I dirigenti hanno ammesso di aver sopravvalutato l'AI e sottovalutato l'intuito e l'esperienza degli ingegneri.
Si è sciolto A23, il più grande iceberg del mondo, ed è una buona notizia (anche se non sembra)
Era grande quasi 4 mila km quadrati e pesava mille miliardi di tonnellate. Il suo scioglimento farà bene all'oceano, dicono gli scienziati.
Aveva circa 40 anni, una vita placida e senza pretese, passata a galleggiare sulla superficie del mare. Ora non c’è più, se n’è andato per sempre, si chiamava A23 ed era il più grande iceberg del mondo. Occupava una superficie di 3.500-3.900 chilometri quadrati: più di due volte Londra o il Rhode Island o San Pietroburgo, giusto per farsi un’idea. Pesava, secondo una stima generosa, circa mille miliardi di tonnellate. Quaranta metri spuntavano sopra la superficie, circa 400 se ne stavano invece sott’acqua, dove la sua chiglia aveva l’abitudine di strisciare sul fondale marino. Non era un mostro torreggiante e frastagliato, ma una tavola di neve: il suo grande candore piatto riempiva l’orizzonte da est a ovest, una magnificenza e una maestosità che si estendevano in orizzontale.
Rispetto ai suoi “fratelli” A22 e A24, A23 ci ha messo molto di più a sciogliersi completamente ma il riscaldamento globale, in particolar modo l’aumento della temperatura media della superficie delle acque marine, e le correnti oceaniche hanno fatto il loro corso, consumando lentamente e inesorabilmente un autentico gigante. Un gigante che negli anni è stato esplorato, studiato e seguito con meticolosità per la sua conformazione, per ciò che il suo ghiaccio conteneva – milioni di microorganismi preistorici e sostanze nutritive – e per le colonie di uccelli e otarie che trovavano rifugio sulla sua superficie. Come scrive The Economist, oceanografi ed esperti di ghiacciai e iceberg però, asciugate le lacrime, stanno interpretando questo scioglimento come un segnale positivo. A23 era così grosso, così incline a raschiare il fondale marino e così pieno di nutrienti congelati da tempo che la sua frantumazione eviterà danni al fondale marino e libererà nell’acqua un’enorme quantità di nutrimento. Il rilascio di sostanze nutritive sarà così grande che sarà addirittura visibile a occhio nudo, sotto forma di una nuvola verde.
A23, nonostante si fosse staccato dalla calotta polare molto tempo fa, era un indicatore utile a misurare la velocità e la gravità del riscaldamento dei mari causato dalla crisi climatica. Non era tanto il fatto che fosse destinato a scomparire a preoccupare gli esperti (tutti gli iceberg condividono questo destino), quanto la velocità con cui si stava frantumando, un segno preoccupante anche per il continente in cui A23 era nato. Fino all’ultimo si è reso omaggio alla sua longevità, contro ogni previsione, come se si rifiutasse di morire nonostante le condizioni sempre più avverse. Eppure a un certo punto si è allontanato dal Mare di Weddell (nell’oceano Antartico) come se sapesse che era giunta la sua ora, che la morte era ormai inevitabile. Il ghiaccio è tornato a essere acqua, l’acqua ad essere oceano. È così che va con il ghiaccio.