Cultura | Personaggi

Costantino della Gherardesca contro i populisti

Il suo nuovo libro è una raccolta di discorsi su arte, politica, cultura pop e filosofia che tra le altre cose analizzano gli errori e le ossessioni del nostro Paese: ne abbiamo parlato con lui.

di Cristiano de Majo

Foto di German Larkin

È uscito da qualche giorno ed è una specie di manuale per affrontare con intelligenza e ironia le apocalissi dei nostri tempi, soprattutto quella barbarie culturale che prende il nome di populismo (ma che si può chiamare anche trumpismo, salvinismo, grillismo, a seconda di come la si guardi): è il libro di Costantino della Gherardesca, che costituisce una specie di espansione della rubrica che ha tenuto per qualche tempo sul Foglio, si intitola La religione del lusso (Rizzoli Lizard, con illustrazioni di Ciro Fanelli) e dentro ci si trovano discorsi a 360 gradi su arte, politica, cultura pop, filosofia, da Barbara D’Urso e Farah Diba, dall’artista Richard Hawkins a Nancy Reagan. Costantino è un personaggio piuttosto raro per i nostri parametri culturali, che tendono a spaccare l’alto e il basso in due mondi distinti e incomunicabili: lui ha sempre fatto cose di qualità (da Markette Pechino Express) che però erano anche cose molto popolari. Questa trasversalità si rispecchia nel modo in cui appare, quello di una persona con delle idee molto precise sulle cose ma allo stesso tempo divertente e morbida. Gli ho fatto un po’ di domande su alcuni dei temi che attraversano il libro.

Come hai passato questi mesi?
A Roma dove mi sono dovuto trasferire per dei lavori che stavo facendo, a leggere e a scrivere. Vista la situazione ho dovuto riscrivere gran parte del libro, quindi i giorni di lockdown li ho passati scrivendo e leggendo. Insomma non sono stati così terribili ma viaggio molto spesso e questa situazione in cui non posso viaggiare, non posso andare nei posti dove normalmente vado, come in Asia, è frustrante. Tu dirai: «Ah ma sei un privilegiato!», ma per me è molto importante muovermi.

Quanti viaggi fai all’anno?
Sei-sette, ma anche brevi.

Nel libro ci sono tanti viaggi…
Il libro è nato da un viaggio. Quello che ha fatto nascere l’idea era un viaggio ad Algeri. Perché sono andato a vedere il luogo dov’è stato girato La battaglia di Algeri di Pontecorvo e in quell’occasione ho incrociato Macron con tutto l’apparato presidenziale francese, quindi ho visto l’aereo della Repubblica francese, gigantesco sulla pista d’atterraggio, poi ho visto Macron con le sue otto auto blu, le motociclette, un’autoambulanza dietro, le guardie e mi sono detto pensa se in Italia un primo ministro viaggiasse così, sarebbe uno scandalo, sarebbe visto come un peccato dal popolo pauperista italiano.

Craxi è rimasto inchiodato per tutta la vita a quel viaggio in Cina.
Non a caso sono stato ad Hammamet quest’anno a onorare la memoria di Craxi per l’anniversario. C’è una grande menzogna populista che è passata, che è quella che Craxi se ne è andato dall’Italia per vivere nel lusso. E non è assolutamente vero perché la casa in cui viveva in Tunisia è un luogo estremamente modesto, un posto dove io non andrei mai a vivere, e comunque molto diverso da com’è stato raccontato dai media italiani durante Tangentopoli.

È stato il politico più demonizzato insieme a Berlusconi?
Le monetine al Raphael sono state un po’ l’inizio della fine, l’inizio del populismo in Italia. Lo abbiamo tutti capito molto dopo. Figurati che da ragazzino scrivevo anche per una rivista no global che si chiamava Black Flag come il gruppo punk. Pensa che vergogna.

Facevi le manifestazioni?
Più che altro vedevo questi qui, scrivevo per questa rivista anarchica e a volte sono andato anche a qualche manifestazione.

E ti ricordi qualche cosa che hai scritto?
Non mi ricordo nulla. Mi ricordo tutte frasi fatte contro le multinazionali.

Come arrivò il passaggio in tv?
Lo feci proprio per parlare di quello. Perché c’erano le manifestazioni dei black bloc in Italia e ce ne fu una anche a Firenze e in quell’occasione andai in tv per la prima volta. Andai per difendere i black bloc e i no global.

E adesso sei passato dall’altra parte della barricata…
Sì adesso Henry Kissinger in confronto a me è un hippie.

Sei dalla parte delle multinazionali…
Totalmente (ride). Sono un sicario della globalizzazione.

Quindi questo primo passaggio televisivo avveniva già con Chiambretti?
Sì, era con Chiambretti, poi succede che una persona si ammalò e io dovetti prendere il posto di questa persona, dopo di che quelli dello staff di Chiambretti, la Ghergo, Boncompagni, dissero “no ma facciamolo tornare”, così la terza volta la Rai dovette farmi un contratto… nello stesso periodo ho iniziato a scrivere per dei giornali e da lì è iniziata una lunghissima gavetta, all’inizio scrivevo per Dagospia, per un giornale che si chiama L’indipendente con Giordano Bruno Guerri, poi ho incominciato a scrivere per riviste di musica, cosa che ho fatto per molti anni.

E con D’Agostino come ti trovavi?
Benissimo, mi ricordo che Roma era molto diversa in quegli anni, c’erano tante cose da fare, tanti festival, c’era un amico che faceva un festival che si chiamava Dissonanze, era molto prima del decadimento romano della Raggi, che adesso però secondo me cambierà rotta.

Tu sei cresciuto a Roma?
Sono andato in Inghilterra quando avevo 9 anni, fino ad allora sono cresciuto a Roma per i primi 5 anni e poi in giro per la Toscana con i miei, ma non è che mi ricordo benissimo quegli anni, nel bel mezzo ci sono stati gli anni ’90, che ho vissuto a Londra, che hanno cancellato molte memorie.

Ma com’è essere nobili, è qualcosa che ti porta ancora un vantaggio o no?
Non conta un cazzo, i veri nobili, dalla rivoluzione industriale in avanti, sono le famiglie degli industriali, quindi gli Agnelli, i Moratti e quelli lì.

Non ti ritrovi neanche una casetta?
Nulla, due tre stampe, un quadro, basta. Il mio piano è guadagnare il più possibile e il prima possibile per poi andarmene a fare in culo in India o in Marocco.

Ma sei contento di quanto guadagni adesso?
Al di là del fatto che sono una persona di una avidità rara, la televisione non è più quella degli anni ’80. Per guadagnare cifre alte adesso devi fare l’influencer e l’e-commerce.

E tu non lo vuoi fare?
Credo di essere troppo vecchio. Ormai ho preso questa strada per cui diventerò Gad Lerner tra qualche anno.

Nel libro c’è un elogio del vendersi, però diciamo la verità, è più che altro una posa, hai sempre fatto cose di qualità, a cominciare da Markette (il programma di Chiambretti) per arrivare alla tua rubrica sul Foglio.
Però sono anche andato dalla D’Urso. Sono molto contrario allo snobismo televisivo, all’idea di chiuderti in una nicchia e al pensare che quello che stai facendo è qualcosa di nobile. Vedo che Barbara D’Urso viene criticata dai suoi colleghi, ma non vedo suoi colleghi intervistare premi Nobel o grandi artisti contemporanei.

Pechino Express cos’è allora? Da questo punto di vista piace alla nicchia ma ha un pubblico molto più largo della nicchia.
Il punto di Pechino Express è che, seguendo una ricerca di mercato, lo abbiamo cambiato rendendolo più veloce, aumentando la competizione e in questo modo si è allargato con il pubblico, ma l’elemento più importante del programma è che fa vedere il mondo fuori dall’Italia. Da noi anche i programmi di informazione non fanno vedere mai il mondo fuori dall’Italia.

Cosa successe con Freccero quando disse che non ti avrebbe rinnovato il contratto per condurre il programma? Era qualcosa che aveva a che fare con le tue opinioni politiche?
Guarda, pare di no. A me hanno detto di no. Aveva a che fare con dei cambiamenti e con una disorganizzazione generale. È passato qualche mese e io ne ho approfittato per andare a Calcutta a vedere delle cose di arte contemporanea che mi interessavano.

Nel libro c’è un elogio affettuoso del sindaco Sala, ma dopo quello che è successo in questi mesi vale ancora?
Più che di Beppe forse apprezzo il lavoro del suo capo gabinetto Mario Vanni, di Maran, Bussolati, Lia Quartapelle, ci sono altri politici milanesi che conosco e stimo più di Sala. Sai, io apro il libro dicendo che non sono moralista, ma penso sinceramente che quella statua di Montanelli andava rimossa. E andava rimossa non perché noi siamo buoni e contrari ai cattivi. Innanzitutto non possiamo considerarla arte: molte persone hanno detto “ah, allora anche Leonardo da Vinci andava con i bambini”, ma Leonardo Da Vinci era Leonardo Da Vinci, mentre quella lì era un cesso di statua, senza alcun valore artistico, messa lì nel 2006 da una giunta di destra. Per quanto riguarda le considerazioni politiche, i miei amici sono tutti passionari dell’etica mentre io la penso come Henry Kissinger, in quel luogo dove c’è la statua, che è Porta Venezia, ci sono elettori fortemente di sinistra, sono elettori Lgbt, è la roccaforte del politicamente corretto e non rimuovendo quella statua ti sei messo contro i tuoi elettori. Al di là dell’ideologia, bisogna fare la mossa politica giusta e in quel momento la mossa politica giusta era rimuovere la statua.

Nel libro parli appunto di Sala, parli di Calenda, parli poco o niente di Renzi…
Io, durante la fase Renzi, ho amato molto Gentiloni, l’unico a tirare fuori una storia a cui tengo molto, una cosa che, pur non essendo un sentimentale, mi ha toccato, l’omicidio di Jo Cox, la parlamentare britannica contraria alla Brexit uccisa da un nazionalista xenofobo nel giugno del 2016, quello sarebbe dovuto essere un momento epocale tanto quanto l’uccisione di George Floyd, invece i giornalisti italiani hanno glissato e hanno continuato a fare da megafono ai populisti. Da lì nasce il mio cinismo. Ci sarebbe stata di lì a poco la campagna elettorale che avrebbe portato al governo giallo-verde.

Dal libro si evince che sei stato molto traumatizzato da quel momento di passaggio in cui appunto c’è stata la sconfitta di Renzi, la vittoria di Trump e di Brexit e l’affermazione del populismo.
Non mi dimenticherò mai dei giornalisti italiani che trattavano Maria Elena Boschi come un golpista, dopo di che sono arrivati i fascisti veri, quelli che ignoravano Jo Cox e davano voce a Salvini, l’informazione che scriveva o diceva “emergenza migranti”, ma non c’era nessuna emergenza, una barca con 200 migranti non cambia le sorti economiche di una nazione.

Tu ti senti più scrittore di viaggio, editorialista politico o critico della cultura pop, che mi sembra siano le tre anime che fanno parte di questo libro.
Molto di più critico o esteta della cultura pop, è la cosa che si collega alla televisione ed è quello che faccio nel libro quando do la mia lettura di Madre Teresa di Calcutta, o quando parlo di artisti come Richard Hawkins o Jack Smith, forse non sono cose nemmeno pop, forse sono cose di estrema nicchia, solo che scrivo in modo pop di cose che vengono considerate alte.

E ti senti più a tuo agio a scrivere o a stare dietro lo schermo?
Non ho nessun problema a fare entrambe le cose, ma vedo che le persone in genere fanno meno fatica a scrivere che a stare in video. C’era il coreografo Lindsay Kemp che diceva che per essere un artista o un grande comunicatore non devi avere paura di renderti ridicolo, devi fare un salto nel vuoto, c’è una sottile linea tra l’artista e il clown totale e tu devi superarla, io credo molto in questa filosofia, lanciarsi nel vuoto, non avere paura, se c’è qualcosa che mi fa paura io la faccio.

Ma quindi ne usciremo migliori o peggiori? Tu, soprattutto, come ne uscirai?
Ne uscirò sicuramente più forte e, spero, più ricco.

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