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09:47 lunedì 24 agosto 2026
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La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.

Uno dei più rilevanti indicatori di salute dei mercati indica molto chiaramente che i mercati stanno per crollare

È il rapporto CAPE, che in sostanza dice questo: il mercato azionario oggi è messo otto volte peggio che prima del Martedì Nero del '29.

08 Luglio 2026

La finanza è spesso prona a utilizzare metafore naturalistiche per descrivere l’andamento dei suoi mercati, degli investimenti, delle crisi. Nonostante sia la cosa più distante dai grigi palazzi e distretti finanziari, la natura condivide una caratteristica importantissima con la finanza: l’abitudine alle catastrofi. Ecco, quello che sempre più analisti tendono a confermare è che al momento ci sono tutti i segnali che indicano l’arrivo di una catastrofe economica. Se stessimo parlando di una catastrofe naturale, per esempio di uno tsunami, saremmo nella fase in cui ancora non cogliamo i segnali, in cui ancora ci diciamo che andrà tutto bene, non c’è motivo di preoccuparsi, drammatizzare è sempre sbagliato, il procurato allarme è pure un reato. Lo tsunami non arriverà, le acque si stanno ritirando dalle coste perché ogni tanto succede che le onde si ritirino dalle cose, quell’onda così alta all’orizzonte arriverà sulla spiaggia che a stento ci sfiorerà le caviglie.

Secondo Russ Mould, editorialista economico del Telegraph, l’economia statunitense si trova oggi in una condizione di sovraesposizione finanziaria peggiore di quella che innescò la Grande Depressione. Il campanello d’allarme è il rapporto CAPE di Shiller (che misura se un mercato azionario è sopravvalutato o sottovalutato confrontando il prezzo di un indice con la media degli utili degli ultimi 10 anni, corretti per l’inflazione) secondo cui, attualmente, i titoli dell’indice S&P 500 (l’indice delle quotazioni delle principali 500 aziende statunitensi) hanno un prezzo pari a 41 volte i loro utili medi dell’ultimo decennio. Per comprendere la gravità di questa situazione basta guardare ai dati: la media storica si attesta a 17,3, e nel famigerato “Martedì Nero” del 1929 l’indice si era fermato a 32,5. Oggi, il mercato fluttua otto punti e mezzo più in alto rispetto all’orlo del baratro in cui l’economia americana, e di conseguenza mondiale, precipitò quasi un secolo fa.

Come scrive Futurism, la giustificazione di queste valutazioni astronomiche si regge sulla scommessa in cui il mercato sta scommettendo tutto: l’AI è davvero inevitabile e le aziende che ci hanno investito miliardi manterranno le promesse, i soldi che hanno speso li riavranno moltiplicati per dieci, cento, mille. L’apparato finanziario globale ha deciso di credere alla storia di una imminente trasformazione della società tutta, del modo in cui lavoriamo, in cui ci relazioniamo, in cui stiamo al mondo. Una convinzione che resiste – anche perché ormai i soldi sono stati spesi, non ci si può far vedere dubbiosi dei propri stessi investimenti – anche al dato di fatto, a una realtà che sempre più spesso dice che l’AI è tutt’altro che questa forza inarrestabile. È una tecnologia che si farà sempre più costosa, che non sarà così facile da introdurre nei luoghi di lavoro, gli esseri umani non sono così facilmente e immediatamente sostituibili. Al momento, sembra che il mercato si stia facendo travolgere dalla stessa cieca euforia che aveva circondato l’elettrificazione alla fine degli anni ’20 e l’esplosione di Internet alla fine degli anni ’90.

In entrambi i casi, le innovazioni sono state infine integrate nel tessuto sociale, ma solo dopo che l’entusiasmo speculativo si è schiantato contro la realtà, trascinando l’economia in un doloroso e drastico reset. Una contraddizione di questa portata tra finanza e realtà, lo sappiamo perché i precedenti non mancano, non ammette atterraggi morbidi né paracadute. Le opzioni sono soltanto due: o gli utili aziendali si moltiplicano magicamente per materializzare le attuali fantasie irrealistiche sull’AI, oppure il mercato colmerà questo vuoto nel modo più brutale possibile. Considerando che il primo scenario appare ogni giorno più implausibile, l’ostinata rincorsa all’eldorado degli algoritmi rischia seriamente di regalarci, nel prossimo decennio, un biglietto in prima fila per rivivere il dramma economico degli anni ’30.

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