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08:59 lunedì 17 agosto 2026
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.
Una professoressa universitaria è stata licenziata per aver letto e spiegato ai suoi studenti un racconto di Ottessa Moshfegh È successo a Vinita Prabhakar: Bettering Myself, racconto del 2013 di Moshfegh, le è costato il posto al South Florida State College.
Il nuovo, attesissimo, chiacchieratissimo romanzo di Rachel Cusk che potrebbe come non potrebbe parlare (male) di Natalie Portman Il romanzo si intitola Life of M, e in effetti le somiglianze tra il personaggio M e la persona Natalie Portman sono abbastanza innegabili.

I volti del Salone: Beppe Finessi

Architetto, critico, docente universitario: un'intervista col curatore della mostra celebrativa per i vent'anni del SaloneSatellite, ospitata dalla Fabbrica del Vapore.

07 Aprile 2017

Architetto e critico, in primis docente presso il Politecnico di Milano. Ad arricchire il suo curriculum poi c’è Inventario, progetto editoriale premiato con il Compasso d’Oro che osserva il mondo del design in modo libero, concedendo nuove angolature agli appassionati del settore. Beppe Finessi tra le altre cose è anche curatore della grande mostra ospitata dalla Fabbrica del Vapore per celebrare le due decadi di attività del SaloneSatellite. Un’antologia di pezzi presentati durante le edizioni passate, molti entrati in produzione, altri pluripremiati e altri ancora entrati a far parte delle collezioni di prestigiosi musei di design.

ⓢ Vent’anni sono un traguardo importante. Che significato ha avuto rileggere l’attività del SaloneSatellite?

Sono stati anni di grande cambiamento, soprattutto per l’universo del design. La funzione del SaloneSatellite è necessariamente cambiata, ma vedere le cose, guardare in faccia e dialogare direttamente con i ragazzi è ciò che fa ancora la differenza. Il SaloneSatellite resta un luogo speciale che racchiude la magia dell’esperienza di potersi sedere su una sedia, guardare una libreria o il dettaglio di una ceramica, scoprire le imprecisioni di quell’oggetto e capirne la sostanza.

ⓢ In questo contesto che ruolo giocano le scuole di settore?

I partecipanti delle prime edizioni provenivano da una formazione in architettura. Certo, esistevano già le scuole di design, ma non erano tante e strutturate come quelle di oggi. Negli anni è cambiato soprattutto l’approccio e i giovani hanno imparato a raccontare i loro lavori. C’è un’educazione molto alta alla presentazione: nella formazione è previsto anche l’insegnamento a comunicare il proprio progetto. Oggi gli stand del SaloneSatellite sono dei piccoli gioielli di grande qualità estetica e compositiva.

ⓢ Nei giorni del Salone del Mobile centinaia di eventi agitano la città e ogni anno si moltiplicano esponenzialmente. Maggiore è il numero e maggiori sono le possibilità per le nuove leve del design?

Sicuramente, è anche una questione matematica. Questo allargamento è utile e prezioso ma lo scarto è dato dalla qualità. Credo che per un giovane designer sia fondamentale trovarsi nel luogo giusto, in relazione alla sua sensibilità. Non serve a nulla avere i propri oggetti all’interno di un contenitore completamente avulso dal significato dell’oggetto stesso. Le occasioni di lavoro sono aumentate e il design è una disciplina sdoganata, ma questo lo avevano già capito tanti anni fa molti designer oggi protagonisti del settore. Avevano capito che il design può essere tutto e non solo poltrone, lampade e seggiole.

ⓢ Il design al tempo della crisi: il modo di progettare è cambiato?

Nel 2014 ho curato la settima edizione del Triennale Design Museum, dedicata proprio al progettare nei periodi di crisi, si intitolava “Il design italiano oltre la crisi”. Abbiamo semplicemente rilevato che i momenti di difficoltà ci accompagnano costantemente e che le crisi sono cicliche. Nell’ultimo secolo ce ne sono state tre particolarmente dirompenti: quella degli anni Trenta, quella degli anni Settanta e quella degli anni Zero. Abbiamo provato a scrivere una storia del design italiano evidenziando tutte le volte in cui qualcuno, evidentemente in difficoltà o ristrettezze economiche, di mezzi e di risorse, è riuscito a creare qualcosa di speciale trasformando la crisi in spinta creativa. Munari diceva che «siamo sempre in un momento di passaggio». Giocando con le sue parole potremmo dire che siamo sempre in un momento di crisi.

ⓢ Cosa definisce l’italianità, secondo te?

Giulio Iacchetti qualche anno fa ha realizzato un libro edito da Corraini intitolato proprio Italianità. Ha invitato una serie di autori a descrivere l’italianità commentando alcuni oggetti che hanno formato la nostra coscienza visiva. Ricordo di aver scritto un pezzo sul rosso delle case cantoniere, una passione condivisa con Iacchetti. Questo per dire che siamo circondati da una cultura diffusa e straordinaria. Il nostro è l’unico Paese che non ha avuto uno, due, tre o quattro maestri del design, ne ha avuti venti. Non ha avuto una o due aziende importanti come la Germania, la Svizzera o la Spagna, ma ben trenta. E altrettanti imprenditori fuoriclasse. Quando dico i maestri, intendo nomi come Gio Ponti, Munari, Sottsass, Castiglioni, Zanuso, Mendini. È un elenco talmente unico che a parlare sono sufficienti i numeri.

ⓢ Che ruolo ha la didattica nella tua vita?

Il mio primo vero mestiere è il professore universitario, tutte le attività extrascolastiche sono complementari. Sono un modo per offrire ai miei studenti contributi originali e soprattutto aggiornati. Nel mio piccolo cerco di portare ai ragazzi una temperatura del proprio tempo. Devono conoscere tutto su Le Corbusier ma se non sanno cosa fanno i Bouroullec, beh, allora sono in fuorigioco.

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