Raffaella Carrà, Canzonissima, 1971 Courtesy Rai Teche

Cultura | Dal numero

Capire il pop per capire il mondo

Incontro con Francesco Vezzoli, artista italiano globale e acuto estimatore del pop italiano, dai salotti dell’élite americana a quello di casa sua, davanti allo schermo.

di Michele Masneri

Riflessivo, internazionale ma moderatamente sovranista, attento al Pil, Francesco Vezzoli (Brescia, 1971) dovrebbe essere il futuro leader di una sinistra contemporanea che metta d’accordo finalmente élite e pop. O almeno, ministro dell’Economia. Conosce gli unici Bilderberg veri dove passano il potere e i soldi (arte e moda), parla inglese, domina (forse venendone dominato) il variegato universo d’immagini in cui tutti si annaspa. I lampi blu sulla faccia, Francesco Vezzoli, il nostro artista più aristocratico e globale, sta guardando a letto una trasmissione del pomeriggio. (Del resto anche l’economista che salvò il mondo un paio di volte, John Maynard Keynes, salvava il mondo e il ministero delle Finanze inglesi stando a letto, nel frattempo mantenendo quei fricchettoni di Bloomsbury. Allora non c’era la tv, però).

Non se ne perde una, lui, di trasmissione. Anche le più efferate. Ha questo amore per la tv, lo dichiara sempre, ma si era pensato a una posa: così, per mesi, lo si è messo alla prova. Stanandolo, a sorpresa. «Stai guardando Sirene?» («Certo», e rivela esattamente cosa fa il tal tritone della prestigiosa fiction Rai). «Che succede in questo momento a Forum?» («Ah, le due napoletane», in un pomeriggio d’agosto, due vajasse, nuora e suocera, si accapigliano nella calda atmosfera di Rete 4 perché una ha rovinato il matrimonio all’altra). Uno dei suoi preferiti è Tale e Quale Show: «Fa un’analisi sociologica geniale: una nazione senza celebrity costruisce attorno all’assenza di celebrity uno show dove vengono invitate delle celebrity; ci vanno degli sfigati che fare venire quelli veri costerebbe forse meno. È il nulla, il programma più surreale della televisione. Ho una grande passione per Insinna, quando c’è stato lo scandalo per me è stato un dramma. Ma ormai sono abbastanza addicted in generale». «L’arena di Giletti ti piace?». «Non mi piace, o il nulla o il tutto. Io voglio Tale e Quale, o Gore Vidal».

Autoritratto di Francesco Vezzoli per la copertina del numero 36 di Studio.

Ha fatto una tassodermia di tutte le celebrità globali, dall’aristocrazia del pensiero (Vidal, appunto) a quella dell’Appennino (Iva Zanicchi) in una sua opera-mondo molto coerente intorno a Nostalgia, Dolore, Desiderio; adesso ha abbandonato l’America e Hollywood per concentrarsi sulla tv e soprattutto Instagram, nella sua casa milanese rivestita non di sughero ma di palinsesti e arredi di plastica anni Settanta. «Il livello di menzogna di Hollywood», sospira, «è un luogo comune, certo, e con Los Angeles sono andato avanti e indietro per una decina d’anni. Però lì non tengo, parlo della tenuta psicologica. È un luogo dove le persone non fanno altro che mentire, tutto il tempo. Ormoni, lifting, bugie. Io ho un po’ l’ossessione della verità. La bugia mi dà il tormento, mi fa stare male». «Poi è un luogo comune, certo, tutti gli italiani che fuggono da Hollywood: Alida Valli che scappa da Hitchcock, Valentina Cortese che scappa da Zanuck, Virna Lisi che usa la gravidanza per scappare, io non mi paragono a queste meravigliose signore ma io proprio non ce la faccio». Meglio allora Forum. «La sinistra dovrebbe parlare con la Palombelli, dovrebbe candidarsi lei. In fondo fare la tv è avere share, il lavoro del politico è avere i voti, quindi mi pare che la Palombelli la sua politica la sappia fare molto bene. Se il Pd avesse fatto due parole con lei forse le cose sarebbero andate meglio».

Vezzoli ha una visione profondamente politica della realtà. Moderatamente sovranista, odia ormai l’America e i suoi film, ha imbruttito a Vanessa Friedman, la fashion editor del New York Times che aveva criticato la settimana della moda milanese («ma come ti permetti, le ho detto. Pensa alla vostra, di fashion week, che fa schifo»). Attento alla moda in quanto business “di sistema” («spostano più soldi i vestiti degli Oscar dei film che non va più a vedere nessuno, visto che stanno tutti a casa a guardare Netflix. I politici non sanno chi è la stilista più importante d’America, sono rimasti ancorati a una visione antiquatissima del potere. Non capiscono quali sono le industrie trainanti: a me non è che piace la moda, io sono un patriota, la ritengo l’industria trainante di questo Paese. Quando a New York arriva il più grande stilista italiano, le persone importanti si mobilitano. Quindi tu devi studiare la moda. L’America ha Silicon Valley e noi abbiamo Milano e quindici stilisti. Non è che gli porti Caltagirone»).

Come Renzi e come Salvini è uno dei politici italiani che hanno partecipato ai telequiz. Doppio Slalom. 1985. Una classica storia: vado ad accompagnare una mia amica, che poi non han preso, e prendono me. Avevo quattordici anni, siamo diventati campioni dell’anno. Ero gasatissimo. Cosa si vinceva? «Elettrodomestici, oggetti, prodotti di aziende che avevano in cambio merce». Il tuo destino era segnato: Cologno Monzese. «Lo ritengo il mio primo video», Vezzoli ragazzino, con maglioncino, da Brescia. Società civile. «A cinque anni i miei genitori coi loro amici mi portavano in montagna e la mattina c’era questo momento in cui si decideva che giornali comprare. Quindi Manifesto, Repubblica, Unità. Poi arrivava il turno del bambino e il bambino chiedeva Sorrisi e canzoni. Tutti si mettevano a ridere. Adesso però direi che ci ho visto lungo io». Che programmi tv guardava il bambino Vezzoli? «Ovviamente Dallas, e poi Dynasty». Però Joan Collins è una delle poche dive a essere scampata alla tua opera di musealizzazione.

«Non è mai troppo tardi». Lei poi è molto attiva su Instagram. «Ma su Instagram io non seguo le star», dice. «Le star filtrano troppo, mi piace seguire le persone normali, oggi stavo guardando una che ha inventato una torta dedicandola ad Alberto Dandolo». Instagram è la sua ultima passione, ci sta ma non si fa vedere, ha un profilo misterioso, da voyeur. «Mi interessa quello che tocca la vita delle persone. Mi sono appena andato a guardare i nuovi concorrenti del Grande Fratello Vip, mi danno la misura per capire a cosa la gente aspira». Scava. «Oggi ho visto una di queste di Temptation Island che fa la pubblicità per una crema antisole su Instagram, poi ha sbagliato, e ha detto: “Sono proprio una mongoloide!”». Però questa è stata la grande estate di Instagram: foto di vite meravigliose, balnearizzazione totale, pressione sociale alle stelle, ritocchi ansiogeni, matrimonio Ferragnez a conclusione. Sarai stato. «Ovvio». «E poi che idea geniale sposarsi a Noto. Noto, con questo nome, non è perfetto?».

Elisabetta Catalano, Patty Pravo, 1972, Servizio per Vogue, Courtesy Archivio Elisabetta Catalano

Vezzoli ha una posizione ufficiale sul tema (vogliamo un grande partito élitista federatore con Vezzoli a Milano e Calenda a Roma). «Più che uno strenuo difensore della coppia sono uno strenuo attaccatore di chi li attacca. Trovo incredibile che in Italia oggi si trovi ancora la forza di scrivere un articolo contro di loro. O che i politici ignorino chi sono. Mentre poi magari si celebrano personaggi come Kim Kardashian e Kanye West. Perché è chiaro che Ferragni e Fedez sono i nostri Kardashian e Kanye: ma sono molto meglio. Kanye è un cerebroleso: si è schierato con Trump, gli parli ed è assente, se non è assente, è aggressivo, la sua musica fa schifo. La Kardashian si veste malissimo. Allora, Fedez intanto ha un modo di articolare le sue idee molto civile. La Ferragni si veste anche bene. Sono superiori, e sono anche più autentici. Se quei due là sono una colonna portante della nuova America, noi perché dovremmo lamentarci dei nostri?».

Vezzoli l’economista vede anche i Ferragnez come apice di un indotto e distretto. «C’è chi pensa a questi milanesi che passano la vita in monolocali condivisi, e poi d’estate son tutti sulle barche almeno di trenta metri. Alcuni vituperano, e si chiedono: chissà quanti pompini han fatto. Io ho piuttosto un’altra teoria: che l’Italia sia il Paese più instagrammabile del mondo: questo ci fa ben sperare per l’economia. Instagram del resto è la nuova fabbrica dei sogni: dal momento in cui esistono persone che fanno delle foto, poi le mandano al ritoccatore, è chiaro che nasce un meccanismo. Una fabbrica del sogno aperta a tutti, questo è il bello. La moda se la possono permettere in pochi, non è che ci sono milioni di utenti che possono postarsi col loro nuovo Saint Laurent. Instagram invece è di tutti, è come un muscolo, che vai in palestra e lo alleni e poi lo mostri. I muscoli sono un vestito democratico, costano solo fatica, non denaro».

Immagine della mostra TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai, foto di Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti, Courtesy Fondazione Prada, Elisabetta Catalano, 28 ritratti, fotografici stampa vintage

Vengono in mente Poveri ma belli e le saghe dei fusti anni Sessanta di Dino Risi. Vezzoli è un appassionato del regista morto dieci anni fa. Lui però era élite pura, figlio del medico della Scala, erre moscia. «Però anche lui non è che era molto amato dalla critica. Le recensioni ai suoi film erano terribili». È arrivato il momento della domanda scomoda. E i Vanzina? «Ah, io piango sempre con Virna Lisi in Sapore di mare. Quella battuta: “Ci batteva il cuore”. Vacanze lo so a memoria, “Zartolin la mutanda”, figuriamoci. O Amarsi un po’, ancora meglio. I film di Vanzina sono Instagram stories. Quelli più riusciti raccontano la realtà, le aspirazioni». «Però era sociologia tagliata con l’accetta, dai. Viene da chiedersi perché solo loro raccontassero ‘sta maledetta realtà. Qualcuno non poteva farlo un po’ meglio?». «Gli altri erano troppo intenti a guardarsi l’ombelico, a sentirsi Ingmar Bergman. Ma prima di fare un film sul proprio ombelico bisognerebbe assicurarsi che è il più bell’ombelico di tutti, altrimenti meglio guardare fuori».

Gianni Pettena, Applausi, 1968, Galleria Giovanni Bonelli, Milano

Il letto televisivo di Vezzoli a volte è un letto di dolore. «Le élite non esistono più. Io che son stato aspirational tutta la vita, adesso sono despirational. Vorrei capire cosa pensa il mondo, cosa vuole il mondo. Perché tutto quello a cui sono stato educato è considerato desueto, insignificante. Non vorrei fare del name dropping, mi prenderanno in giro, pazienza. Io ero molto amico di Si Newhouse, abbiamo passato tanti natali insieme, era un uomo coltissimo, nel salotto di casa loro c’era la tv incastonata tra due Bacon che erano il sogno di qualunque collezionista. Lui per quarant’anni ha preso il meglio della cultura americana affidandola ai migliori nomi dall’estero – Anna Wintour da Londra, Graydon Carter dal Canada – per confezionare ed editare l’America rendendola cool all’estero e intellegibile agli americani stessi. È chiaro che un’industria culturale come la Condé Nast in un momento in cui un presidente dice “Buy american” non può funzionare. Newhouse era un esteta del publishing, ed è chiaro che quando è morto lui è finita un’epoca. Voleva il New Yorker a tutti i costi e l’ha avuto, per aggiungerlo alla sua corona di editore. Ma avere un profilo sul New Yorker quando ero giovane io era importante. Ora quanto vale? È meglio un profilo con un milione di follower? Una stroncatura sul New York Times quanto pesa? C’era anche in Sex and the city, quando Michiko Kakutani stronca il libro di Carrie… Oggi la Kakutani è in pensione, è finito tutto… Mentre Sex and the city ha celebrato il ventennale».

Però tutto questo suo amore per la tv e quello che una volta si chiamava il trash non è molto capito. A volte il cortocircuito non funziona. «Nel 2004, quando ho fatto Comizi di non amore (un finto programma tv tipo Uomini e donne, per la Fondazione Prada, con Catherine Deneuve corteggiata da dei giovanotti) mi ricordo che c’era Ferruccio De Bortoli che era nel pubblico e uscì a telefonare, disse tutto turbato, “son qui dalla Prada, ma non capisco, ci fa venire fino qui per vedere un programma tv”. E io non è che ci son rimasto male, però lo capirei da un politico, non da un direttore di giornale. Per non parlare del mondo dell’arte, anche loro, “ah, questa De Filippi, una tua fissa, ma perché ci sono questi uomini a torso nudo?”… Anni dopo, direi che ti ho fatto vedere questa roba quindici anni fa, che è diventata abbastanza centrale, e poi dalla tv si è presa tutti i social. Senza pensare che senza la Fascino (la società di produzione di Maria De Filippi e di Maurizio Costanzo) se ne andrebbe un pezzo centrale di made in Italy». «È su questo che noi dobbiamo metterci lì e capire, capire, capire». Ripartire dalla Fascino, invece che dalla Leopolda o dalla base. Ecco la ricetta: la Fascino, si capisce, sarà la nuova Cassa Depositi e Prestiti di un ideale governo Vezzoli.

 

Sul tema “Pop italiano e i nostri complessi culturali” ci sarà un incontro a Studio in Triennale 2018, con un dialogo tra Mattia Carzaniga e Fabio Volo.

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