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Bas Jan Ader, eroe moderno

Storia del grande artista degli anni '70 morto a soli 33 anni che con le sue performance dava corpo a stati d'animo e concetti universali.

23 Luglio 2019

Avete presente Maurizio Cattelan? O Francesco Vezzoli? Bene, scordateveli, toglieteveli dalla testa. Almeno per un po’. Perché la storia di Bas Jan Ader va in tutt’altra direzione. Niente trasgressione, nessuno scandalo, niente lustrini o cessi dorati, ma una ricerca interiore, silenziosa, solitaria, eroica, che ha scavato fino ai nostri limiti. Ma pochi sanno chi era questo trentenne dal volto spigoloso e dalla pettinatura da giocatore dell’Ajax di Cruyff. Olandese di Wischoten, piccolo centro della provincia di Groninga, Jan è stato un grande artista concettuale degli anni Settanta che, grazie a performance effimere, dava corpo e sostanza a stati d’animo che di concreto hanno ben poco tranne che dalle parti del cuore, come tristezza, disperazione e sconfitta.

Un eroe moderno, che ha fatto della sconfitta e della “caduta” (parola chiave della sua poetica) il suo trademark. Un alieno, se visto con gli occhi dei nostri giorni. Ader poteva tranquillamente essere un personaggio di Werner Herzog. Uno di quei sognatori folli capaci di accettare imprese al limite della follia pur di cavalcare un desiderio. Anche quello più irrealizzabile. Avete presente il Klaus Kinski di Fitzcarraldo, che per far esibire Enrico Caruso nel cuore dell’Amazzonia era disposto a trasportare una nave sopra una montagna? Ecco, lui è stato una sorta di Fitzcarraldo dell’arte moderna. Sguardo nostalgico, indole solitaria, ha firmato opere in bilico fra il malinconico e il metafisico. Come la serie “Fall”, che sembra ispirarsi alle comiche di Harold Lloyd e Buster Keaton, in cui l’artista interpreta gli accadimenti improvvisi all’interno della vita di tutti i giorni, semplicemente… cadendo. Da un albero fino all’acqua di un ruscello, dal tetto del suo bungalow in California, o, dalla sua bicicletta in uno dei tanti canali di Amsterdam. «La terra ferma tutto», amava ripetere.

Studente ribelle e trasgressivo, il padre era stato un ministro cristiano giustiziato dalla Gestapo nel 1944 per aver aiutato alcuni ebrei. Segue i corsi d’arte alla Rietveld Academy di Amsterdam. Ma lo fa a modo suo, usando un solo foglio di carta per tutto il semestre su cui disegnava e subito dopo cancellava senza sosta. A 19 anni la prima grande svolta: lascia tutto, scuola, amici, famiglia, e se ne va in Marocco facendo l’autostop. Arrivato in Nordafrica si imbarca come marinaio su una nave diretta in America. Basterebbe questo a rendere il tutto alquanto avventuroso, ma con Ader c’è sempre qualcosa in più. La nave su cui viaggiava naufraga proprio davanti alle coste della California. Ed è proprio qui che decide di fermarsi. Nel 1965 si laurea all’Otis College of Art and Design e conosce Mary Sue, figlia del direttore dell’università. Se ne innamora e la sposa a Las Vegas. Alla cerimonia, pur non avendo nulla di rotto, si presenta con le stampelle. Quasi a voler dimostrare che dopo la caduta alla fine ci si rialza sempre. Anche grazie all’amore.

Studio per I’m too sad to tell you, 1971, copyright The Estate of Bas Jan Ader / Mary Sue Ader Andersen, 2019 / The Artist Rights Society (ARS), New York & SIAE, Rome. Courtesy of Meliksetian | Briggs, Los Angeles

Per qualche tempo insegna arte e filosofia in giro per la California. E nel 1971 firma una delle sue opere più spiazzanti: “I’m too sad to tell you“, un filmato in bianco e nero senza colonna sonora lungo tre interminabili minuti, in cui l’artista non fa altro che piangere e asciugarsi le lacrime col palmo della mano davanti alla telecamera. Perché? Cosa è successo? Non ci è dato di sapere. Ma forse nemmeno importa così tanto. Un anno più tardi arriva la performance “The Boy Who Fell Over Niagara Falls” in cui Ader legge un testo tratto dal numero di marzo del magazine Reader’s Digest in cui veniva descritta la vera storia di un bambino caduto per oltre 175 piedi dal punto più alto delle cascate restando miracolosamente in vita. Nel 1975, dopo diversi anni trascorsi negli Usa, Jan decide di tornare a casa.

Ma vuole farlo attraverso un’opera d’arte. Sta lavorando a un progetto sui temi della solitudine e del nomadismo. Così decide di attraversare l’Oceano su una piccola barca a vela. La più piccola con cui mai fosse stato tentato questo genere di viaggio. La performance, dal titolo “In Search of the Miraculous”, sarebbe dovuta durare 60 giorni. Partenza da Cape Cod, Massachusetts e poi via, lungo le rotte dell’Atlantico, dritto dritto fino alle coste frastagliate della Cornovaglia, prima propaggine dell’Inghilterra o forse fino alle spiagge della sua Olanda. Una volta in Europa, Jan avrebbe messo in scena il suo diario di viaggio, costituito da film, diari, ritagli, foto nelle sale del Groninger Museum.

Salpato il 9 luglio del 1975, non raggiunse mai la Cornovaglia. E nemmeno l’Olanda. Sei mesi più tardi, la sua piccola imbarcazione venne trovata semi-affondata al largo delle coste dell’Irlanda. Il corpo invece non fu mai più ritrovato. Ader aveva solo 33 anni. Nel 2006 è stato riportato in vita dal regista Rene Daalder, autore del documentario biografico Here is Always Somewhere Else, opera fondamentale per comprendere la poetica e la vita dell’artista. I suoi lavori più importanti sono in mostra proprio in questi giorni al Meliksetian | Briggs di Los Angeles in occasione di Water’s Edge (fino al 27 luglio), mentre la Kaunas Picture Gallery durante la Biennale di Kaunas ospiterà un suo lavoro fino al 29 settembre.

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