Attualità | Politica

Antonio Bassolino, odiato e rimpianto

La diciannovesima assoluzione si incrocia con l'ennesima ondata di bassolinismo di ritorno e con la nostalgia per una Napoli positiva che non esiste più.

di Ferdinando Cotugno

Antonio Bassolino mentre corre a Posillipo (dal suo account Twitter)

«Sai che qua le cose sono cambiate? Stiamo riaprendo i teatri, stiamo ridando un senso al centro storico. Sai che tutte le lotte che abbiamo fatto negli anni ’70 oggi forse trovano concretezza?». Con l’ennesima ondata di bassolinismo di ritorno, seguita alla sua diciannovesima assoluzione, fa impressione rivedere il cortometraggio La salita. Regia: Mario Martone. Interprete: Toni Servillo. Oggetto: il culto di Antonio Bassolino. Era il 1997, il sindaco di Napoli stava per essere eletto a un secondo mandato con un sensazionale 72% e al Festival di Venezia arrivava I Vesuviani, film collettivo e manifesto del Rinascimento napoletano, quella breve stagione in cui la città provò a farsi capitale mondiale della cultura e Bassolino si era auto-nominato suo Cosimo de’ Medici. Nel film c’erano Antonio Capuano, Pappi Corsicato, Antonietta De Lillo, Stefano Incerti. E Martone, che si prese l’incarico di firmare questa statua equestre al sindaco della durata di ventitré minuti. Non è un fatto, ma un pettegolezzo consolidato, che la parte fosse stata offerta anche a Bassolino in persona, prima di andare a Servillo, suo concittadino di Afragola. Nell’ascesa solitaria al Vesuvio, che Martone e Fabrizia Ramondino concepirono come sintesi della bassolinità, il sindaco incontra fantasmi, artisti, vigili, cantanti e un corvo parlante, citazione pasoliniana. Il corvo lo invita a credere nei miracoli, anche tu sei un miracolo, Tonino, «un figlio dell’entroterra napoletano che per tutta la vita è stato comunista e ora governa secondo le regole della società capitalista».

La domanda è quale salita o quale miracolo attendono Bassolino, ora. Nel 1997 aveva 50 anni e lo spirito del tempo dalla sua parte. Italo Bocchino, Alleanza Nazionale, gli dedicò un’interrogazione parlamentare, chiese l’esclusione del corto di Martone dal festival, denunciò «un’operazione di stampo gramsciano, voluta dal Pds, dai suoi registi assistiti e tutelati in Rai, dal suo sindaco di punta». Attacchi che certificano il potere più di qualsiasi omaggio. Bassolino ha passato quasi due decenni da «ultimo re di Napoli» (copyright del corvo) e quello successivo a proteggere reputazione, immagine e fedina penale. Oggi ha 73 anni e ha fatto il giro classico del potere in Italia: innovatore, salvatore, redentore, poi imbarazzo, ostacolo, problema e vergogna nazionale, con la crisi dei rifiuti in Campania. Ha tentato le primarie del Partito Democratico, nel 2015, ma è stato respinto con perdite da una sua ex allieva (che poi non arrivò nemmeno al ballottaggio). Oggi Bassolino trascorre il tempo come fanno i reduci del potere in Italia, almeno quelli avveduti: gestisce la sua fondazione, rilascia interviste, si fa rimpiangere e coltiva un account Facebook da settantenne colto, nel quale celebra ricorrenze e compleanni, fa molte condoglianze e racconta le sue disavventure sul 140, la linea d’autobus che scende da Posillipo verso il centro.

Da lontano il suo attivismo iperlocale di fondazioni, linee di bus e circoli di Pomigliano si vede poco, così la parabola di Bassolino sembra quasi analoga a quella di Berlusconi. L’età, i processi, la nostalgia, la perdita del vigore che corrisponde all’ammorbidimento dei giudizi, la costruzione del rimpianto. Chiedo un parere a un avversario ostinato e leale di Bassolino, il giornalista Marco Demarco, che al sindaco dedicò il libro L’altra metà della storia (Guida, 2007). «Lo sguardo distante funziona meglio su vicende come questa, stare dentro la città porta un eccesso di ricordi. Oggi qui siamo ancora sul filo del’amarcord, del torto riparato». Però a maneggiare i ricordi con imprudenza si finisce col cascarci di nuovo dentro, a Napoli il prossimo anno si vota e si parla con insistenza di una nuova candidatura di Bassolino. Non c’è solo l’anziano amministratore che posta foto di tramonti, ma anche il tessitore di sempre, in attesa del momento giusto per fare capolino. «Che lui sia in campo è un fatto. Che non abbia mai davvero detto di essere in campo è oggettivo», dice Demarco. Il Bassolino di Schrödinger: al momento è sia un candidato sindaco pronto a ripigliarsi tutto quello che è nostro che un vecchietto su Facebook con le sue lamentele sul bus che non passa mai.

Una manifestante trasporta un sacco della spazzatura con la faccia di Antonio Bassolino, a Napoli il 19 maggio 2007, durante una manifestazione nazionale contro l’emergenza rifiuti nel sud Italia (Mario Laporta / AFP Getty Images)

La questione del rimpianto è ovviamente centrale. La nostalgia è irrazionale, in politica e nella vita ci manca quello che ci manca, soprattutto nei periodi complicati, con quel bizzarro sindaco attuale che sulla scrivania ostenta corni rossi apotropaici, foto di Che Guevara, ferri di cavallo. E Bassolino sembra una risposta quasi ovvia a una domanda che Napoli ha ripreso a farsi con insistenza: «Che cosa facciamo di noi?». Diceva Massimo Troisi: «Napoli cambierà, è normale. L’unica cosa che non cambia mai è che si parla sempre di come cambierà la città». Per Demarco quella di Bassolino «è una di quelle classiche parabole napoletane, con un fuoco improvviso e impetuoso, al quale segue un periodo di ceneri sparse e poi all’improvviso tutto si riaccende». Si ma perché proprio lui, ancora lui? «Perché Bassolino è come la Cassa del Mezzogiorno», intesa come totem istituzionale, comfort zone permanente. «E poi una sua candidatura può davvero essere una via d’uscita al tunnel in cui Napoli si è cacciata, la città è chiusa dentro una morsa, priva com’è di opposizione e di maggioranza, un bipolarismo negativo in cui nessuno è innocente». A parte Bassolino, appunto. I processi sono stati estenuanti e probabilmente persecutori, ma il tempismo di questa nuova assoluzione è stato perfetto. Un certificato di legittimità e un invito al desiderio: vedi, era pure innocente?

Al di là del giudizio politico sulla sua ascesa e sulla catastrofica crisi dei rifiuti che seppellì tutto, la tentazione Bassolino sembra una chiave per riappropriarsi di una cosa che a Napoli manca da un po’: l’ottimismo. Le immagini degli anni ’90 scorrono come in un montaggio accelerato, più si accumulano più sembrano irreali e desiderabili, e non solo per il rimpianto di un’epoca in cui avevamo vent’anni, due crisi finanziarie, una pandemia e un undici settembre in meno. Piazza Plebiscito pedonalizzata, il G7 con Bill Clinton che fa jogging sul lungomare e mangia la pizza in via dei Tribunali, le installazioni di Richard Serra e Anish Kapoor, la metropolitana più bella del mondo, una fiera del libro (Galassia Gutenberg) che sembrava poter fare concorrenza al Salone di Torino. Gli unici tristi erano i tifosi del Napoli, il loro fu un decennio malinconico, lo stadio era vuoto ma le librerie erano piene. «Quella stagione però è rimasta fine a se stessa, era nata in modo elitario e fu un modo provinciale di sprovincializzare Napoli, senza interesse per gli artisti locali, le avanguardie, la tradizione, tutto spazzato via, il tipo di rottamazione culturale che si fa ciclicamente a Napoli, in cui sembra che anche Eduardo sia un piccolo borghese da quattro soldi». Napoli da allora è rimasta sulle mappe culturali, qualcosa di buono sarà stato seminato? «Gli eventi culturalmente più significativi dei decenni successivi, Roberto Saviano ed Elena Ferrante, nascono in modo autonomo, non hanno niente a che fare con quella storia, che ebbe buona stampa, ma fu elitaria e si consumò in fretta, lasciando poco o niente di reale».

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