stesso di prima. Solo che stavolta la truculenza è tutta dentro, raccolta in una sacca sotto pelle. Ieri sanguinavano corpi, membra, fegati e budella, oggi lo splatter è emotivo. E a sanguinare è la nostra anima.

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