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Comprare libri per non leggerli

O del perché possediamo più libri di quanti sia umanamente possibile leggerne: un comportamento più antico di quanto si pensi.

06 Febbraio 2017

Ogni giorno, quando passa in edicola, mio padre compra un giornaletto a mia figlia, uno di quegli album con gli sticker e le pagine da colorare per i bambini che ancora non sanno leggere. L’ho pregato di darci un taglio: non esistono abbastanza ore in una giornata per colorare tutti quei disegni e così i fascicoli si accumulano senza essere neppure sfogliati, è uno spreco di spazio, di denaro e un vizio inutile. Subito dopo questa conversazione, mi sono resa conto di quanto sarebbe sembrata fuori luogo, se invece di album delle Winx avessimo parlato di libri: tutti acquistiamo e regaliamo più libri di quanto non sia umanamente possibile leggere e nessuno ci trova nulla di male. Al contrario, l’intera industria editoriale si regge, e neppure troppo bene, su questa incongruenza tra il tempo a disposizione e il numero di volumi acquistati.

Quanti libri è possibile leggere in una vita? E quanti è realistico aspettarsi di leggerne? Verso la fine dei suoi giorni, guardando affranto la sua biblioteca colma di volumi non goduti, Winston Churchill stimò di averne letti cinquemila. Una cifra verosimile, per un lettore straordinariamente vorace quale era Churchill, che però risulta ottimista anche per molti di coloro che rientrano nella categoria di lettori forti. L’aspettativa di vita media nel mondo occidentale si aggira intorno agli ottant’anni, in ogni anno ci sono 52 settimane, dunque chi legge un libro ogni settimana può realisticamente pensare di leggere circa quattromila volumi. Chi ne legge due al mese, può sperare di avvicinarsi ai duemila. In Italia viene definito “lettore forte” anche chi legge un solo testo al mese: significa leggere 920 libri in una vita intera. Non sono poi molti, stanno in otto Billy. È evidente che la nostra aspettativa di lettura supera tragicamente la nostra aspettativa di vita.

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Acquistare libri è un atto irrazionale. Non a caso il loro accumulo è stato a lungo una pratica disprezzata nella cultura occidentale, come recentemente ha ricordato sul Guardian la saggista Lorraine Berry: nel Medio Evo gli europei guardavano con sospetto «l’estesi capricciosa e passionale» con cui gli arabi collezionavano volumi, e ancora nel Secolo dei Lumi era considerato immorale fare incetta di libri (acquistando più testi di quanti non ne possa leggere, il collezionista interrompe la trasmissione del sapere in essi contenuto e priva i suoi concittadini della possibilità di accedervi, questo il ragionamento). È soltanto dall’inizio del Novecento, sostiene Berry, che l’accumulo di vaste biblioteche private è iniziato ad essere vista, quasi universalmente, come un’arte nobile a sé stante, indice di raffinatezza e di amore della cultura, indipendentemente dal numero di libri effettivamente letti. Oggi chiunque sappia stare al mondo sa che domandare al proprietario di un’ampia collezione di libri se li abbia letti tutti, o se abbia l’intenzione di farlo, è un faux pas imperdonabile, che ci farebbe passare per dei sempliciotti, subito il nostro interlocutore invocherebbe Umberto Eco: «Il bibliofilo è esposto all’insidia dell’imbecille che ti entra in casa, vede tutti quegli scaffali, e pronuncia: “Quanti libri! Li ha letti tutti?”». Già un secolo prima un altro Nobel per la letteratura, Anatole France, se ne uscì con un’invettiva simile.

Ho un’amica che sostiene che accumuliamo libri per la stessa ragione per cui accumuliamo cianfrusaglie: è hoarding, è acquisto compulsivo. Dice di avere una regola: a casa sua non entra nessun libro che non verrà letto. Io stessa confesso di provare un po’ di pudore nell’acquistare un libro (merita davvero il mio tempo? E il mio spazio?) ed evito di regalarne, a meno che non sia sicura che quel titolo in particolare sia gradito: non sarò io ad alimentare l’ansia altrui davanti alle pile di volumi non letti. Viviamo in un’epoca in cui, almeno tra le persone più evolute, l’acquisto di oggetti destinati a restare inutilizzati è disprezzato. Non si smette di dire, tra gli esperti di moda, che bisognerebbe comperare meno e comperare meglio, che fare incetta di capi low cost è sbagliatissimo (va bene, costa solo nove euro, ma poi te lo metti?), danneggia l’ambiente e incasina il nostro guardaroba, insomma è una tentazione cui resistere (altro mantra: se non indossi un capo da un anno, disfatene e sappi che acquistarlo è stato un errore). Perché, allora, comperare libri dovrebbe essere diverso?

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Walter Benjamin descriveva l’arte di collezionare libri proprio come una forma di collezionismo qualsiasi, senza per questo sminuirla: la bellezza, scriveva, sta tutta nella ricerca, nel possesso, nel circondarsi di oggetti che «sprigionano una marea di ricordi quando li si contempla» – ah, quel volume l’ho trovato in una bancarella di Francoforte, quell’altro durante un viaggio nella Turingia – e che, nel loro essere collezione, rappresentano una squisita «tensione dialettica tra i poli del caos e dell’ordine». Bibliofilo in senso stretto, Benjamin però collezionava volumi rari, o carichi di un significato particolare: un’edizione originale di Balzac, una raccolta di favole dei fratelli Grimm stampata a Grimma (la sola assonanza conferiva valore, per lui). Il processo di chi accumula libri, beh, normali, è diverso. Con il bibliofilo, però, il semplice accumulatore condivide la condizione di «non lettore», che secondo Benjamin era una caratteristica di chiunque possegga tanti libri.

Una decina d’anni fa il critico francese Pierre Bayard ha pubblicato un libro proprio sull’arte del «non-leggere», definita «non la semplice assenza della lettura, ma un’attività a sé stante» (il saggio è uscito in Italia nel 2012 col titolo Come parlare di un libro senza averlo mai letto). Come coi nostri cervelli, dove le connessioni tra i neuroni sono più importanti dei neuroni stessi, anche la cultura somiglia più a un network che a una somma: «Non è una questione di avere letto un libro in particolare, ma dell’essere capaci di orientarsi tra i libri come sistema, cosa che implica il riconoscere che formano un sistema e il sapere individuare ogni elemento in relazione agli altri». Non c’è bisogno di avere letto tutto i Fratelli Karamazov per cogliere un riferimento al Grande Inquisitore, né bisogna avere letto l’Ulisse di Joyce né Omero per avere un’idea, fosse anche fugace, del rapporto tra i due. Un libro, dunque, è «un elemento di un insieme, che assume il suo significato come una parola assume il significato in relazione agli altri».

«Una biblioteca non è solo un luogo in cui si raccolgono libri: è un luogo che li legge per conto nostro»

Se la cultura è una rete di libri che si parlano tra loro, un sistema di cui si può partecipare anche senza averli letti singolarmente, allora forse la tendenza diffusa ad accumulare libri che non leggeremo mai riflette il desiderio di appropriarci di una parte di quel sistema. Nello stesso anno in cui Bayard pubblicò il suo saggio in Francia, Eco tenne una lectio magistralis dove giungeva a una conclusione analoga: «Una biblioteca di casa non è solo un luogo in cui si raccolgono libri: è anche un luogo che li legge per conto nostro. Credo che sia capitato a tutti coloro che hanno in casa un numero abbastanza alto di libri di vivere con il rimorso di non averne letti alcuni, che per anni ci hanno fissato dagli scaffali come a ricordarci il nostro peccato di omissione. Però ogni tanto accade che un giorno prendiamo in mano uno di questi libri trascurati, incominciamo a leggiucchiarlo, e ci accorgiamo che sapevamo già tutto quel che diceva».

Una spiegazione è che nel frattempo abbiamo «letto altri libri in cui si parlava anche di quello, così che senza rendercene conto abbiamo appreso che cosa dicesse»; un’altra che «non è vero che quel libro non lo abbiamo letto: ogni volta che lo si spostava vi si gettava uno sguardo, si apriva qualche pagina a caso. E così, poco per volta, di quel libro se ne è assorbita gran parte»; probabilmente, conclude il semiologo, entrambe sono vere e complementari. Se ne potrebbe dedurre che compriamo libri per essere «non-lettori» nel senso migliore, e bayardiano, del termine.

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C’è però chi acquista libri in grande quantità attratto non dalla prospettiva di «non-lettura», quanto dalla possibilità astratta di leggerli, che ha ben poco a che vedere con la fattibilità concreta del proposito. In un saggio pubblicato qualche anno fa da The New Republic, lo scrittore americano William Giraldi paragonava la sua biblioteca privata a un harem: il bello dei libri è averli a disposizione. Come i sultani ottomani collezionavano serragli con migliaia di concubine non con l’idea di possederle effettivamente tutte, ma per il solo gusto di avere una scelta infinita, così anche alcuni accumulatori di volumi ricercano precisamente l’assortimento. Se Benjamin concepiva la loro collezione come una questione di possesso e di memoria, e mentre Eco e Bayard vedevano nella costruzione di biblioteche private l’assemblaggio di un sistema culturale, per Giraldi i testi accumulati sono prima di tutto letture in potenza e trovano un valore proprio nella loro potenzialità, che trascende il numero di ore disponibili in una vita umana. «Ho 7 mila libri, so che non li leggerò mai tutti, ma sapere che una storia è entrata in casa mia mi fa sentire come se avessi una vita in più da vivere», mi ha detto una volta Christian Mascheroni, autore di Non avere paura dei libri, seguendo un ragionamento simile: «I libri mi ispirano quelle vite che non vivrò. Non tutte le leggerò ma sono lì da prendere in ogni momento».

A differenza di Mascheroni, però, io un po’ di paura dei libri ce l’ho: quando mi trovo in una libreria particolarmente grande, non riesco a non pensare che il tempo per leggerli è un’unità finita, e non basta. Questa inquietudine non deve essere soltanto mia, se è vero che i giapponesi hanno una parola apposita per indicare lo sgomento di chi acquista libri ma poi non riesce a leggerli: Tsundoku. Citando Sven Birkerts, il critico letterario, Giraldi descrive «il senso di quiete e di anticipazione» che pervade l’accumulatore di libri quando, contemplando la propria biblioteca, coglie in essa «un’idea di futurità». Quello che Giraldi sembra ignorare è che, a volere essere spietatamente razionali, la vista di una biblioteca sterminata dovrebbe evocare piuttosto l’assenza di una futurità. Forse l’umanità si divide in due categorie: chi davanti a migliaia di volumi ha il dono di illudersi, per un secondo, di avere davanti a sé una vita infinita, e chi invece non può che pensare che la nostra vita è troppo breve per tutti quei libri, e breve tout court.

Immagini Getty Images.
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