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20:18 mercoledì 9 settembre 2026
Mamdani ha reso pubbliche 170 mila pagine di report, dichiarazioni e indagini sulla qualità dell’aria dopo l’attentato alle Torri Gemelle Quattro amministrazioni comunali diverse hanno tenuto quelle carte fuori dalla portata del pubblico, del Congresso e del consiglio comunale, mentre i funzionari continuavano a definire l'aria sicura e accettabile. Ora sono consultabili online.
Per la prima volta un’AI ha progettato virus mai esistiti in natura e perfettamente replicabili in laboratorio Una scoperta potenzialmente molto utile per la medicina ma con dei lati inquietanti, per via delle possibili applicazioni dei virus come armi biologiche.
Presto potremo ascoltare l’ultimo brano inedito di Gino Paoli: l’avrebbe dovuto cantare con Ornella Vanoni Si chiama "Quando ti rivedrò", farà parte della nuova edizione di Appunti di un lungo viaggio, nel catalogo Sugar, e uscirà il 23 settembre nella notte tra i compleanni di Ornella Vanoni e Gino Paoli.
Il documentario di Paul Thomas Anderson sul concerto di Cameron Winter alla Carnegie Hall arriverà in streaming su Mubi Per il momento non c'è ancora una data d'uscita ufficiale, però. Sappiamo solo che il film lo potremo vedere nel 2027.
Siccome a Sandra Huller piacciono solo i ruoli difficili, nel suo prossimo film interpreterà un maschio, scrittore, morto di cancro al cervello Il film si chiama Arbeit und Struktur ed è ispirato al diario di Wolfgang Herrndorf, morto prematuramente a causa di un tumore al cervello.
In Polonia c’è stato un certo panico per una violazione dello spazio aereo da parte della Russia, ma poi si è scoperto che la colpa era di uno stormo di uccelli Un grosso stormo di uccelli, come hanno confermato gli stessi militari inviati sul luogo per accertarsi del fatti. Non è escluso che fossero uccelli russi.
Sarà un caso, ma le nuove uniformi della Space Force presentate da Trump somigliano molto a quelle di un certo regime di estrema destra che governò la Germania dal ’33 al ’45… La Casa Bianca, in un comunicato ufficiale, ha detto che l'ispirazione sono le divise di Starship Troopers. Ma le divise di Starship Troopers erano ispirate proprio a quelle delle SS.
Jeff Bezos continua a investire miliardi nella moda nella speranza che prima o poi qualcuno lo trovi simpatico Lauren Sánchez e Jeff Bezos continuano a investire milioni in tessuti ecologici e giovani designer. Ma di simpatia, per il momento, ancora nessuna traccia.

Che anno è stato per la moda?

Lettura semiseria del fashion system 2015: fra manifesti rigorosi, direttori creativi che cambiano vita, collaborazioni, e marchi sempre più social.

29 Dicembre 2015

Nel 2015 la moda è morta. Almeno secondo la guru in tunica Li Edelkoort. In primavera la trend forecaster più pagata al mondo aveva pubblicato il suo Anti_Fashion Manifesto, parola che non si sentiva dal 1995, quando Raf era andato in Corsica a scrivere appunto Manifesto. Anche Li doveva avere molta rabbia dentro e ne ha vergato uno che, come ogni manifesto che si rispetti, era provocatorio, anti-pop e a scadenza ravvicinata. Una missiva in forma di decalogo da nicchie recondite e minimaliste contro il fast-fashion che impoverisce il cuore e il Natale, ma non le tasche. Secondo Li, in un passaggio ad alto tasso di lirismo, «i prezzi (bassi del fast-fashion) ci obbligano a gettare via i vestiti come preservativi, dimenticati ancor prima di essere amati e preservati, e insegnano che la moda non ha valore».

I designer, sostiene il manifesto, invece quelli sì che andrebbero mandati al macero, assieme al culto dell’io che fa così 900’s. E il marketing? Una «perversione che ha distrutto le industrie della moda». L’effetto moltiplicatore del plurale, à la Gremlins, per cui la moda diventa «i vestiti», l’industria «le industrie», riporta l’illusione alla realtà nuda e cruda del «vestito» cucito, la volatilità delle tendenze alla gravità del tessuto, rimanda a tutto un mondo artigianale del buon saper fare, un mondo in cui il vestito non lo scegli per partecipare a una fantasia di seduzione e celebrità. Come se i consumatori, persi in questa utopia di stoffa senza etichette, la gonna la scegliessero davvero alla fine di una serie di panegirici sulla lunghezza dell’orlo, un mondo di elitismo sartoriale che ricorda certi, stupendi, sarti massoni napoletani. Sarà.

System_Raf_Simons_cover-500x646Il 2015 è stato anche l’anno della soap opera dei giri di poltrone che ha appassionato milioni di spettatori alle vite dei designer, minacciate dalla pressione di oscure forze sociali, economiche, culturali. Raf Simons che se ne va da Dior e passa il weekend a Eurodisney, in overdose da modernismo, Alber Elbaz licenziato in tronco, John Galliano assunto da Renzo Rosso, in Maison Margiela. Gli elementi fondamentali del dramma c’erano tutti: il lustro, le paillettes, gli insulti antisemiti, la colpa, il riscatto, il genio creativo sconfitto dal tempo, che è tiranno. Il tempo o, meglio, la mancanza di tempo, come fa notare Vanessa Friedman sul New York Times, è stata l’ossessione centrale di quest’anno, in cui l’industria della moda era Achille alla rincorsa del consumatore-tartaruga, lento, inesorabile, coriaceo. A sapere dove andava lo si poteva anche seminare, ma il consumatore brancola nel buio. Sempre più produttore di moda, sta un piano sotto Raf Simons, lo stilista più googlato del 2015. All’epoca di Coco Chanel la relazione con la strada c’era eccome, ma aveva una natura più simbolica che altro. Chanel s’ispirava al workwear femminile per far sembrare moderne ricche signore impiumate per cui il lavoro era un lusso, mentre adesso l’ultimo dei pedoni cura un blog che fa tendenza e, se è bravo e fortunato, diventa Bryanboy.

Non ce ne vogliano i bryanboys ma il 2015 non gli è appartenuto. Il 2015 sarà ricordato come l’anno di Gucci, The Gucci Year. L’anno in cui Gucci ha definitivamente gettato la maschera sexy forgiata da Tom Ford per abbracciare lo storytelling totale, come la carta da parati che tappezza le vetrine, gli abiti, le borse e le pubblicità di Gucci. La faccia di questo terremoto è Alessandro Michele, il semi-sconosciuto designer d’accessori che nel giro di una collezione diventa l’incarnazione del nuovo che la moda dispera di trovare, inventore di una nuova immagine di femminilità ispirata al contemporaneo. La spericolatezza dell’operazione però è del CEO Marco Bizzarri, a dimostrazione che il business migliore è un’arte. E così succede che la moda non muore e se ne va in giro in babbucce pelose, camicie col fiocco e pizzi evanescenti che sfidano a “liberare i capezzoli” anche d’inverno, nella presupposta equivalenza di petto femminile e maschile.

Il 2015 è stato anche l’anno delle contaminazioni giocose, dell’apertura all’ironia. Valentino, marchio elegante e romantico, ispirato dalla romanità sorniona ha trasformato la sfilata autunno/inverno 2016 in un red carpet e i giornalisti in paparazzi d’assalto, con Ben Stiller e Clive Owen, protagonisti di Zoolander 2, a incarnare il concetto che l’abito non basta, ci vuole attitudine, un selfie stick e Roma, se possibile. Olivier Rousteing, tra l’altro, grazie alla posa “blue steel” di Zoolander, ha trasformato i suoi zigomi nel logo subliminale di Balmain, il marchio più social della storia della moda di cui è direttore creativo, e ha generato onde di consumismo sfrenato. A novembre, all’uscita di Balmain x H&M, o H&M x Balmain, come suggerisce Silvia Schirinzi, c’è chi è rimasto schiacciato nella calca e su Ebay si vendevano anche i sacchetti di plastica della collezione.

«La creatività dei designer è compromessa, i giornalisti sono come svuotati»

In quest’anno che sta per finire, nell’arduo tentativo di gestire il tempo, la moda ha abbracciato il racconto, il fascino perverso delle parole, e così ha elevato Joan Didion a icona di stile. Da quando Phoebe Philo, chez Céline, l’ha stampata sulle borse non c’è articolo che non cominci con una sua citazione. Ma la moda nel 2015 è uscita dalle biblioteche, per strada, ha inscenato un mondo nuovo, ipervisibile e iperconnesso, popolato da freak, transgender, corpi anomali, un mondo in cui c’è posto per tutti. L’ha fatto con un inedito senso dell’urgenza, infiniti appelli alla sostenibilità, e la paura di implodere. Livia Giuggioli, in arte Livia Firth, moglie dell’attore Colin Firth, fondatrice di Green Carpet Challenge e direttore creativo di Eco-Age, a WWD tratteggiava scenari apocalittici: «Troppi show, troppe collezioni, troppi look, stili, pressione. Il risultato? La creatività dei designer è compromessa, i giornalisti sono come svuotati».

Sarà, ma finché c’è Karl Lagerfeld che disegna 17 collezioni all’anno, un consumatore del Wyoming che le compra online, e la libertà di cambiare lavoro, c’è moda. Raf Simons, per esempio, vorrebbe fare il ceramista. Ma come ha scritto Cathy Horyn per System magazine: «Don’t do pottery, Raf».

Nell’immagine in evidenza: artwork di Kalen Hollomon per il progetto #Guccigram. Nell’articolo: Raf Simons sulla cover del magazine System
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