Chloë Sevigny e Gillian Anderson hanno sfilato per Miu Miu ricordandoci che gli anni ’90 sono stati bellissimi
Lo show, chiamato "Mindful Intimacy", rifletteva sul rapporto tra corpo e abito in un mondo così grande e problematico: un pensiero che, di per sé, è già molto anni '90.
Che gli Anni 90 vivano di un “eterno ritorno” per dirla alla Nietzsche, è un dato che chi ha vissuto gli Anni 90 conosce benissimo, sin da quando poi quegli anni sono finiti, e si è entrati negli Early Aughts, ossia i primi 2000, altra decade assai amata dalla moda di oggi, ma meno ammantata di un alone di romanticismo (anche perché nel 2001 è nato Google Images e qualunque pretesa di romanticismo è finita nel momento nel quale errori/orrori/passi falsi sono stati iscritti per sempre nella nostra memoria e in quella del Web). Non è un caso che il trend del momento sulle piattaforme social sia “Papà/mamma, com’eri negli Anni ’90?” a cui segue reel dell’attore/musicista/artista con foto d’epoca, e la colonna sonora di Iris, canzone dei Goo Goo Dolls (brano del 1998, che venne pensato come colonna sonora del film City of Angels, con Nicolas Cage e Meg Ryan, per poi divenire famoso al di là della pellicola).
Questa imperitura passione per i “Nineties” ha trovato nuovo sfogo ieri nella sfilata di Miu Miu, durante la quale sono apparse in passerella due donne che, in modo diverso, hanno costruito l’estetica di quell’epoca: da una parte Gillian Anderson, l’algida Dana Scully di X-Files, dall’altra Chloë Sevigny, da sempre amata dalla moda, ma pure da cineasti come Larry Clark (che la fece debuttare nel suo Kids, del 1995, sceneggiato da Harmony Korine di cui Sevigny era grande amica). Un sentimento, quello della nostalgia verso l’epoca, evidentemente condiviso anche da Gillian Anderson, che ha negli scorsi giorni aderito al trend dei social, postando un reel con le sue foto “vintage” – compresa quella passata alla storia dove lei indossava un vestito aperto sul retro quanto bastava per mostrare il perizoma – e la colonna sonora dei Goo Goo Dolls.


Courtesy Miu Miu
La sfilata, intitolata Mindful intimacy, era una riflessione su tessuto, sui corpi e la loro esiguità di fronte all’immensità (e, ci tocca aggiungere, problematicità) del mondo: un tentativo di parlare di sentimenti attraverso abiti privi del solito iper-decorativismo di Miuccia Prada, ma ridotti all’essenziale. Una implicita, e forse involontaria dedica agli Anni Novanta.