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07:13 mercoledì 1 aprile 2026
Per la prima volta dopo quasi 40 anni, “Guernica” di Picasso potrebbe lasciare Madrid L'ultimo "spostamento" dell'opera risale al 1992. Adesso potrebbe succedere di nuovo, per ragioni che hanno anche a che vedere con la tenuta del governo Sánchez.
Delle spillette a forma di cappio sono diventate l’accessorio preferito dai politici israeliani a favore della legge sulla pena di morte ai terroristi palestinesi A sfoggiare questa spilla con il maggiore entusiasmo è stato ovviamente il Ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir.
Dopo i casi di Bergamo e Perugia, anche in Italia si sta iniziando a parlare di Nihilistic Violent Extremism Inventata negli Usa, la definizione identifica crimini commessi da giovani e giovanissimi in cui la violenza non è un mezzo per raggiungere nulla ma il fine stesso dell'azione.
In occasione del 50esimo anniversario, Allegro non troppo, il capolavoro di Bruno Bozzetto, uscirà finalmente in versione restaurata Ma c'è un ma: al momento, questa versione restaurata verrà distribuita, paradossalmente, solo negli Usa e non in Italia.
Un gruppo che si chiama EveryonehatesElon si sta organizzando per rovinare il Met Gala a Jeff Bezos Si tratta dello stesso collettivo che protestò contro l'occupazione veneziana durante il matrimonio del patron di Amazon, e che oggi sta raccogliendo donazioni per organizzarsi in vista dell'evento.
È vero che il Ministro della Difesa Crosetto ha negato agli Usa il permesso di usare la base di Sigonella, ma è vero anche che gli Usa il permesso nemmeno lo avevano chiesto Quando il Comando Usa il permesso lo ha finalmente chiesto era troppo tardi e Crosetto non ha potuto fare altro che negarlo.
La produttrice di La voce di Hind Rajab è riuscita a far fuggire la famiglia di Hind Rajab dalla Striscia di Gaza La madre della bambina, Wissam, e altri otto membri della famiglia sono così riusciti ad arrivare in Grecia e ottenere lo status di rifugiati.
La nuova opera di John Carpenter è un graphic novel horror basato su un incubo che ha fatto Si intitola Cathedral e Carpenter ne comporrà anche la colonna sonora, da ascoltare durante la lettura del fumetto.

Congelare la personalità

La crioconservazione è di qualche utilità? Forse non a riportarci in vita, ma a costruire duplicati di noi stessi.

18 Settembre 2015

Nel 2012 il neurofisico del Mit Sebastian Seung provò ad avanzare una nuova definizione di morte: se è vero, come sostengono alcuni, che «noi siamo il nostro connettoma», la mappa delle connessioni neurali del nostro cervello, ne consegue che la morte è «la distruzione del connettoma». Quando le nostre connessioni neurali scompaiono, scompare il nostro “io”, sostiene Seung nel saggio Connectome: How the Brain’s Wiring Makes Us Who We Are. Lo scienziato si domanda però se sia vero anche il contrario: se trovassimo il modo di mantenere le connessioni neurali intatte anche dopo la nostra morte, intesa nel senso più comune del termine, allora le nostre memorie, il nostro intelletto, la nostra personalità, potrebbero continuare a vivere in eterno?

Nel gennaio del 2013, Kim Souzzi è morta di cancro al cervello a 23 anni. Pochi secondi dopo, rispettando le sue ultime volontà, il suo fidanzato ha chiamato i tecnici di una società di crioconservazione, che hanno prelevato il cervello della ragazza e, dopo avere iniettato una sostanza antigelo, lo hanno congelato a meno 180 gradi. Souzzi, che stava iniziando una carriera da neuroscienzata ma si era trovata costretta a rinunciare a una fellowship prestigiosa a causa della malattia, aveva letto il libro di Seung: sperava che una parte di lei – le sue memorie, la sua conoscenza, la sua personalità – un giorno sarebbe potuta tornare in vita, quando e se la tecnologia lo avrebbe reso possibile. Quando, nella fase finale della malattia, è stata trasferita in una clinica per pazienti terminali, ha rifiutato cibo e acqua per accelerare la sua morte e impedire che il tumore le danneggiasse ulteriormente i neuroni. La sua storia, che probabilmente avrete già letto, è stata raccontata qualche giorno fa dal New York Times e da lì è rimbalzata ovunque.

Ted Williams In Cryogenic Storage

Il sogno di sconfiggere la morte con la crioconservazione è più diffuso di quanto non si tenderebbe a pensare. Più di 140 tra corpi e cervelli sono attualmente congelati nei laboratori della fondazione Alcor Life Preservation, il più grande ente di crioconservazione, mentre più di mille persone hanno già concluso le pratiche per essere congelati dopo la loro morte: una procedura che può costare dagli 80 mila dollari per il solo cervello ai 200 mila per il corpo intero. Secondo una stima della Bbc, che include altri istituti ma è ormai vecchia di due anni, i corpi crioconservati in tutto il mondo sarebbero circa 150. Alcuni, forse, si illudono di potere riportare in vita se stessi o i propri cari, in un lontano futuro in cui la scienza potrebbe renderlo possibile. È il caso, per esempio, dei coniugi thailandesi che nel giugno del 2015 hanno congelato la loro bambina, Matheryn Naovaratpong, morta a due anni: «Un giorno mia figlia tornerà a respirare», ha detto il padre. Intanto la Nasa ha commissionato alla società SpaceWorks un progetto di ricerca sull’ibernazione degli astronauti diretti su Marte, che qualcuno ha accostato alla criogenesi: in realtà non si tratta di estendere la vita degli astronauti ibernandoli, come si è visto in qualche film, ma di ibernarli per qualche breve periodo con l’unico obiettivo ridurre il loro fabbisogno energetico e di ossigeno.

Il caso di Souzzi però è un po’ diverso: Kim non sperava di sconfiggere la morte, ma, più banalmente, di aggirarla. Da scienziata qual era, aveva perfettamente presente che la morte è un processo irreversibile e, a differenza dei genitori di Matheryn, non s’è mai illusa di potere «tornare a respirare», o anche solo che un giorno il suo cervello sarebbe potuto essere risuscitato, come le teste in barattolo di Futurama. Non era il cervello che desiderava riportare in vita, ma i pensieri che esso conteneva; non i neuroni, le singole cellule, piuttosto il connettoma, la mappa delle connessioni che le lega una alle altre e che secondo alcuni scienziati, come Sebastian Seung, il neurofisico del Mit, costituirebbe la nostra mente. Con l’idea, magari, di poterlo fare rivivere sotto forma di algoritmo – un po’ come in quella puntata di Black Mirror con John Hamm, dove le memorie venivano estratte dal cervello (in questo caso di persone viventi) e duplicate in copie virtuali, con la stessa memoria, gli stessi gusti e le stesse personalità dei donatori. In altre parole, Souzzi non potrà più interagire con nessuno. Ma, se le cose andranno secondo i suoi piani, altre persone potranno forse interagire con lei, con una copia di lei. Per quanto assai più sofisticata, l’idea non è molto diversa da quella di Etern.mi, il progetto di data mining che punta a ricostruire la personalità dei defunti a partire dalle tracce digitali lasciate in vita – sui social network, per esempio, o nelle conversazioni private. L’obiettivo, molto più semplice, è creare un chatbot, un programma capace di simulare una conversazione, in modo che parenti e amici possano continuare a chattare col caro estinto.

In realtà lo stesso Seung è piuttosto scettico sulla crioconservazione dei tessuti cerebrali. L’idea di riportare una personalità (ma non, ovviamente, una persona) in vita attraverso la preservazione connettoma per lui è soltanto un’ipotesi lontana. «La mia idea è che la morte del connettoma implichi la perdita delle memorie. Ma il contrario potrebbe non essere vero. Alcune informazioni potrebbero andare completamente perdute, anche se si riuscisse a preservare il connettoma», scrive. E precisa: «In realtà non sappiamo ancora per certo che il connettoma contenga le memorie, la personalità e l’intelletto di un individuo. Serve ancora molta ricerca nelle neuroscienze. È possibile che il connettoma contenga soltanto alcune delle memorie di una persona, un po’ come un sommario, che riassume una storia tralasciando i particolari. Il problema è che, magari, sono proprio i dettagli a costituire una personalità».

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