Hype ↓
02:57 mercoledì 25 marzo 2026
Al primo concerto dei BTS dopo 4 anni di pausa si sono presentate “solo” 40 mila persone perché il concerto si poteva guardare anche su Netflix Per il grande ritorno della band era atteso un pubblico di almeno 260 mila persone. Evidentemente, anche il BTS Army, tra divano e stadio, sceglie il divano.
Il nuovo spot di Chanel è praticamente un film: è diretto da Michel Gondry, interpretato da Margot Robbie e “remake” di un famosissimo video di Kylie Minogue Il video in questione è quello di "Come Into My World", che nel 2001 fu diretto proprio da Gondry.
Un anno fa Grimes aveva detto che si sarebbe iscritta a LinkedIn e ora l’ha fatto davvero usando il suo vero nome, Claire Boucher Nello stesso posto pubblicato su X un anno fa aveva detto che avrebbe pubblicato tutta la sua nuova musica su LinkedIn.
Zuckerberg sta addestrando una AI a fare il Ceo di Meta perché secondo lui tutti i dipendenti Meta dovrebbe avere un assistente AI che sappia fare il lavoro al posto loro In molti hanno sottolineato una differenza sostanziale tra Zuckerberg e i dipendenti di Meta, però: lui non può essere licenziato e rimpiazzato dall'AI.
Il nuovo film di Sean Baker è già uscito e si può vedere gratuitamente online Si intitola Sandiwara, è un cortometraggio ambientato a Penang, in Malesia, le protagoniste sono la premio Oscar Michelle Yeoh e la cucina malese.
Il nuovo progetto di Hayao Miyazaki sono dei diorami che riproducono alla perfezione scene di film dello Studio Ghibli Il regista sta lavorando a 31 "scatole magiche", basate su altrettante sue illustrazioni, che verranno esposte a luglio al Ghibli Park, in Giappone.
A causa dei depositi di petrolio colpiti dalle bombe, a Teheran c’è anche un gravissimo problema di inquinamento dell’aria Molti cittadini di Teheran hanno raccontato di star soffrendo da giorni di mal di testa, irritazione a occhi e pelle e difficoltà respiratorie.
Tajani al seggio che vota Sì è diventato l’involontario e perfetto meme che celebra la vittoria del No La foto del Ministro degli Esteri che esercita il diritto di voto è diventata, suo malgrado, il simbolo di tutto ciò che è andato storto nella campagna per il Sì, tra citazioni sbagliate e foto imbarazzate.

“Caro scrittore, taglia il gay”

18 Aprile 2011

Come tutti i lunedì, torna l’appuntamento con Santa Barbara, la rubrica di Violetta Bellocchio.

Jessica Verday è una scrittrice attiva nel genere romantico-paranormale, con due romanzi di successo alle spalle. Le viene proposto di partecipare a un’antologia young adult: il tema è «le fate», il titolo Wicked Pretty Things; verrà pubblicata da Running Press, una casa editrice indipendente ma abbastanza forte. Lei accetta, e manda un racconto con due personaggi maschi che si innamorano.

La curatrice del progetto, Trisha Telep, le risponde così: «bella la tua storia, però dovresti far diventare femmina uno dei protagonisti, altrimenti la casa editrice non la accetterà mai…  in fondo questa non è un’antologia sulla sessualità alternativa». (Per chi ci segue da casa: sì, è l’equivalente gay di «non sono razzista, ho un amico nero».) La richiesta viene considerata assurda e offensiva, tanto più che le linee-guida passate agli autori non vietano affatto il contenuto omosessuale: si chiede solo di non scrivere cose troppo spinte, mentre il tono generale viene definito «dark, con qualche elemento romantico». Jessica Verday precisa che la sua storia è G-rated (ovvero, il visto di censura per tutti), che dentro ci sono «tre baci e una parolaccia», dice arrivederci e racconta tutto via blog.

Dopo di lei, in pochi giorni, dieci autori si ritirano da Wicked Pretty Things. Dieci autori che usano i loro blog e i loro account su Twitter per spiegare in tempo reale cosa sta succedendo, e a ogni autore corrisponde un gruppo di lettori più o meno numerosi, ma compatti nel dire «questa è omofobia, noi stiamo con voi». L’effetto domino arriva a toccare molti scrittori che con l’antologia non c’entrano nulla: Melissa Marr scrive «ho saputo che pubblicizzano la cosa con la frase un taglio alla Melissa Marr, adesso mi sentono»; altri abbandonano progetti diversi della stessa curatrice, oppure dicono «non me ne vado solo perché hanno già stampato le prime copie». A sorpresa, Trisha Telep si addossa tutta la colpa, sempre via blog: ha peccato per eccessiva cautela, anticipando (male) le possibili obiezioni di Running Press a quel singolo racconto. (Parentesi: davvero avrebbero detto di no a un’autrice da classifica del New York Times? S’apra il dibattito.) Poi però l’editore fa il bulletto su Publisher’s Weekly, sganciando il più classico dei non-argomenti («omofobo? Io? Ma se sono gay!») e prendendo le distanze sia da Trisha Telep sia dagli autori in fuga, dipinti come una massa di ragazzette isteriche che firmano contratti senza leggerli. (Abbiamo una scansione del contratto? Abbiamo la scansione del contratto.) Certo, perché no homo è un marchio di cui vanno fieri solo gli ultra-cristiani di fascia bassa. La realtà è un po’ diversa. Infatti un autore che chiede di restare anonimo contatta la blogger più presente nel seguire la questione (Cleolinda Jones) e spiega che già in passato lo stesso team curatrice/editore aveva chiesto/ordinato di «togliere il gay» da un testo.

Morale della favola: dieci autori sui previsti tredici sbattono la porta nel modo più pubblico possibile, l’antologia viene cancellata.

L’episodio rischia di essere preso meno sul serio di quanto merita, dato che lo sfondo è una serie di racconti a tema  fairies – esatto, le fate. (Ascoltiamo il parere di Sookie Stackhouse.) Quello che ne rimane è una comunità di scrittori e di consumatori molto più sereni rispetto a chi li pubblica e li rifornisce. E che non vedono nulla di strano se un amore (peraltro casto) tra persone dello stesso sesso finisce in un’antologia «di genere» mirata agli adolescenti. Una di quei dieci autori, Seanan McGuire, se n’è andata raccontando quanto fosse stato importante per lei trovare anche personaggi e affetti non etero nelle storie che leggeva da ragazza. «Potevo mostrare quei libri a mia madre dicendole, vedi, non riguarda soltanto me, e non è poi la fine del mondo, e non è l’unica cosa che mi definisce come persona».

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