Attualità | Coronavirus

Il Belgio è un Paese malato e non solo di Covid

Dopo una prima ondata catastrofica, con un altissimo tasso di decessi, il Belgio è ripiombato nel caos.

di Carole Lyon

Una veduta di Rue de la Loi deserta il 20 ottobre 2020, Bruxelles, Belgio (foto di Jean-Christophe Guillaume / Getty Images)

«Mi sembra che ci sia un bel divario tra gli sforzi che la società belga si era preparata ad accettare e quello che è stato finalmente deciso», scrive su Twitter una nota giornalista televisiva, venerdì 23 ottobre. Sono appena passate le 9:30 del mattino ed è ancora in corso la tanto attesa conferenza stampa con l’annuncio delle nuove regole varate dal governo per fronteggiare l’epidemia. Che la società belga sia pronta ad accettare di tornare a chiudere il Paese è difficile da comprovare, ma tutti si aspettavano indubbiamente un ulteriore rafforzamento delle misure anti-Covid e perfino l’annuncio di un nuovo lockdown.

Da vari giorni infatti, la parola fatidica tornava sempre più spesso negli annunci allarmanti degli esperti, sui media e nelle conversazioni quotidiane. Anche se il governo si era ripromesso di fare di tutto per evitarlo, un nuovo lockdown sembrava ormai l’inevitabile ricorso di fronte all’aumento catastrofico dei nuovi casi. Dopo aver limitato i contatti sociali “ristretti” (cioè senza distanza di sicurezza, né mascherina) ad una sola persona al di fuori del nucleo familiare, chiuso per un mese bar e ristoranti, ripristinato il telelavoro e fatto scattare un coprifuoco da mezzanotte alle 5, non rimanevano infatti molte alternative.

Eppure no. Alle 9 in punto, il neo-primo ministro Alexander De Croo apre la conferenza stampa ed insieme al suo ministro della sanità annuncia: divieto della presenza di pubblico alle partite sportive, chiusura dei parchi gioco, e poco di più. Altro che lockdown. Non si capisce. La situazione incontrollabile è però sotto gli occhi di tutti: i contagi quotidiani hanno ormai varcato la soglia dei 10 mila casi, cosa estremamente preoccupante per un paese piccolo come il Belgio con una popolazione di 11,5 milioni di persone. Tempo qualche giorno e, il 27, il Belgio si è ufficialmente aggiudicato il record europeo, con una media di 1.390 casi per centomila persone. Si tratta per giunta solo di un numero indicativo dato che il sistema di test è andato in tilt, limitando quindi i tamponi dal 19 ottobre ai soli casi sintomatici. E, come se tutto ciò non bastasse per ricordare ai belgi della pericolosità del virus, proprio alla vigilia della conferenza di De Croo è arrivata la notizia del ricovero in cure intensive di Sophie Wilmes. Da qualche settimana è la nuova ministra degli esteri, ma fino ad ottobre era lei il premier, il volto e la voce che avevano accompagnato i cittadini durante la prima ondata di Coronavirus.

Con tono pacato e spontaneo, la Wilmès era diventata in quei mesi una figura popolare, anche se per la gestione dell’epidemia è difficile parlarne in modo positivo. Nella prima ondata, infatti, sono morte circa 10 mila persone di cui due terzi erano anziani residenti in case di riposo. Sebbene le autorità abbiano tirato in ballo il loro metodo di contabilizzazione (ogni decesso in casa di riposo era stato considerato Covid, anche in assenza di test), questa cifra rimane altissima e rappresenta uno dei tassi più alti rispetto alla popolazione. A spiegarlo è stato il New York Times, con un’inchiesta uscita in agosto nella quale si rivelava che, a differenza dell’Italia, gli ospedali belgi non erano mai arrivati a saturazione. Per evitare di raggiungere questo stadio estremo, è stato negato il ricovero a numerosi anziani, rimasti quindi pressoché privi di cure nelle loro case di riposo in cui mancava già tutto. In altri casi, i ricoverati sono stati dimessi dopo solo pochi giorni, causando molto probabilmente nuovi contagi. In un paese dalla struttura istituzionale complessa come il Belgio, dove la sanità è gestita da un totale di 8 o 9 ministri tra regioni, comunità e stato centrale, non è mai semplice risalire all’origine di una tale situazione. Sta di fatto, concludeva il giornale americano, che l’allora ministra federale della Sanità Maggie De Block, aveva rifiutato di rispondere alle sue domande.

Il quartiere Ilot Sacré, cuore medievale di Bruxelles, è il luogo in cui si concentra il maggior numero di ristoranti della capitale. Insieme ai bar, tutti i ristoranti della città hanno ricevuto l’ordine di restare chiusi per un mese (20 ottobre 2020, foto di Jean-Christophe Guillaume / Getty Images)

Dopo una prima ondata così traumatica, e di fronte a una seconda già fuori controllo, come è possibile che il 23 ottobre scorso il governo De Croo si sia limitato a delle misure a dir poco blande? Tempo qualche ora e si capisce come siano andate le cose dietro le quinte. Per varare delle nuove misure, il governo di De Croo ha Infatti dovuto scendere a patti con le varie componenti dello Stato federale, tra le quali la regione fiamminga (Nord), che per ora se la cava leggermente meglio delle altre due ed era quindi disposta ad aspettare un po’ di più prima di ricorrere a delle misure estreme. Ma il fattore preponderante è che le Fiandre sono capeggiate  dagli indipendentisti fiamminghi della N-VA che, pur essendo il primo partito del Paese, è stato tagliato fuori dal governo centrale, nato il 1 ottobre dopo quasi 500 giorni di trattative. Non saranno certo loro a spianare la strada al nuovo premier.

Finita la conferenza stampa di De Croo, inizia infatti il caos. Lo stesso giorno, la regione Vallonia prende la sua strada annunciando l’anticipo del coprifuoco alle 22 invece di mezzanotte. Poche ore dopo, sabato, la regione di Bruxelles fa altrettanto annunciando inoltre la chiusura di tutte le infrastrutture sportive e culturali. Tra chi aveva previsto di invitare amici a cena nella capitale sorge un dubbio: ma scatta da subito questo coprifuoco? La situazione è infatti altamente confusionaria. Anche per le scuole si aggiungono nuove norme quasi ogni giorno: prima sono le vacanze dei Santi a essere prolungate, poi le università che devono passare alla didattica a distanza e infine i licei (il tutto ovviamente a seconda delle regioni).

Nel suo editoriale, il quotidiano francofono Le Soir esplode: «Ma che cavolo di Paese è?». Oltre alla confusione e al nervosismo, c’è infatti la convinzione che la classe politica abbia agito con dilettantismo. Ormai, come si legge su più giornali, non si tratta più di sapere se ci sarà un lockdown o meno, ma quando scatterà e quale sarà il suo grado di severità. La svolta arriva la sera di martedì 27, quando il presidente della regione fiamminga – che nel weekend continuava a dire che non aveva intenzione di «iniziare a spegnere il fuoco prima che bruciasse la casa» – ha ceduto di fronte alle numerose critiche e si è adeguato, annunciando la chiusura completa dei luoghi sportivi e culturali anche nelle Fiandre. A questo punto, non restava al premier Alexander De Croo che tornare a riunire tutti per armonizzare e cercare di tracciare, finalmente, una linea coerente. Da mercoledì sera, si parla infatti finalmente di “lockdown parziale”. Quanto tempo perso, però.

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