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23:31 venerdì 27 marzo 2026
Il libro fotografico del reunion tour degli Oasis conterrà più di mille foto inedite Si intitola Oasis Live ‘25 Opus, uscirà a maggio e verrà venduto in diverse versioni, la più "ricca" delle quali costerà quasi 1500 euro.
LuisaViaRoma, una delle storiche mete dello shopping italiano, è in grave crisi L'azienda ha chiesto al Tribunale 60 giorni di tempo per presentare un piano di risanamento e ripagare i debiti. Nel frattempo i dipendenti hanno scioperato e i sindacati parlano di «scelte manageriali non adeguate».
A Seoul c’è un club del libro in cui si leggono i libri mentre si ascolta la techno «Ritmi ripetitivi e suoni minimali aiutano a immergersi più a fondo nella lettura», dicono gli organizzatori di questo curioso club del libro.
Sui profili social della Casa Bianca sono apparsi degli inquietanti post di cui nessuno sta capendo né il senso né lo scopo Foto sgranatissime, video incomprensibili, una musica che se ascoltata al contrario riproduce il messaggio «exciting announcement tomorrow».
Sta per arrivare un musical di Trainspotting con canzoni scritte da Irvine Welsh La prima è prevista per luglio al Theatre Royal Haymarket di Londra, giusto il tempo di far finire a Welsh tutte le canzoni a cui sta lavorando.
Nella guerra in Iran, per la prima volta nella storia i data center privati sono stati attaccati in quanto obiettivi militari legittimi I Pasdaran hanno iniziato a colpire i data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, sostenendo che gli attacchi di Usa e Israele passano anche da quelle strutture.
Per la sorpresa di nessuno, la persona più contenta della decisione del CIO di escludere le donne trans dalle gare olimpiche femminili è J.K. Rowling La decisione del Cio l'ha talmente entusiasmata che si è persino dimenticata di commentare il trailer della nuova serie di Harry Potter.
Gregory Bovino, il famigerato capo dell’operazione anti immigrazione di Minneapolis, è andato in pensione e ha detto che il suo unico rimpianto è non aver espulso più immigrati Dopo la disastrosa operazione nelle Twin Cities, Bovino era stato declassato e rinnegato dall'amministrazione Trump. Ora va in pensione, rivendicando tutto.

C’era bisogno di un altro Blade Runner?

2049, che esce il 5 ottobre al cinema e che abbiamo visto in anteprima, è un viaggio sentimentale nel classico di Ridley Scott.

04 Ottobre 2017

Blade Runner 2049 è bello, ma questo lo si sapeva già. Allora torno un attimo indietro, alla domanda che tutti ci siamo fatti: c’era davvero bisogno di un seguito di Blade Runner? L’altro giorno un amico mi ha scritto: «Ieri sera sono andato a rivedere l’originale, non lo facevo da millenni, sono sconvolto dalla puttanata che è. La trama non esiste. E sono uno più cane dell’altro. Passata mezz’ora, era un continuo ridere in sala». Ho girato la battuta a un’altra amica su un’altra chat, dove si parlava del nuovo film (non abbiamo niente da fare). Replica di lei: «Era molto più moderno e divertente Terminator. Ricordo grandi litigi». Dunque il punto è: ho gli amici sbagliati? Sono sbagliato io? Anche se sono stato quello che, all’amico numero uno, ha detto: dopo Blade Runner c’è mai stata fantascienza così – permettetemi un orrido aggettivo da cineforum – seminale? C’è stato qualcuno capace di non rifare quelle città, quei neon, quelle cosechevoiumani? La risposta la sapete da voi.

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Eppure non sono mai diventato un fan sfegatato del capolavoro che è stato e continua ad essere il prototipo, c’era sempre qualcosa lì che mi bloccava. Credo sia principalmente quel suo eterno prendersi sul serio (arrivano da lì le risate degli spettatori, forse giovani, che lo vedono oggi?), nonostante Ridley Scott sia un favoloso tamarro: è riuscito a far passare per décor d’autore il suo kitsch senza freni, quello sì bellissimo. Blade Runner, dicevo, si è sempre preso molto sul serio, e con lui tutti i suoi tantissimi adepti. Dunque per la regia del sequel m’è parsa abbastanza scontata la scelta di Denis Villeneuve, regista bravissimo che, appunto, non conosce ironia alcuna. Si è imposto al grande pubblico internazionale con un dramma bello ma grandemente sopravvalutato (La donna che canta, 2010), poi ha fatto un thriller di poliziotti e pedofili bellissimo (Prisoners, 2013), poi un thriller di poliziotti e narcotrafficanti bellissimo (Sicario, 2015), poi un film di fantascienza bello ma grandemente sopravvalutato (Arrival, 2016). Quest’ultimo in particolare si prendeva moltissimo sul serio: non so voi, ma io ai poliponi alieni non ho creduto mai. Il cerchio si era appena chiuso ed ecco spuntare il nuovo Blade Runner, scelta appunto scontata e però giustissima, che permette oggi a Villeneuve di definirsi una volta per tutte come nome sicuro del cinema mondiale. Non credo che Blade Runner 2049 sia un film che dividerà: perché è bello, certamente; ma anche perché il suo regista è figura che non disturba, non crea dibattito, fa tutto giusto, lo fa bene, fine. Come riprende lui certi campi lunghissimi, non lo fa nessuno. Il suo occhio per gli spazi, la luce, la profondità è una festa. Te li vedi lì insieme, lui e quel genio di direttore della fotografia che è Roger Deakins, a fare tutto con una naturalezza estrema, senza neanche poi dirsi l’un l’altro «Ammazza quanto siamo bravi» (io lo farei). È lavoro, si fa e basta.

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Per questo Villeneuve mi sta simpatico, tanto che rispetterò il cartello che ha voluto mettere all’inizio della proiezione per la stampa (ci sarà anche in quelle per il pubblico?): «Per favore, non spoilerate il mio film». Va bene. Tanto quello che vi aspettate c’è tutto. Le città invisibili. Le impennate mélo. Un sacco di violenza pulita, precisa, pure il sangue cola dal naso elegantissimo, senza sbavature. Un colpo di scena falso e un colpo di scena vero. Un furbo cerchiobottismo nelle scelte di cast: Ryan Gosling con quell’aria Drive-bastonata per il pubblico di oggi, Harrison Ford che cita Robert Louis Stevenson per il pubblico che fu; sono perfetti entrambi, che gli vuoi dire.

C’è anche la risposta alla domanda di prima: c’era davvero bisogno di un seguito di Blade Runner? Una battuta del nuovo film recita (parafraso): la memoria non è un prodotto del cervello, è un prodotto del cuore. E allora, nel tempo delle serie tutte nuove tutte da guardare in un weekend tutte meglio di quello che potrai mai vedere in sala, Blade Runner 2049 esiste come viaggio sentimentale dentro un cinema che non c’è più e c’è ancora. Dentro un mondo che non c’è più e c’è ancora. Una fiera del vintage fatta, per una volta, più per quelli che c’erano ieri che per i millennial di oggi. Ci sono gli ologrammi giganti delle ballerine sovietiche, i macchinoni del futuro come li si immaginava nel passato, i casinò dismessi, c’è Frank Sinatra, Liberace, e Elvis che canta “Can’t Help Falling in Love”, che è la canzone più bella di tutti i tempi. C’è il Blade Runner originale come ripescato in un mercatino della domenica, la nuova replicante cattiva con la frangetta di Sean Young (qui ci sarebbe da mettere uno spoiler, ma non lo farò) e quella che sembra una copia di Daryl Hannah, il cavallino di legno al posto dell’origami a forma di unicorno, gli umani e i robot che si confondono, perché in fondo che importa, alla fine è un unico grande film, quei grandi film di una volta, per chi ha visto cose che voi spettatori di oggi non capirete mai.

Foto Blade Runner 2049
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