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Il Comune di Barcellona ha eliminato il bike sharing privato perché le persone abbandonavano sempre le bici in mezzo alla strada e non pagavano mai le multe Spariranno dalle strade 4500 bici delle flotte private. Ma resteranno 8 mila del servizio di bike sharing fornito dal Comune stesso.
Jennifer’s Body è diventato un film cult per la Gen Z ed è per questo che si è deciso di farne un sequel, con le stesse protagoniste dell’originale Le riprese del nuovo capitolo del film del 2009, con Megan Fox e Amanda Seyfried che ritornano ai ruoli di Jennifer e Needy, inizieranno a ottobre.
A Londra ci sarà la prima maratona corsa dentro un negozio Ikea Consiste nel fare 17 giri da un kilometro e mezzo. I posti disponibili sono 80 e non è ammesso il pubblico.
Sarà una coincidenza, ma negli USA durante i Mondiali si è registrato un grandissimo aumento delle richieste di giorni di malattia Il giorno dopo il Knockout Tuesday, la sconfitta negli ottavi di finale contro il Belgio, negli uffici c'era il 26 per cento di presenti in meno.
In Giappone hanno inventato i frigoriferi per tenere al fresco gli esseri umani durante le ondate di calore Costano 9 mila euro, all'interno c'è una sedia, la temperatura è a 15 gradi Celsius, quando ti siedi l'aria fresca viene soffiata verso testa, collo, spalle e schiena.
Il trend social del momento si chiama As Nolan Intended, cioè persone che guardano Odissea su dispositivi assurdi per prendere in giro Nolan e la sua fissazione con l’IMAX Sullo schermo di una lavatrice, su un Apple watch, su un Tamagotchi, sulla macchinetta obliteratrice del bus. Tutto pur di indispettire Nolan.
Dopo la cancellazione del concerto di Bad Bunny a causa della grandine, parecchie persone si sono convinte che fare concerti a Milano porti sfortuna È successo a lui, a Rosalia, a Bruce Springsteen, ad A$AP Rocky, ai Flaming Lips... Forse è il caso di iniziare a preoccuparsi?
A Bologna c’è un archivio che conserva tutti gli atti giudiziari, gli articoli di giornale, i materiali audiovisivi per ricordare cosa è successo davvero al G8 di Genova Si trova nello spazio autogestito Vag61 e conta gli atti dei processi processi sul G8 del 2001, una rassegna stampa di 6.275 articoli e moltissime ore di materiale audiovisivo.

“Bisi” e la Repubblica della trasparenza

26 Giugno 2011

Con la faccenda P4 si ha, per l’ennesima volta, l’impressione che alla fine questioni di interesse pubblico vengano gestite e discusse dai soliti (ig)noti. Individui peraltro piuttosto sboccati, volgari e – peggio di tutto – non valutati secondo metodi democratici seduti a qualche tavolata romana imbandita a portate di cacio e pepe, pajata e vino dei colli. Personaggi di un’antropologia discutibile che agiscono in un clima da Duca Valentino più che da democrazia inserita nel G8 e coeva di un presidente americano che si firma BO su Twitter.

Che il fascicolo Bisignani contenga o meno elementi di vera rilevanza penale, non può piacere a nessuno scoprire che il “faccendismo” come tratto tipico della pancia politica italiana è ancora tutto lì, consustanziale alla gestione del potere oggi come 20, 30 o 40 anni fa. È comprensibile quindi che – specie in un momento così critico, così pieno di “cose serie” di cui una “classe dirigente” dovrebbe occuparsi – l’opinione pubblica accolga con preoccupazione un’indagine che apre squarci su un clima del genere. Legittimamente ne consegue una richiesta di maggiore trasparenza e moralità, anche se è evidente che la strada per ottenere questa trasparenza è tortuosa e piena di vicoli ciechi, dal momento che dovrebbe essere percorsa da una classe politica che non sembra finora in grado di rigenerarsi e ripulirsi dall’interno né di darsi regole nuove, certe e visibili che garantiscano in tempi brevi una diminuzione di opacità. E si sa, più impervia è una strada e più è probabile che qualcuno ceda alla tentazione di prendere qualche scorciatoia. Di ergersi a paladino di “quello che non c’è” (la morale), citando un gruppo che non mi piace.

Lasciando da parte la questione dei magistrati che, come si scriveva ieri su Il Post: «hanno il dovere di fare le indagini e non di diventare semplici sbobinatori»; in tema di paladini donchichiotteschi è emblematico il caso de la Repubblica, ormai in una “missione civilizzatrice” tanto permanente che non dovrebbe stupire più nessuno coi suoi “eccessi”. Ed eppure ci riesce ugualmente. Prendete per esempio l’edizione di mercoledì che resta un memento mori dei danni che un insieme confuso di tentazioni moralizzatrici, di calcoli di vendita, di intenti politici e infine di puro e semplice giornalismo peloso può arrecare al blasone di un quotidiano che ha comunque fatto la storia dell’editoria italiana. Sette pagine di intercettazioni, la cui rilevanza non solo penale; ma anche giornalistica e informativa era così risibile che persino molti fan tra i più sfegatati del “partito” del giornale  hanno percepito la stonatura.

È il «retroscenismo verbalizzato» che si sta sostituendo al giornalismo giudiziario come ha scritto ieri Claudio Cerasa de Il Foglio ; se non un «vero genere letterario-giornalistico legato più ai criteri di scrittura delle sceneggiature di successo che a quelli di comprensione della realtà» per citare Luca Sofri, direttore de Il Post, in un intervento sul suo blog Wittgenstein, intitolato «A incasinare le cose, le cose si incasinano». Un mutamento genetico che sta cambiando la natura del giornalismo stesso nonché quella del suo rapporto con il pubblico e con i fatti che racconta o, detta bene: il giornalismo sta «andando in molte nuove direzioni e l’unica cosa buona da fare è comprenderle e saperle decifrare, sapendo di muoversi spesso nella letteratura, ma che anche la letteratura è capace di farci capire delle cose quando le prendi le misure». Il virgolettato è sempre di Sofri.

In questo scenario – nuovo ma comunque endemicamente italiano – qualcosa rischia però di finire ai margini ed è purtroppo – come accade spesso – proprio la questione principale, ovvero la lotta per un’aumento di trasparenza (dell’informazione e dell’amministrazione) che, immagino, sia il primo movente che ispira un quotidiano a pubblicare tutto il pubblicabile di un’inchiesta pensando così di agire nel bene, ovvero nel pubblico interesse, e finendo invece per intorbidire le acque e annacquare i principi, creando un calderone in cui i detti si mescolano ai fatti senza che sia più possibile operare un distinguo tra i due.

Il risultato è la creazione di un’opinione pubblica drogata di sdegno 24/7/365, che si lascia andare allo sgomento per il pettegolezzo e il malcostume verbale ed è sempre più disabituata a valutare i contenuti sostanziali di un’indagine. Il risultato è un’opinione pubblica incapace di distinguere il peso etico di un comportamento dal suo “inestetismo” formale. Il risultato è un’opinione pubblica tanto lubricamente attratta dagli scandali quanto assuefatta e ormai quasi disinteressata (o, peggio, priva dei mezzi per giudicarle) alle loro conseguenze e alle loro risultanze giuridiche. Il risultato è un’opinione pubblica che segue la vita politica a cicli d’inchieste, come un tempo si seguivano i grandi casi di cronaca nera. Il risultato è un’opinione pubblica infantilizzata; perfetta per consegnarsi a mani alzate ad altre venticinque generazioni di faccendieri.

La formula magica per aumentare “la trasparenza” non esiste. Quello del lobbismo americano potrebbe essere un modello, per esempio. Ma ci si dovrebbe arrivare attraverso delle riforme, in un paese che ne è allergico, e con una classe dirigente che – come si diceva all’inizio – non ha nessun interesse a modificarsi in tal senso. Siamo un gatto che si morde la coda, ma non smetteremo di mordercela perché la Repubblica ci ricorda ogni giorno che è un gesto molto poco elegante.

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