Attualità

De Benedetti, Edipo a Repubblica

Interviste, frecciate, offese, amicizie rotte e scontri di famiglia: cosa sta succedendo intorno al quotidiano di riferimento della sinistra italiana.

di Luca D'Ammando

«Il dna di un imprenditore è incompatibile con la politica, il politico deve essere democratico mentre l’uomo d’impresa deve essere autocratico». Nel 2005, mentre diceva queste parole a Dario Di Vico del Corriere della Sera, Carlo De Benedetti era ancora saldamente alla guida dell’impero che aveva costruito, dalla Cir al gruppo Espresso. Ora che le aziende sono in mano ai figli, il capofamiglia si è trovato a doversi difendere per i suoi breakfast a Palazzo Chigi e per la sua passione per la Borsa, di cui è stato uno dei giocatori più brillanti degli ultimi decenni. E, siccome l’uomo è sprezzante, aggressivo, poco incline a incassare colpi, è passato al contrattacco senza filtri, rivendicando le sue frequentazioni con il potere («Sono stato a cena a casa Clinton, ho fatto colazione con Bush senior, con Kohl, Schroeder»). E così volano gli stracci, e volano a favore di telecamera, in una storia che intreccia rapporti familiari e personali, politica e giornalismo.

Per capire l’autunno acre dell’Ingegnere è bene ricordare che cos’è stato e cos’è il mondo di Repubblica, al centro dello scontro aperto di queste ultime settimane con il fondatore Eugenio Scalfari e con il figlio Marco, attuale numero uno del gruppo Gedi. Repubblica non è più Repubblica, non detta più l’agenda politica, non è più il partito che era. Questa, di fatto, l’accusa che De Benedetti ha avanzato alla direzione del quotidiano. Mercoledì sera a Otto e mezzo ha rivendicato il ruolo di cofondatore del quotidiano, seppur non ufficiale: «Nel ’75 Scalfari cercava soldi per fare un giornale, glieli detti io. Mi piaceva il progetto, ma avevo totale sfiducia editorialmente, per questo non volli quote del giornale». Stando ai fatti, il giornale nacque con i capitali messi da Carlo Caracciolo, editore dell’Espresso, dalla Mondadori (che aveva il 50%) e dallo stesso Scalfari (poco più del 10%). La Repubblica che andò in edicola per la prima volta il 14 gennaio 1976 voleva dare voce alle classi produttrici del Paese, gli imprenditori e i lavoratori, contro le classi parassitarie che, evidentemente, votavano Dc. Per Scalfari doveva avere un orientamento solidaristico e liberale allo stesso tempo. Mistica dell’eleganza, del calzino lungo, della upper class democratica oppure, secondo l’espressione dei nemici, capofila dei radical chic, seduttore delle dame rosse che si facevano belle della loro larghezza di vedute continuando a frequentare i salotti dei padroni e andando in vacanza a Cortina e a Saint-Tropez.

Scalfari pensava a un giornale d’élite, che fosse comprato per secondo, senza la cronaca («niente vecchiette sotto il tram», diceva), senza lo sport. Tra l’altro Repubblica, così nuova, così diversa, faceva trend ed era assai elegante averla sotto il braccio, un vero prodotto di potere e di contropotere. Mise in circolo fin dal primo numero l’espressione “palazzo”, diventata lingua comune, per indicare l’insieme delle persone che contano (sempre Scalfari aveva coniato l’espressione «razza padrona», titolo di un saggio fondamentale scritto nel 1974 con Giuseppe Turani, per indicare i poteri di quegli anni sulla borghesia di Stato parassitaria). Quella Repubblica si vantava di non avere padroni, nel senso che i due azionisti (Mondadori e l’Espresso) erano editori, non avevano da riscuotere o da pagare pedaggi particolari alla classe politica in altri settori dell’economia.

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Scalfari poi usava volentieri la metafora del fortino inespugnabile, un’impresa dalle dimensioni contenute, coeso perché consapevole della propria diversità politica e morale. E nella battaglia di Segrate tra Berlusconi e De Benedetti (conclusasi con il lodo Ciarrapico del 1991) Scalfari si schierò fin dal primo istante con De Benedetti. E dopo il lodo vendette anche lui il suo dieci per cento e incassò una cifra mai accertata, ma che la voce comune indica in cento miliardi di lire. Nel Catalogo dei viventi, Giorgio Dell’Arti ha ricordato il giorno in cui Scalfari annunciò ai giornalisti la vendita delle sue quote: «Radunò la redazione e spiegò che la metafora del fortino doveva considerarsi sbagliata. Disse proprio: “Mi sono sbagliato”. Non di fortino si doveva parlare, ma di capanna. Una capanna circondata da grattacieli, che lo sviluppo della città avrebbe inevitabilmente spazzato via. Vendere era stato perciò un atto di prudenza e saggezza, che garantiva per il futuro la stessa libertà di cui il giornale aveva goduto in passato. La redazione accolse il discorso con un silenzio assoluto e Scalfari, alzandosi in piedi e stirandosi leggermente i fianchi, chiese sottovoce al fido Gianni Rocca: “Come mai non applaudono?”».

L’altra sera da Lilli Gruber, con tono sprezzante, De Benedetti ha dato la sua versione degli avvenimenti: «Scalfari dovrebbe ricordarsi quando, negli anni ’80, lui e Caracciolo erano tecnicamente falliti: misi 5 miliardi di lire contribuendo a salvarli. E ho dato un pacco di soldi pazzesco a Eugenio quando volle lasciare le quote: può solo stare zitto tutta la vita. Poi parli di Draghi, del Papa, di quelle cose di cui si diletta. Con me è stato assolutamente ingrato». Eppure in questa storia di passati gloriosi e presente inacidito, c’è un altro ultraottantenne protagonista. È su Silvio Berlusconi, il grande nemico, che De Benedetti e Scalfari si sono scambiati insulti poco velati, tra accuse di vanità e demenza senile e un «me ne fotto». Ad accomunare i tre oggi è il giudizio ferale sui Cinque stelle, nemico politico e minaccia alla stabilità dell’Italia. E fa solo contorno in questo contesto la notizia che, a distanza di 15 anni, ci sia stato un contatto telefonico tra i due protagonisti della guerra di Segrate («Dopo che Scalfari ha fatto la sua stupidaggine in trasmissione – ha raccontato De Benedetti – Berlusconi mi ha telefonato e mi ha detto: è finita la guerra, “non ci sono più i comunisti, tu sei di sinistra io di destra, ma qui ci sono altri problemi per il Paese”, ma io non faccio politica, ho risposto che non avevamo niente da dirci»).

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L’aspetto davvero interessante è il modo differente con cui l’Ingegnere e il Cavaliere sono stati in grado di gestire il passaggio di consegne. Il momento di farsi da parte è sempre il più complicato per i padri, se poi sono padroni il passo indietro non è mai definitivo. «Sono stato l’unico imprenditore italiano a donare l’azienda ai figli», ha tenuto a sottolineare De Benedetti nella recente e citatissima intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, aggiungendo: «La Cir, l’azienda che ho loro donato, ha più di 300 milioni di liquidità». E allora perché, a successione avvenuta, la presenza del capostipite rimane lì, ingombrante e sprezzante nei confronti dei figli? E se Rodolfo, il primogenito a capo della holding familiare, è tipo schivo, morigerato, uomo di potere ma non di establishment, il secondogenito Marco sembrerebbe essere più simile al padre nella spavalderia. Tant’è che il numero uno di Gedi non ha esitato a prendere le distanze dal padre con un comunicato su Repubblica dopo le critiche che il genitore aveva ritenuto di dover muovere senza mezzi termini alla linea e alla direzione del giornale. Una spaccatura dinastica che mostra una delle tante crepe nel capitalismo familiare che ha contribuito a fare nel bene e nel male la storia d’Italia.

Diversa la parabola della dinastia Berlusconi, in cui la seconda generazione sembra avere meno problemi nel gestire l’eredità. La spartizione dei ruoli, prima Marina e Pier Silvio, poi i figli di secondo letto, funziona senza intoppi e senza veleni, almeno non esibiti in pubblico. Con la fondamentale differenza che il capofamiglia, pur avendo fatto un passo indietro nelle aziende, non ha passato la mano in politica, nonostante le condanne, le interdizioni e le sconfitte elettorali. Il Cavaliere è sempre sul palco, stessi slogan di vent’anni fa, stesse battute. Ha aggiunto un po’ di cerone, cambiato alleati e trovato nuovi nemici. E ora può anche godersi la baruffa scoppiata nel mondo di Repubblica che lo ha dato per morto già molte volte.

 

Nelle immagini: ritratti di Carlo De Benedetti ed Eugenio Scalfari (Getty Images) e la prima pagina del primo numero di Repubblica.

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