Vedendo Nouvelle Vague di Richard Linklater si provano due sentimenti: gioia perché la Nouvelle Vague è esistita e tristezza perché non tornerà mai più

Questo non è soltanto un film sulla realizzazione di un film (leggendario) o sulla storia di un movimento artistico (rivoluzionario). È soprattutto un invito a fermarsi e chiedersi: cos'è che vogliamo dal cinema di oggi e di domani?

05 Marzo 2026

Qualche mese fa, durante il BFI London Film Festival, ho incontrato Richard Linklater due volte a distanza di pochi giorni. La prima volta per parlare di Blue Moon, il film che racconta una particolare serata della vita di Lorenz Hart, grande paroliere e librettista dell’epoca d’oro del musical, interpretato da Ethan Hawke, meritatamente candidato all’Oscar per il Miglior attore protagonista. La seconda per Nouvelle Vague, vero e proprio atto d’amore nei confronti di un’epoca, quella della nuova onda del cinema francese, che ha rivoluzionato il concetto stesso di cinema.

Lo sguardo è sulla realizzazione di un film leggendario, Fino all’ultimo respiro, l’opera d’esordio di Jean-Luc Godard, un dietro le quinte messo in scena con meticolosa verosimiglianza, cogliendo un momento storico irripetibile, costellato da giovani critici, già anche cineasti, destinati a lasciare il segno nella storia del cinema, da Truffaut, naturalmente, a Rohmer, Rivette, Chabrol. Il gioco è romantico, divertente, appassionante, commovente, soprattutto se confrontato con l’oggi, l’epoca degli instant movies delle piattaforme, delle serie fiume che sembrano non avere mai fine e neanche un inizio. Alla fine, come sempre nel cinema di Linklater, è sempre una questione di tempo, di riportare in vita un momento e renderlo indelebile. Non importa che duri una sera, diciotto giorni, dieci anni o venti. I suoi film sono gesti d’amore, questo più che mai, un regalo per cinefili, un piccolo testo per introdurre nuove generazioni alla scoperta di una stagione prodigiosa, parafrasando il titolo di un film di uno di quei registi che sembravano già navigati decani a nemmeno trent’anni.

Un’opera meritoria, quella di provare a far scoprire il cinema a chi è convinto che il cinema non esistesse prima degli anni Ottanta. Ma Nouvelle Vague non è un mero esercizio di stile, è un film articolato, complesso, un compendio di critica, storia, generi, di cui oltretutto i giovani critici, poi registi, dei Cahiers du Cinema fondati da Andre Bazin si fecero protettori e in cui lo stesso Linklater si cimenta. Nouvelle Vague è un documentario sia finto che vero, come già ne ha fatti (vedi Fast Food Nation), ma anche un romanzo di formazione i cui protagonisti sono comunque ancora un po’ Dazed and Confused.

Godard è una “wannabe” rockstar, alla stregua del fasullo professore di musica Jack Black di School of Rock. Ma, soprattutto, è una commedia romantica, i cui protagonisti sono il cinema e chi lo ama, da una parte e dall’altra dello schermo. E poi, cosa più importante, è un passato che ci pone una domanda sul presente e sul futuro, sfiorando in questo caso il dramma esistenziale da una parte e l’impegno civile e culturale dall’altra. Rivedremo mai una tale comunione d’intenti in un panorama cinematografico dominato dall’algoritmo e dalle regole che impone alla struttura stessa di un film, in termini di scrittura, regia, temi e quant’altro? E allora qui scende davvero una lacrima, aiutata dalla carrellata di personaggi, opportunamente indicati da sottopancia tanto salvifici, per cui basta il solo nome per aprire svariati cassetti di ricordi cinefili.

La potenza di Nouvelle Vague è anche quella di identificare come reali dei personaggi effettivamente interpretati da attori. Il Melville con lo Stetson che Jean-Luc va a trovare in cerca di consigli e per offrirgli una parte nel film è il vero maestro del Polar, il noir alla francese. E quello che dirige la sua troupe nel metro parigino è veramente Robert Bresson che gira Le Pickpocket. Godard è vero, Belmondo e Seberg sono loro, persino Roberto Rossellini che ruba i tramezzini dopo avere ricevuto il premio di regista dell’anno dai Cahiers appare come l’uomo più normale e vero che ci sia.

Linklater ci mette di fronte a una questione importante: una nuova Nouvelle Vague è possibile? O ci dobbiamo accontentare di un surrogato romantico? Nell’era dell’assai presunta rivoluzione di A24, c’è qualcosa all’orizzonte che possa veramente infondere un entusiasmo quasi patologico in chi il cinema lo fa o lo fruisce? Al momento no, e non ci è dato sapere se accadrà né quando accadrà. Le speranze sono riposte in singoli film, slegati tra loro, ma che messi insieme possono dare l’impressione di un movimento, europeo soprattutto, ma non solo, che sente il bisogno di raccontare storie umane. Dal Sentimental Value di Joachim Trier a Il suono di una caduta di Mascha Schilinski, ma anche opere più abbordabili per un grande pubblico, come la sorpresa dei BAFTA, I Swear (acquisito per l’Italia da Fandango, ma che arriverà solo in autunno), in questo mondo in fiamme il dramma vive una dimensione tanto intima quanto universale, e ancora una volta scandito dal tempo e dal cinema, come nel film di Trier, ma anche, cambiando continente, nel Brasile degli anni Settanta, e fino ai giorni nostri, di L’agente segreto.

La memoria è la chiave di tutto, bene non perderla, meglio ancora provare a ricostruirla. Basta avere la pazienza di trovare le facce giuste. Le storie poi si raccontano da sole. E questo Richard Linklater lo sa benissimo.

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