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C’è un problema di datazione con alcune opere di Damien Hirst

20 Marzo 2024

Lo ha scoperto il Guardian: tre famose opere di Damien Hirst non sarebbero state realizzate negli anni Novanta – come si era sempre letto in tutte le descrizioni che hanno accompagnato queste opere nelle esposizioni di mezzo mondo – ma nel 2017. Le opere in questione sono “Cain and Abel”, “Dove” e “Myth Explored, Explained, Exploded”, rispettivamente i cadaveri di una coppia di vitelli, una colomba e uno squalo conservati per mezzo della formaldeide ed esposti come sculture. Tutte e tre le opere sono state realizzate nello studio di Hirst a Dudbridge, nel Gloucestershire, in Inghilterra, ed esposte per la prima prima volta nello stesso anno a Hong Kong, nella galleria Gagosian, come parte di una mostra – Visual Candy and Natural History – che raccoglieva lavori dell’artista mai visti prima e realizzati tutti «tra l’inizio e la metà degli anni Novanta». Come racconta anche Craig Simpson sul Telegraph, nelle descrizioni allegate alle sculture si leggeva che erano state realizzate nel 1993 (“Myth Explored, Explained, Exploded”), nel 1994 (“Cain and Abel”) e nel 1999 (“Dove”).

Nell’articolo del Guardian si legge che non esiste nessuna menzione di queste opere prima del 2017, nemmeno come progetti in corso o idee possibili. Fonti definite nell’articolo come «familiar with all three works» hanno confermato che, contrariamente a quanto suggerito dalle informazioni fin qui fornite da Hirst, tutte e tre le sculture erano state realizzate da meno di un anno quando sono state esposte per la prima volta a Hong Kong. Interpellati sulla vicenda, gli avvocati di Hirst hanno spiegato che le sculture sono opere concettuali la cui data d’attribuzione è da intendersi in senso altrettanto concettuale, pare. Il 1993, 1994 e 1999 non sarebbe dunque gli anni in cui le sculture sono state realizzate ma quelli in cui sono state “pensate”. Gli anni subito successivi alla realizzazione della prima versione dello squalo in formaldeide, “The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living”, datata (per davvero) 1991. Secondo Science Ltd, lo studio di Hirst, l’artista è sempre stato molto chiaro da questo punto di vista: secondo lui, nell’arte concettuale non è importante l’anno in cui un’opera diventa un oggetto ma quello in cui nasce come idea. Questo, come si osserva nell’articolo del Guardian, nonostante nel mondo dell’arte viga la convenzione universalmente accettata di accompagnare l’opera con l’anno in cui è stata realizzata e non ideata.

Ci sono poi altri dettagli che rendono la spiegazione dello studio e degli avvocati di Hirst tutt’altro che convincente. All’epoca della prima esposizione a Hong Kong, infatti, l’artista aveva sottolineato in un’intervista al South China Morning Post che le tre sculture gli piacevano «di più adesso rispetto a quando le ho realizzate» (non che le opinioni non possano cambiare nel giro di qualche mese, figuriamoci). In più, nello stesso pezzo si raccontava come queste sculture avessero su di loro dei segni che ne dimostravano chiaramente l’età non più giovanissima. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, la “vecchiaia” delle opere sarebbe frutto di un apposito lavoro dello studio di Hirst, sempre negato dall’artista, però, che ha smentito questa versione dei fatti in cui ai suoi collaboratori veniva impartito l’ordine di invecchiare artificialmente le opere.

https://www.instagram.com/tv/CJN3kgFgCIi/

Ci sono poi altre dichiarazioni fatte da Hirst in passato che complicano ulteriormente la vicenda. Nella prima esposizione, quella a Hong Kong, l’artista era presente e spiegava al pubblico che l’idea per la statua dello squalo gli era venuta nel 1993 e che per un po’ di tempo, però, aveva rimandato l’inizio dei lavori. Precisando subito dopo, tuttavia, che alla fine l’aveva realizzata nello stesso periodo in cui stava lavorando a “Mother and Child Divided”, presentata alla Biennale di Venezia nel 1993. In un post Instagram, poi, Hirst ha raccontato che “Myth Explored, Explained, Exploded” appartiene a una serie di opere completate nel XX secolo, prima del 2000. Di nuovo interpellati sulla questione dal Guardian, gli avvocati di Hirst hanno ribadito che l’artista ha l’abitudine di datare le sue “sculture di formaldeide” seguendo l’anno in cui ha avuto l’idea e non quello in cui ha completato il lavoro. Resta però il fatto che altre opere di Hirst seguono un altro metodo di datazione, quello universalmente accettato. Secondo gli avvocati, in sostanza Hirst decide di volta in volta come datare le sue opere, certe volte seguendo un metodo e certe volte l’altro. «Agli artisti spetta il diritto di essere incoerenti nelle pratiche di datazione dei loro lavori», spiegano gli avvocati. E, dicono, in ogni caso Hirst non aveva certo intenzione di ingannare nessuno. Sicuramente non i collezionisti che quelle sculture le hanno comprate credendole opere degli anni Novanta. Realizzate negli anni Novanta, per la precisione.

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