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Chelsea Hodson e il desiderio di essere un’altra

Abbiamo parlato di scrittura, lavoro e "sad girl books" con l'autrice di Tonight I'm Someone Else, il libro diventato famoso anche grazie alla foto di Kendall Jenner che lo leggeva sullo yacht.

17 Aprile 2022

Come molti, ho scoperto Stanotte sono un’altra (Pidgin Edizioni, traduzione di Sara Verdecchia) da Instagram. A farmelo conoscere è stata Kendall Jenner, mostrava nelle sue Stories alcuni libri che le erano stati inviati e qualche giorno dopo era stata paparazzata mentre leggeva quello di Chelsea Hodson a bordo di uno yacht. Il suo faccino corrucciato mentre si accingeva nell’interpretazione di una pagina del libro, accompagnato dalla curiosità di capire come mai Kendall Jenner stesse leggendo un volume con quel titolo (chi altro poteva mai voler essere?) erano stati molto convincenti, così aveva iniziato a popolare le liste di libri consigliati sui social.

Prima di Stanotte sono un’altra, Hodson aveva già pubblicato uno dei saggi lirici contenuti nella raccolta, quello che si intitola “Pietà per l’animale” che esplora la facilità con cui riesce a manipolare l’attrazione degli altri a suo vantaggio oggettificando il suo corpo, bellissimo, come quando si infila un bikini a lavoro da American Apparel per attirare più clienti o si iscrive su un sito di sugar daddy. In realtà questi sono diversivi come altri per rifuggire da se stessa: la narratrice, che dà voce ai pensieri di Hodson, non sa chi è ma non è nemmeno sicura di volerlo scoprire, così continua a inventarsi sempre nuove versioni di sé per vedere quale le si addice di più, assecondando i desideri più comuni di bellezza e di guadagno: «Guardo all’America per prendere spunto e non sono all’altezza». Di impetuosità e disperazione: «Avevo bisogno di sentirmi sull’orlo di ogni emozione allo stesso momento». Nella scrittura Hodson insegue i suoi desideri per vedere fino a dove la spingono, che sia dentro all’ultimo costosissimo modello di scarpe col tacco tredici, sedurre un uomo al bar, scoprire il significato di una frase, eludendo la convinzione che se otteniamo qualcosa di nuovo allora possiamo considerarci a tutti gli effetti persone nuove.

La forma dei saggi lirici si presta meravigliosamente a raccogliere i frammenti di memoria episodica che ha disseminato tra le pagine nel tentativo di trasformarla in memoria narrativa. «Creare un archivio per i miei ricordi più formativi ed emozionanti: un libro come la testimonianza di una vita, indipendentemente da chi o cosa io abbia desiderato », questo era il suo desiderio, mi racconta. Nel 2017 aveva fondato assieme a Giancarlo DiTrapano (il fondatore di Tyrant Books morto nel 2021) il workshop di scrittura creativa “Mors Tua Vita Mea” che si teneva a Sezze. Oggi vive in una piccola città dell’Arizona, da dove continua a studiare l’italiano e a concludere le mail che mi manda in risposta con un tenero «Grazie – Chelsea».

Stavo leggendo un articolo che annunciava il ritorno della “sad girl music”, ma considerando le ultime tendenze di consigli su Instagram e su TikTok direi che la stessa cosa potrebbe essere applicata benissimo alla letteratura, che cosa dici? Te lo chiedo perché ho appena trovato il tuo libro consigliato su YouTube tra i “sad girl books” insieme a quelli di Ottessa Moshfegh e Melissa Broder.
Penso che l’arte, la musica e la letteratura siano il posto dove si è al sicuro anche sentendosi tristi. L’arte mette a disposizione un canale di sfogo per la tristezza, così, invece che sentirti disperato, pensi: “Beh, almeno posso trasformarlo in arte prima o poi”. Non saprei dirti se “sad girl book” possa essere propriamente un genere contemporaneo, ci sono così tanti esempi del passato: penso a L’amante di Marguerite Duras del 1984, uno dei miei libri preferiti. Non è importante per me ricadere in una certa categoria, ma capisco perché Stanotte sono un’altra possa essere considerato un “sad girl book”, anche se, per come la vedo io, è un’indagine filosofica del sé, indipendentemente dal genere. A volte la tristezza più grande porta a una grande chiarezza.

Se non lo avessi letto nella quarta di copertina, non avrei mai immaginato che in tutte le storie fossi sempre tu la protagonista. D’accordo, è sempre una giovane ragazza bellissima, ma un giorno lavora per la Nasa, un altro posa per un servizio fotografico o lavora da American Apparel, innamoratissima di un uomo che le dà stabilità e poi devota a un criminale. Descrivi un personaggio che diventa tante diverse versioni di sé stesso. Ti trovi d’accordo con Rachel Cusk quando definisce la ricerca della felicità uno stato cinetico e la permanenza, invece, un’illusione?
Sì, credo che la permanenza sia un’illusione, e che sia proprio questo a rendere la vita meravigliosa. Per quanto riguarda la felicità, non è qualcosa a cui penso, ho letto troppa filosofia stoica per aspettarmi di essere felice o per credere che sia lo scopo finale. L’agonia è il prezzo che paghiamo per poter provare gioia vera per brevi istanti di tempo. Quello che mi interessa sono le emozioni estreme.

Come quando in “Pietà per l’animale” scrivi: «Voglio vedere il mio desiderio come una sporgenza che mi conduce in stanze buie». Mi ha ricordato una cosa che diceva Margaret Atwood, che scrivere è come entrare in una stanza buia con una lanterna in mano che illumina ciò che è già nella stanza: si tratta di dare un nome alle cose. Che cosa c’è nella tua stanza buia? E il desiderio di che cosa ti attira lì?
Quando sto scrivendo ed “entro in una stanza buia”, a volte torna utile lasciare indietro la lanterna e tastare nel buio per un po’. Le stanze buie in quel saggio rappresentano le tante pessime decisioni che avrei potuto prendere, così descrivo le conseguenze di una di queste. Anche nel corso di un’interazione sessuale discutibile ho pensato: «Non era in qualche modo quello che volevo? Non sono stata io a decidere di entrare in questa stanza buia sapendo che fosse sbagliato?». Credo che abbia a che fare con la mia pulsione di morte freudiana: ogni stanza buia rappresenta un tipo diverso di morte, e c’è stato un momento nella mia vita in cui trovavo quel tipo di pericolo affascinante e meraviglioso.

Chelsea Hodson, foto di Ryan Lowry

Nei tuoi saggi sono il tono e in generale l’atmosfera, più che i fatti, a portare avanti la narrazione, mi hanno ricordato il movimento di Bluets di Maggie Nelson. Come fai, hai iniziato a scrivere partendo da una prima immagine che tiene le fila di tutti i saggi?
Di solito è più un’idea o una domanda a mettere in moto i miei saggi. Ad esempio “Una donna semplice”, uno degli ultimi che ho scritto, era una risposta alla mia editor che mi diceva che in molti saggi menzionavo i soldi e mi ha chiesto se ne volessi scrivere uno sul tema. Ho iniziato da qui, ma alla fine è diventato un saggio sulla natura misteriosa e sconosciuta dell’amore. Nell’ultimo del libro, “Quando mi volto” ho iniziato dalla frase «Una delle cose che preferisco dire è, Ho quasi finito», mi piaceva così tanto l’idea di “quasi concluso” che ho voluto esplorarla, da mio padre che costruisce una stanza nella casa dove vivevamo, a una relazione che sapevo non sarebbe durata tanto. Creo saggi a partire dalle piccole cose, poi cerco di aprire la mente per capire dove queste mi possano portare. Penso che sia questa libertà di muovermi da un’idea all’altra a creare un’atmosfera.

Dal momento che i tuoi saggi attingono da materiale autobiografico, mi chiedevo come affrontassi l’inaffidabilità dei ricordi, considerando che ciò di cui scrivi non sono eventi passati, ma  impressioni che appartengono al passato. Ti appunti a mano quello che succede o preferisci la versione finale delle cose?
Non tengo un diario e raramente prendo appunti. Di solito mi rendo conto che voglio scrivere di qualcosa molto dopo rispetto a quando succede. Credo che giocare con la forma e la frammentazione mi permetta di manovrare la non fiction senza dovermi ricordare perfettamente le cose. A volte sogno ad occhi aperti sulla pagina, ma il lettore lo sa sempre quando lo sto facendo. Nel libro c’è perfino una parte in cui parlo di un evento dicendo che non me lo ricordo. Quello che mi interessa di più è la verità delle emozioni, non sapere con precisione tutti i dettagli della mia vita.

Hai scritto dei tanti impieghi temporanei e poco pagati che ti sei ritrovata ad accettare in quanto scrittrice solo per poter continuare a scrivere. Hai rimosso qualsiasi patina romantica dall’idea dello scrittore piazzandolo nel mondo contemporaneo, dove deve subire delle fratture per andare avanti: credi che alla fine questi lavori si siano rivelati utili alla tua scrittura?
In questo libro scrivo di personaggi diversi e delle maschere che mi sento di avere indossato nel corso della mia vita, spostandomi da una versione di me stessa a un’altra. I lavori sono un’altra estensione di questo, visto che mi sono sempre sentita come se stessi recitando il ruolo di quel lavoro, che fosse regolare il mio orologio all’ora di Marte mentre scrivevo didascalie di foto per la Nasa, oppure indossando un bikini quando lavoravo per American Apparel. Dal momento che ero senza soldi per tutto il tempo della stesura del libro, posso dire che erano la mia ossessione, per capire come pagarmi l’affitto e sopravvivere. Sicuramente scriverne ha aiutato a dare ai saggi un senso di tempo e di atmosfera, come le luci fluorescenti e il ronzio perenne della macchina delle fotocopie.

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