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Alla prossima Biennale d’Arte di Venezia non ci sarà neanche un artista italiano A parte quella scelta per rappresentare il nostro Paese nel Padiglione Italia, Chiara Camoni.
Dopo essere stato snobbato agli Oscar, Park Chan-wook si è consolato con la nomina a presidente della giuria del Festival di Cannes Il regista torna, stavolta con un ruolo "istituzionale", al Festival che lo ha fatto conoscere a tutto il mondo: fu qui che nel 2004 presentò Oldboy.
L’Isis sta invitando i suoi miliziani a imparare a usare l’AI per diventare «jihadisti migliori» E sta fornendo anche delle pratiche guide per capire quale delle numerose AI oggi disponibile si presta meglio a ogni jihadistico proposito.
Un’artista ha passato gli ultimi 12 anni a girare un remake di Titanic identico inquadratura per inquadratura a quello di James Cameron L'opera è dell'artista cilena Claudia Bitrán, si intitola Titanic, A Deep Emotion e verrà esposta alla Cristin Tierney Gallery di New York.
Dopo la giacca dedicata agli Oasis, Lidl ci riprova con una borsa a forma di carrello della spesa La trolley bag firmata dallo studio di design di Nik Bentel si può vincere iscrivendosi a un concorso sul profilo Ig della catena di supermercati
A Milano ha aperto BAOL, la prima biblioteca a offerta libera della città, pensata per i lettori in difficoltà economiche Si trova in viale Molise n. 47 e funziona così: chi vuole prendere in prestito, prende in prestito; chi vuole comprare, paga quel che può.

Congelare la personalità

La crioconservazione è di qualche utilità? Forse non a riportarci in vita, ma a costruire duplicati di noi stessi.

18 Settembre 2015

Nel 2012 il neurofisico del Mit Sebastian Seung provò ad avanzare una nuova definizione di morte: se è vero, come sostengono alcuni, che «noi siamo il nostro connettoma», la mappa delle connessioni neurali del nostro cervello, ne consegue che la morte è «la distruzione del connettoma». Quando le nostre connessioni neurali scompaiono, scompare il nostro “io”, sostiene Seung nel saggio Connectome: How the Brain’s Wiring Makes Us Who We Are. Lo scienziato si domanda però se sia vero anche il contrario: se trovassimo il modo di mantenere le connessioni neurali intatte anche dopo la nostra morte, intesa nel senso più comune del termine, allora le nostre memorie, il nostro intelletto, la nostra personalità, potrebbero continuare a vivere in eterno?

Nel gennaio del 2013, Kim Souzzi è morta di cancro al cervello a 23 anni. Pochi secondi dopo, rispettando le sue ultime volontà, il suo fidanzato ha chiamato i tecnici di una società di crioconservazione, che hanno prelevato il cervello della ragazza e, dopo avere iniettato una sostanza antigelo, lo hanno congelato a meno 180 gradi. Souzzi, che stava iniziando una carriera da neuroscienzata ma si era trovata costretta a rinunciare a una fellowship prestigiosa a causa della malattia, aveva letto il libro di Seung: sperava che una parte di lei – le sue memorie, la sua conoscenza, la sua personalità – un giorno sarebbe potuta tornare in vita, quando e se la tecnologia lo avrebbe reso possibile. Quando, nella fase finale della malattia, è stata trasferita in una clinica per pazienti terminali, ha rifiutato cibo e acqua per accelerare la sua morte e impedire che il tumore le danneggiasse ulteriormente i neuroni. La sua storia, che probabilmente avrete già letto, è stata raccontata qualche giorno fa dal New York Times e da lì è rimbalzata ovunque.

Ted Williams In Cryogenic Storage

Il sogno di sconfiggere la morte con la crioconservazione è più diffuso di quanto non si tenderebbe a pensare. Più di 140 tra corpi e cervelli sono attualmente congelati nei laboratori della fondazione Alcor Life Preservation, il più grande ente di crioconservazione, mentre più di mille persone hanno già concluso le pratiche per essere congelati dopo la loro morte: una procedura che può costare dagli 80 mila dollari per il solo cervello ai 200 mila per il corpo intero. Secondo una stima della Bbc, che include altri istituti ma è ormai vecchia di due anni, i corpi crioconservati in tutto il mondo sarebbero circa 150. Alcuni, forse, si illudono di potere riportare in vita se stessi o i propri cari, in un lontano futuro in cui la scienza potrebbe renderlo possibile. È il caso, per esempio, dei coniugi thailandesi che nel giugno del 2015 hanno congelato la loro bambina, Matheryn Naovaratpong, morta a due anni: «Un giorno mia figlia tornerà a respirare», ha detto il padre. Intanto la Nasa ha commissionato alla società SpaceWorks un progetto di ricerca sull’ibernazione degli astronauti diretti su Marte, che qualcuno ha accostato alla criogenesi: in realtà non si tratta di estendere la vita degli astronauti ibernandoli, come si è visto in qualche film, ma di ibernarli per qualche breve periodo con l’unico obiettivo ridurre il loro fabbisogno energetico e di ossigeno.

Il caso di Souzzi però è un po’ diverso: Kim non sperava di sconfiggere la morte, ma, più banalmente, di aggirarla. Da scienziata qual era, aveva perfettamente presente che la morte è un processo irreversibile e, a differenza dei genitori di Matheryn, non s’è mai illusa di potere «tornare a respirare», o anche solo che un giorno il suo cervello sarebbe potuto essere risuscitato, come le teste in barattolo di Futurama. Non era il cervello che desiderava riportare in vita, ma i pensieri che esso conteneva; non i neuroni, le singole cellule, piuttosto il connettoma, la mappa delle connessioni che le lega una alle altre e che secondo alcuni scienziati, come Sebastian Seung, il neurofisico del Mit, costituirebbe la nostra mente. Con l’idea, magari, di poterlo fare rivivere sotto forma di algoritmo – un po’ come in quella puntata di Black Mirror con John Hamm, dove le memorie venivano estratte dal cervello (in questo caso di persone viventi) e duplicate in copie virtuali, con la stessa memoria, gli stessi gusti e le stesse personalità dei donatori. In altre parole, Souzzi non potrà più interagire con nessuno. Ma, se le cose andranno secondo i suoi piani, altre persone potranno forse interagire con lei, con una copia di lei. Per quanto assai più sofisticata, l’idea non è molto diversa da quella di Etern.mi, il progetto di data mining che punta a ricostruire la personalità dei defunti a partire dalle tracce digitali lasciate in vita – sui social network, per esempio, o nelle conversazioni private. L’obiettivo, molto più semplice, è creare un chatbot, un programma capace di simulare una conversazione, in modo che parenti e amici possano continuare a chattare col caro estinto.

In realtà lo stesso Seung è piuttosto scettico sulla crioconservazione dei tessuti cerebrali. L’idea di riportare una personalità (ma non, ovviamente, una persona) in vita attraverso la preservazione connettoma per lui è soltanto un’ipotesi lontana. «La mia idea è che la morte del connettoma implichi la perdita delle memorie. Ma il contrario potrebbe non essere vero. Alcune informazioni potrebbero andare completamente perdute, anche se si riuscisse a preservare il connettoma», scrive. E precisa: «In realtà non sappiamo ancora per certo che il connettoma contenga le memorie, la personalità e l’intelletto di un individuo. Serve ancora molta ricerca nelle neuroscienze. È possibile che il connettoma contenga soltanto alcune delle memorie di una persona, un po’ come un sommario, che riassume una storia tralasciando i particolari. Il problema è che, magari, sono proprio i dettagli a costituire una personalità».

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