Cultura | Polemiche

Il film che ha fatto perdere 9 miliardi di dollari a Netflix è bellissimo

Ha scatenato una polemica che ha oltrepassato la destra trumpiana, scandalizzando perfino i democratici progressisti, ma Cuties è molto di più di un gruppo di minorenni che twerkano.

di Arianna Giorgia Bonazzi

Sono quasi grata ai 600 mila attivisti che da giovedì scorso ad oggi hanno firmato la petizione su Change.org per cancellare Cuties (in originale Mignonnes) da Netflix, perché è un film delicato e palpitante che non avrei mai visto, se in un giorno non avesse fatto perdere 9 miliardi di dollari in borsa a Netflix. Su Twitter, è impazzato l’hashtag #cancelnetflix, mentre migliaia di indignati (dichiarando serenamente di aver guardato solo il trailer) condividevano la scritta “Pedoflix” col noto font rosso della piattaforma, o lo screenshot della mail che annullava l’abbonamento, costringendo il gigante della distribuzione a scuse accorate, a un cambio in corsa del marketing, e forse al licenziamento di chi aveva scelto la locandina con le protagoniste minorenni poco vestite e molto poco educande.

Questa volta la polemica sembrava partire da esponenti della destra trumpiana, come la mormonissima “wife and dog mama” che aveva lanciato la campagna su Change. Invece, dopo poco, tra i principali sostenitori del boicottaggio c’erano anche i democratici progressisti e alcune esponenti del femminismo radicale e/o della black culture. La protesta, che all’inizio sembrava politicizzata, è diventata in fretta una battaglia umana contro la pedo-pornografia, ben riassunta da tweet come «gay, lesbiche, afroamericani, destra, sinistra, c’è solo una cosa che mette d’accordo tutti: Netflix deve ritirare Cuties».

Comunque. Sperando di non fare la fine dell’editor di Netflix che ha scritto la trama, dirò che è la storia di un’undicenne parigina di famiglia musulmana osservante che sogna di emanciparsi unendosi a un gruppo di ballerine immigrate e irresistibilmente vitali. La principale accusa che trova tutti concordi sostiene che 650 ragazzine al casting del film (diretto dalla franco-senegalese Maïmouna Doucouré) hanno dovuto fare twerking in reggiseno davanti a una crew di (presunti) uomini, e che già questo è criminale per un film che si propone di denunciare l’iper-sessualizzazione delle giovanissime da parte dei media.

Ora, mi viene in mente che gran parte della filmografia con attori minori non è dedicata ai minori (sui bambini nei film per adulti, ho aperto un modesto profilo Instagram). Sì, in parte ci saranno anche gli effetti speciali, ma un bambino di quattro anni che recita in una scena di violenza familiare non è allora peggio di alcune dodicenni che – sicuramente edotte sul senso delle loro azioni dalla regista – fanno un balletto sexy?

Ma soprattutto, dove vive la gente che vuole proteggere le attrici dodicenni dai balletti alla Nicki Minaj? Sono consapevoli che non c’è bambina di quarta elementare, neanche steineriana, neanche delle orsoline, neanche priva di tv e cellulare – a meno che non sia la protagonista di Dogtooth – che non abbia provato mosse simil Elettra Lamborghini allo specchio con l’amichetta? E se le nostre figlie, rimpizate di racconti femministi su Frida Kalho e Samantha Cristoforetti, si chiudono in bagno per fare la boccuccia a sedere e sculettare, scrivendo status come “vi prego, arriviamo a mille follower!”, come facciamo a essere così bacchettoni e ciechi da pensare che quattro bambine delle banlieu coi genitori che lavorano 12 ore al ristorante possano fare una fine diversa dalle adorabili bambine del film? Nella scena del balletto incriminato, la giuria del concorso di danza inizia a indignarsi (come il pubblico di Netlfix, incapace di leggere un’opera d’arte), ma le bambine dimostrano un candore commovente, perché per tutto il tempo non si accorgono di mimare movenze sessuali. Lo spettatore senza il fumo del moralismo negli occhi non riemerge scandalizzato dalla scena, bensì intenerito. Come quando le bambine, squadrate dai guardiani pervertiti di un laser game, ricevono la notifica della selezione al concorso di ballo, e festeggiano con la gioia infantile di chi riceve un lecca-lecca.

Nel difendere il film, forse s’incarta l’editorialista del New Yorker Richard Brody, perché ne fa un’altra questione ideologica dicendo che «è un film specialmente sui bambini non bianchi, che sono privati delle risorse educative e del supporto emozionale che aiutano a mettere la cultura pop in prospettiva». Anche Janice Turner, sul Times, sbaglia un po’ il tiro affermando che «non si può essere bigotti quando si difendono i bambini», mentre dovrebbe dire che non si deve essere bigotti quando si racconta l’infanzia.

Io penso che la difesa di Cuties debba passare da un discorso estetico prima che etico, perché come puoi capire un film quando stai lì a chiederti se l’attrice ha 11 o 13 anni compiuti, e quanti maschi etero c’erano dietro alle telecamere? Cuties è meraviglioso. Si apre sul mistero attorno a una stanza chiusa nella nuova casa della protagonista Aminata, che a poco a poco apprendiamo essere la camera nuziale dove il padre s’installerà con la seconda moglie, per gran dolore della prima, che però deve fingersi felice. Da questa intima delusione, inizia la trasformazione della ragazzina, che continua a contare amorevolmente i cereali del fratellino, mentre gli regala droni con soldi rubati e guarda video-clip di chiappe tremolanti col cellulare nascosto sotto il velo durante la preghiera alla moschea. Ha una zia arcigna che le augura un matrimonio precoce, ed è disposta ad accoltellare i compagni maschi con un compasso, a fotografarne i peni, a postare i suoi genitali e a buttare una compagna in un canale pur di avere un po’ di attenzione, dimostrando una vitalità che può irritare solamente la zia retrograda o i censori dell’internet.

Le amiche di Amy si passano i capelli col ferro da stiro mentre fanno la lavatrice al posto degli adulti, soffiano nei preservativi trovati per terra senza capire, indossano biancheria da bambina sotto a look volgari e cheap, continuando a irradiare una bellezza cocciutamente pulita. C’è una scena incredibile, con la protagonista che vibra come posseduta dal demone del twerking mentre le donne di casa le spruzzano addosso l’acqua benedetta per purificarla dai peccati. C’è il momento in cui con orrore, intravede, incappucciata nel velo bianco che ne occulta anche il volto, la sposa del padre, fantasma minaccioso di una vita consacrata alla sottomissione. E c’è l’elemento fatato: gli spiriti chiusi nel tasbih verde e usati per comprare il silenzio del fratellino, e il vestito tradizionale che Aminata deve indossare al matrimonio del padre, che si anima, respira, gonfia il petto e sanguina il giorno in cui la protagonista diventa donna. Proprio durante la festa di nozze, Amy ritorna bambina nell’aspetto e nei modi e, giocando a un gioco di strada, sembra librarsi come un angelo sulle periferie che la inchiodano a terra.

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