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07:31 giovedì 17 settembre 2026
JD Vance si è prodotto in un incredibile spiegone per dimostrare che Emily in Paris è la miglior serie di sempre e lo «Shakespeare della nostra epoca» Secondo il Vicepresidente la serie è «una grande critica culturale al processo decisionale dei Millennial».
Se sei l’erede di una grande dinastia della moda italiana e ti serve un direttore creativo per il tuo brand, chiami Dario Vitale Dopo l'esperienza da Versace, Dario Vitale diventa il primo creativo esterno ad assumere la guida di Emporio e degli accessori Giorgio Armani, segnando la prima vera svolta della maison dopo la scomparsa del fondatore.
Nonostante gli scienziati dicano che non funzionerà mai, diverse persone stanno pagando 200 mila euro a un’azienda australiana per far congelare i loro cadaveri nella speranza di essere resuscitati in futuro L'azienda si chiama Southern Cryonics, si trova a Holbrook, nel New Souther Wales, e ai suoi clienti propone "a chance of life extension".
Per salvare i suoi cittadini dal brainrot, Singapore ha deciso di pagarli per leggere almeno 15 minuti al giorno Quindici minuti valgono venti monete virtuali, per arrivare a un dollaro di Singapore ne servono mille, cioè cinquanta giorni di lettura.
Dopo che Ed Sheeran ha cacciato Macklemore dal suo tour per aver urlato Free Palestine dal palco, tutti i musicisti che lavoravano al tour lo hanno abbandonato per protesta Finneas O'Connel, Lukas Graham, Aaron Rowe e i Beoga si sono ritirati dal Loop Tour subito dopo la cacciata di Macklemore, in aperta polemica con Sheeran.
A quanto pare, il nuovo ayatollah Mojtaba Khamenei ha due grandi passioni: i film di Christopher Nolan e le startup tech Lo hanno detto il cognato e la suocera, parenti della moglie Zahra Haddad-Adel, uccisa nello stesso attacco in cui è morto il padre Ali, a diversi media vicini al regime.
Per la prima volta nella storia, e “grazie” agli Stati Uniti, ci sono armi anche nello spazio aperto Non esistono dettagli sul tipo di armi ma la US Space Force ha detto che «possono essere impiegate sia a scopo difensivo che offensivo».
Non contento di stare girando già una dozzina di film contemporaneamente, Luca Guadagnino ha pure disegnato una collezione di arredamento e abbigliamento di 140 pezzi per Zara 65 pezzi tra mobili e oggetti per la casa, a cui si affiancano 75 capi tra abbigliamento e accessori. Realizzati nei ritagli di tempo tra un set e un red carpet, si capisce.

Come #blackouttuesday è diventato virale e che polemiche ha sollevato

03 Giugno 2020

Martedì 2 giugno i social, da Instagram a TikTok, si sono riempiti di quadratini neri accompagnati dall’hashtag #blackouttuesday in segno di solidarietà e supporto verso le proteste che in questi giorni, dopo l’omicidio di George Floyd a Minneapolis per mano di un poliziotto, stanno infiammando le città americane. L’iniziativa, però, aveva un’origine (e un’intenzione) molto diversa da quella che poi si è materializzata nelle nostre timeline e ha sollevato non poche questioni sull’attivismo online, sulle sue dinamiche e, in ultimo, sulle sue motivazioni.

Come ricostruisce Joe Coscarelli sul New York Times, l’idea di postare un quadrato nero è di due donne nere che lavorano nel campo del marketing musicale, Jamila Thomas e Brianna Agyemang, che hanno lanciato l’iniziativa con l’hashtag #TheShowMustBePaused. «L’industria della musica è un’industria che fattura svariati miliardi di dollari», hanno scritto Thomas e Agyemang, «Un’industria che trae profitto principalmente dal lavoro di artisti neri. La nostra missione è quella di avviare una discussione nel settore, comprese le grandi società e i loro partner, su come esso ha beneficiato delle lotte e dei successi dei neri».

Come succede spesso, però, l’hashtag ha preso vita propria una volta sbarcato sui social e si è allontanato di parecchio dalle premesse originarie. I quadratini neri hanno iniziato a proliferare su Instagram e altrove, fino a quando alcuni attivisti di Black Lives Matter, sia nei gruppi Telegram dedicati alle proteste sul campo sia sui loro profili social, non hanno iniziato a far notare che, soprattutto se impilati sotto l’hashtag #blacklivesmatter, quegli stessi quadratini stavano di fatto intasando le timeline di chi era in strada a protestare, impedendo ai manifestanti di avere accesso a informazioni utili e facendo perdere nel mare magnum dei social video e testimonianze di cosa stava succedendo durante le manifestazioni. In molti hanno quindi invitato chi aveva aderito all’iniziativa di cancellare il post con quell’hashtag e di usare #blackouttuesday, se proprio ci tenevano.

Molti artisti, da Rihanna ad Ariana Grande fino a Yoko Ono e i Rolling Stones, hanno aderito alla campagna, ma altrettanti ne hanno messo in discussione la validità, interrogandosi se questa forma di “attivismo performativo” fosse davvero utile e cosa potesse aggiungere al dibattito in corso sull’ingiustizia a sfondo razziale. Da più parti si è scritto che un semplice post non risolve certo la questione e si sono diffuse molte liste di suggerimenti per essere “attivamente” anti razzisti, che comprendevano, ad esempio, link per donare ad associazioni che oggi sono impegnate in prima linea in questa battaglia di civiltà. Allo stesso tempo, molti utenti hanno fatto notare il comportamento, definito opportunistico, di quanti – dai grandi marchi a personalità dello spettacolo – sembravano aver partecipato all’ultimo trend social senza aver dimostrato in passato una consapevolezza reale sull’argomento. I quadratini neri sono stati perciò un caso di studio interessante, che ancora una volta hanno dimostrato limiti e questioni aperte dell’attivismo social e del modo in cui si diffonde sulle varie piattaforme, funzionando da sveglia e, contemporaneamente, da fattore omologante che appiana le complessità. La discussione che hanno stimolato, però, è tutt’altro che inutile e racconta di un lungo processo iniziato con #JeSuisCharlie e che ancora oggi facciamo fatica a comprendere e gestire in maniera chiara e utile alle cause.

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