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04:43 lunedì 5 gennaio 2026
Le azioni di Warner Bros. sono salite del 170 per cento da quando è iniziato il triangolo con Netflix e Paramount L'offerta d'acquisizione di Netflix e la battaglia con Paramount hanno trasformato Warner nel titolo più desiderato del 2025.
Xavier Dolan ha confermato che non è più in pensione e che quest’anno girerà un nuovo film Dopo aver annunciato l’addio al cinema nel 2023, il regista ha deciso di tornare a lavoro e ha mostrato una nuova sceneggiatura su Instagram.
Anche quest’anno lo Studio Ghibli ha festeggiato il Capodanno pubblicando un nuovo disegno di Hayao Miyazaki Sui social dello studio è apparso il disegno di Miyazaki che celebra nel 2026 l'anno del cavallo, secondo lo zodiaco cinese.
Secondo le prime ricostruzioni, il rogo di Crans-Montana sarebbe stato causato dalle stelle filanti infilate nelle bottiglie di champagne Una foto mostrerebbe il momento dell’innesco del rogo durante i festeggiamenti di Capodanno, costato la vita a quarantasette persone.
Martin Scorsese ha scritto un editoriale sul New York Times in cui spiega perché Misery è il miglior film di Rob Reiner In un commosso editoriale, Scorsese ha individuato nel thriller del 1990 l’apice della filmografia del collega, ricordando la loro amicizia.
Dopo il documentario su Diddy arriverà un documentario sui figli di Diddy che parlando di Diddy Justin e Christian Combs racconteranno il rapporto col padre in una docuserie che uscirà nel 2026 e di cui è già disponibile il trailer.
La crisi climatica sta portando alla velocissima formazione del primo deserto del Brasile La regione del Sertão sta passando da arida a desertica nell'arco di una generazione: un cambiamento potenzialmente irreversibile.
L’episodio di Stranger Things in cui Will fa coming out è diventato quello peggio recensito di tutta la serie E da solo ha abbassato la valutazione di tutta la quinta stagione, nettamente la meno apprezzata dal pubblico, almeno fino a questo punto.

I volti del Salone: Beppe Finessi

Architetto, critico, docente universitario: un'intervista col curatore della mostra celebrativa per i vent'anni del SaloneSatellite, ospitata dalla Fabbrica del Vapore.

07 Aprile 2017

Architetto e critico, in primis docente presso il Politecnico di Milano. Ad arricchire il suo curriculum poi c’è Inventario, progetto editoriale premiato con il Compasso d’Oro che osserva il mondo del design in modo libero, concedendo nuove angolature agli appassionati del settore. Beppe Finessi tra le altre cose è anche curatore della grande mostra ospitata dalla Fabbrica del Vapore per celebrare le due decadi di attività del SaloneSatellite. Un’antologia di pezzi presentati durante le edizioni passate, molti entrati in produzione, altri pluripremiati e altri ancora entrati a far parte delle collezioni di prestigiosi musei di design.

ⓢ Vent’anni sono un traguardo importante. Che significato ha avuto rileggere l’attività del SaloneSatellite?

Sono stati anni di grande cambiamento, soprattutto per l’universo del design. La funzione del SaloneSatellite è necessariamente cambiata, ma vedere le cose, guardare in faccia e dialogare direttamente con i ragazzi è ciò che fa ancora la differenza. Il SaloneSatellite resta un luogo speciale che racchiude la magia dell’esperienza di potersi sedere su una sedia, guardare una libreria o il dettaglio di una ceramica, scoprire le imprecisioni di quell’oggetto e capirne la sostanza.

ⓢ In questo contesto che ruolo giocano le scuole di settore?

I partecipanti delle prime edizioni provenivano da una formazione in architettura. Certo, esistevano già le scuole di design, ma non erano tante e strutturate come quelle di oggi. Negli anni è cambiato soprattutto l’approccio e i giovani hanno imparato a raccontare i loro lavori. C’è un’educazione molto alta alla presentazione: nella formazione è previsto anche l’insegnamento a comunicare il proprio progetto. Oggi gli stand del SaloneSatellite sono dei piccoli gioielli di grande qualità estetica e compositiva.

ⓢ Nei giorni del Salone del Mobile centinaia di eventi agitano la città e ogni anno si moltiplicano esponenzialmente. Maggiore è il numero e maggiori sono le possibilità per le nuove leve del design?

Sicuramente, è anche una questione matematica. Questo allargamento è utile e prezioso ma lo scarto è dato dalla qualità. Credo che per un giovane designer sia fondamentale trovarsi nel luogo giusto, in relazione alla sua sensibilità. Non serve a nulla avere i propri oggetti all’interno di un contenitore completamente avulso dal significato dell’oggetto stesso. Le occasioni di lavoro sono aumentate e il design è una disciplina sdoganata, ma questo lo avevano già capito tanti anni fa molti designer oggi protagonisti del settore. Avevano capito che il design può essere tutto e non solo poltrone, lampade e seggiole.

ⓢ Il design al tempo della crisi: il modo di progettare è cambiato?

Nel 2014 ho curato la settima edizione del Triennale Design Museum, dedicata proprio al progettare nei periodi di crisi, si intitolava “Il design italiano oltre la crisi”. Abbiamo semplicemente rilevato che i momenti di difficoltà ci accompagnano costantemente e che le crisi sono cicliche. Nell’ultimo secolo ce ne sono state tre particolarmente dirompenti: quella degli anni Trenta, quella degli anni Settanta e quella degli anni Zero. Abbiamo provato a scrivere una storia del design italiano evidenziando tutte le volte in cui qualcuno, evidentemente in difficoltà o ristrettezze economiche, di mezzi e di risorse, è riuscito a creare qualcosa di speciale trasformando la crisi in spinta creativa. Munari diceva che «siamo sempre in un momento di passaggio». Giocando con le sue parole potremmo dire che siamo sempre in un momento di crisi.

ⓢ Cosa definisce l’italianità, secondo te?

Giulio Iacchetti qualche anno fa ha realizzato un libro edito da Corraini intitolato proprio Italianità. Ha invitato una serie di autori a descrivere l’italianità commentando alcuni oggetti che hanno formato la nostra coscienza visiva. Ricordo di aver scritto un pezzo sul rosso delle case cantoniere, una passione condivisa con Iacchetti. Questo per dire che siamo circondati da una cultura diffusa e straordinaria. Il nostro è l’unico Paese che non ha avuto uno, due, tre o quattro maestri del design, ne ha avuti venti. Non ha avuto una o due aziende importanti come la Germania, la Svizzera o la Spagna, ma ben trenta. E altrettanti imprenditori fuoriclasse. Quando dico i maestri, intendo nomi come Gio Ponti, Munari, Sottsass, Castiglioni, Zanuso, Mendini. È un elenco talmente unico che a parlare sono sufficienti i numeri.

ⓢ Che ruolo ha la didattica nella tua vita?

Il mio primo vero mestiere è il professore universitario, tutte le attività extrascolastiche sono complementari. Sono un modo per offrire ai miei studenti contributi originali e soprattutto aggiornati. Nel mio piccolo cerco di portare ai ragazzi una temperatura del proprio tempo. Devono conoscere tutto su Le Corbusier ma se non sanno cosa fanno i Bouroullec, beh, allora sono in fuorigioco.

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