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05:30 giovedì 27 agosto 2026
Un sito sta raccogliendo tutte le elegie funebri scritte dai giornalisti palestinesi per i loro colleghi uccisi negli attacchi israeliani Si chiama The Living Record e permette di ascoltare la voce e le parole dei giornalisti di Gaza, mentre ricordano i loro colleghi uccisi negli attacchi israeliani.
Un fotografo, una pittrice, una casa d’aste e una galleria d’arte si stanno facendo causa per la famosa foto in cui Liam Gallagher dà un bacio a Noel Justin Thomas accusa Elizabeth Peyton di plagio e la David Zwirner Gallery e Sotheby’s di aver provato a trarre guadagno da questo plagio.
Sempre più miliardari stanno comprando casa in Patagonia perché si sono convinti che lì sopravviveranno alla fine del mondo A convincerli sono stati quattro fattori: isolamento, capacità di produrre di cibo, capacità di produrre energia e abbondante disponibilità d’acqua.
Dolly Parton verrà ricordata anche come una delle più agguerrite sindacaliste nella storia dell’industria musicale La cantautrice è stata una lavoratrice della musica e non ha mai smesso di usare il proprio potere per tutelare chi suonava al suo fianco.
Pur di non danneggiare un antico castello da ristrutturare, in Giappone lo hanno fatto spostare a mano da 1800 volontari Il mastio del castello di Hirosaki pesa 360 tonnellate. Questo non ha affatto scoraggiato i volontari.
C’è una certa confusione attorno all’attore che interpreterà il professore di Difesa dalle Arti Oscure nella serie tv di Harry Potter La parte era stata affidata a Nicholas Hoult, che prima ha accettato e poi ci ha ripensato perché i suoi fan avevano preso malissimo la notizia. Ora il ruolo è passato a Kit Harington, i cui fan si sono fin qui dimostrati indifferenti.
Uniqlo ha lanciato la sua prima collezione di hijab Il lancio è avvenuto il 17 agosto in Malesia, Indonesia, Singapore e Filippine. È la prima collezione di hijab tutta realizzata dal brand, al di fuori di capsule collection e partnership speciali.
La tv di Stato iraniana ha messo una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa di Barron Trump Dando anche dei consigli pratici e logistici su come uccidere il più piccolo dei figli del Presidente degli Stati Uniti.

In che città vogliamo vivere

Il Coronavirus potrebbe avere decretato il tramonto delle Smart city e l’ascesa di un nuovo stile di vita.

18 Maggio 2020

Case di legno a impatto zero, nuove formule abitative, semafori intelligenti in grado di adattarsi al traffico. Doveva essere il rilancio del waterfront di Toronto, un progetto sostenuto dal governo canadese e portato avanti da Sidewalk Labs, società del gruppo Alphabet, che a sua volta controlla Google. La smart city più smart del mondo, insomma, votata al rispetto dell’ambiente e a una nuova idea di vita cittadina. Parte del megaprogetto, la costruzione di un Innovative Design and Economic Acceleration (IDEA) District, uber-distretto innovativo «in grado di attirare migliaia di posti di lavoro», e di un River District in cui avrebbe trovato casa Google Canada, oltre che un Innovation Campus e un parco da 16 ettari a dare ossigeno al tutto.

I dati previsti, sempre forniti da Sidewalk Labs, erano notevoli: 93mila posti di lavoro tra fissi e part time e un giro d’affari da 14,2 miliardi entro il 2040 con ben 4,3 miliardi di dollari in tasse. Un progetto che coniugava innovazione, spirito imprenditoriale e sostenibilità: una sede di Google fatta quartiere. Se vi siete affezionati al progetto e volete visitarlo, ho però una brutta notizia: lo scorso sette maggio, l’abbandono di Toronto e Quayside da parte di Sidewalk Labs. La causa ufficiale è la pandemia causata dal Coronavirus e i suoi effetti economici, come ha spiegato il direttore dell’azienda Dan Doctoroff, anche se il progetto nato nel 2016 ha in realtà avuto una vita breve e tortuosa anche prima del Covid-19. Ci sono state infatti le proteste cittadine e delle associazioni come la Canadian Civil Liberties Association, poi le accuse di aver svenduto un pezzo di città a privati, accompagnate dai dubbi sulla privacy e sull’utilizzo che la controllata da Google avrebbe fatto dei dati degli utenti, pardon cittadini.

Ma questo è il passato. In questa sede a noi interessa piuttosto notare come il tramonto di questa smart city sia coinciso con l’avvento di un’altra idea di città nata da una serie di nuove e impellenti esigenze. Proposte semplici ma profonde, come il piano della città di Milano per ampliare le piste ciclabili e la superficie pedonale, a cui fa sponda oltremanica un vasto piano britannico simile. Del piano milanese abbiamo già parlato, con un progetto comunale di nuove piste ciclabili e maggior spazio pubblico per le tante attività che non potranno utilizzare i loro locali; ma anche Londra si muove con un proposte simili, prevedendo un volume di traffico su bici fino a dieci volte superiore a quello pre-pandemico.

È come se, dopo anni di progettazione e #dreaming, la vera natura di una città “smart” si sia concretizzata davanti ai nostri occhi, costringendoci a guardare: un luogo più vivibile non ha per forza bisogno di semafori iperconnessi o lampioni abbonati a Spotify. Sorpresa: alle volte basta un banale e per-niente-smart piano di piste ciclabili per rivoluzionare l’assetto urbano di una città, togliendo spazio alle auto e incentivando i mezzi alternativi. La pandemia sembra aver velocizzato alcuni trend attivi da tempo, come il graduale abbandono delle automobili come mezzo definitivo per la generazione dei Millennial, una nuova coscienza ambientalista e una nuova età dell’oro per le città in tutto il mondo. Sono quest’ultime quindi a dover agire per rimanere vivibili anche in tempi di distanziamento sociale.

È strano riguardare le foto del progetto di Alphabet a Toronto: sembra un sogno futuristico palesemente figlio di una cultura precisa, quella della Silicon Valley, e reso inadeguato in pochi giorni dal frenetico progredire della Storia. Una possibile risposta a una domanda che nel frattempo è cambiata, e per sempre. Ogni utopia, del resto, è figlia del tempo in cui viene sognata. È come con i telefoni: da una parte gli smartphone, potenti, in grado di fare tutto, ma delicati; dall’altra i cosiddetti “dumbphone”: dispositivi vecchio stile, meno potenti ma resistenti come un Nokia 3310. Ecco, c’è qualcosa di “dumb” – sia detto con amore e affetto – nella city di cui sembra esserci bisogno oggi: più umana e meno accessoriata, più vivibile e alla portata di tutti. Dopo anni di smart, visti i risultati, è il momento di cambiare.

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