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L’unico film corto mai realizzato da Béla Tarr si può vedere gratuitamente online Si chiama Prologue, fa parte di Visions of Europe, un film collettivo del 2004 composto da 25 cortometraggi, e dura poco più di 5 minuti.
Per impedire ai manifestanti di organizzare altre proteste, il regime iraniano ha spento completamente internet in tutto il Paese Tra giovedì 8 e venerdì 9 gennaio, il traffico internet in Iran si è azzerato. Letteralmente. Il regime spera così di rendere più difficile l'organizzazione di nuove proteste.
X è diventato il sito che produce e pubblica più deepfake pornografici di tutta internet Grazie soprattutto all'AI Grok, che ogni ora sforna circa 7 mila immagini porno, usando anche foto di persone vere, senza il loro consenso.
Su Disney+ arriveranno brevi video in formato verticale per gli spettatori che non vogliono vedere film né serie ma solo fare doomscrolling L'obiettivo dichiarato è quello di conquistare il pubblico il cui unico intrattenimento sono i contenuti che trovano a caso sui social.
I fan di Stranger Things si sono convinti che sarebbe uscito un altro episodio della serie e l’hanno cercato su Netflix fino a far crashare la piattaforma Episodio che ovviamente non è mai esistito, nonostante un teoria nata tra Reddit e TikTok abbia convinto migliaia di persone del contrario.
Al funerale di Brigitte Bardot c’era anche Marine Le Pen La leader del Rassemblement National era tra i pochissimi politici invitati alla cerimonia, tenutasi mercoledì 7 gennaio a Saint-Tropez.
Durante un raid a Minneapolis gli agenti dell’Ice hanno ucciso una donna che stava scappando e il sindaco ha detto che è meglio per loro se ora «si tolgono dalle palle» «Sparite. Non vi vogliamo qui», ha detto Jacob Frey dopo l'omicidio della 37enne Renee Nicole Macklin Good.
I manifestanti iraniani hanno inventato un nuovo coro per augurare la morte all’Ayatollah Khamenei Un coro abbastanza esplicito, anche: si parla dell'anno nuovo, di sangue e di cosa si meriterebbe il capo della Repubblica islamica.

Né con Barbie né contro Barbie

Il film di Greta Gerwig è arte o marketing? È geniale o idiota? Divertente o noioso? Forse è tutte queste cose, tutte assieme, ed è così che si spiega il suo enorme successo.

30 Luglio 2023

Il pensiero occidentale si regge sul principio di non contraddizione: se una cosa è bella non è pacifico che sia anche orrenda. Se è divertente, non può anche annoiarti a morte. Se è idiota, tutt’al più può essere geniale, ma mai intelligente. Con Barbie la linea di confine si perde, esattamente come accade nel sesso. “Ti è piaciuto?” s’informa con candore virginale chi non si è ancora spinto in sala. Reazioni: “Non è il mio genere, ma sì”, oppure, “Dovrei rivederlo, faceva troppo caldo” (le sale, alcune, sono “settate” – parola di cassiere – su un’affluenza di dieci persone). Naturalmente moltissimi hanno adorato il film e lo hanno trovato fantastico. C’è chi ha riso, e chi nemmeno per sbaglio, però si è commosso sulle prediche di America Ferrera (la donna/mamma in carne e ossa del film, alle prese con una figlia adolescente che la detesta). Il rapporto problematico ma sempre a lieto fine tra madre figlia è la poetica di Greta Gerwig, molto abile a costruire caratteri, così così come plottista.

Più che “preachy”, Barbie è l’opera al momento più ambiziosa di una che ha sempre l’aria di essere la compagna di scuola che ti coinvolge nei suoi progetti: recite, ricerche, esperimenti. Impossibile sottrarsi alla sua verve di organizzatrice creativa, e ricreativa. Buffa, prepotente, bella a momenti, la Gerwig somiglia molto a quel che fa. Del resto il suo temperamento – se gli Stati Uniti avessero una loro Marianna sarebbe lei – è stato descritto bene in Frances Ha, uno dei titoli più riusciti del suo compagno, Noah Baumbach. Greta si è prestata a fare la musa per poco, subito si è ricalata nei panni della capogruppo e capoclasse testarda, tenendosi stretto il partner intellettualmente blasonato che ora gioca a fare il Ken. Sono una coppia insopportabile, diciamoci la verità. Vuoi mettere Mia Hansen-LØve e Olivier Assayas? Eppure Mia e Olivier continuano bene o male a fare cinema, il solito che conosciamo, mentre il loro doppio americano insegue un filone che mescola senza complessi idee brillanti a trovate pedestri. Un progetto di classe colossale dove non conta il risultato, ma ripaga, benissimo, la passione e il cuore che metti nelle cose. Il cuore: l’organo più difficile da tenere in mano, diceva qualcuno. Beh, non per loro.

In questo momento, i miei nipoti di nove e dieci anni stanno organizzando un concerto (di cuscini, pentole e bacchette del ristorante cinese blandamente riciclate). Si spartiscono i compiti con una serietà che è fatta della stessa pasta di Barbie, dunque è qui che nasce l’arte: nelle camerette infantili. Nasce, e pazienza se non cresce. C’è chi non se ne fa una ragione, e si lagna dalla mattina alla sera di questa mancanza di maturità, mancanza di ritmo: dal palchetto dei vecchi del Muppet Show lamenta una mancanza di economia nella scrittura, c’è sempre troppa carne al fuoco. La nostalgia per il genio che siamo stati tutti da bambini premia i bambini prodigio invecchiati: un incubo che ha spinto Salinger, il profeta del genere, al ritiro.

Curioso come in un contesto che ha messo al bando il concetto binario e si dichiara, grazie a dio, il più fluido possibile, ci si diverta a organizzare un derby tra la roba da maschi Oppenheimer e la roba da femmine Barbie. Curiosissimo che Oppenheimer, con il volto delicato di Cillian Murphy, debba fare la parte di Big Jim, altro che American Prometheus. Bisogna ammettere che questo, sì, è un pensiero vertiginoso. Ma sono tutte cose che ormai abbiamo letto e riletto, è evidente che contano i bambini prodigio e i vecchi saggi mentre tutto quel che c’è nel mezzo se la prende in quel posto, è spettatore annoiato, consumatore passivo. Sì, ti puoi riconoscere in America Ferrera, ma io non sono ancora pronta a fare una parte così nobile, essendo immatura fuori tempo massimo la preferivo nei panni di Ugly Betty.

A proposito dei vecchi saggi, il siparietto di Ruth Handler che prende il tè nel tinello e la sa lunga come una Jessica Fletcher mescolata alla ragazza invecchiata del Castello errante di Howl, è una scena che, in chi scrive, ha provocato una repulsione paragonabile solo alle dita wurstel di Jamie Lee Curtis in Everything Everywhere All At Once, altro capolavoro di bambini che hanno mangiato la torta col pandispagna imbevuto di liquore. Eppure, uscendo dal cinema ero convinta di aver visto con piacere Barbie. Forse non era roba per me, ma ero soddisfatta di aver partecipato all’esperienza, è il caso di dirlo. Tornando al sesso, la mia con Barbie era stata una classica prima volta: migliorabile, ma essenziale. Soprattutto ero convinta che la scena finale – Barbie che si presenta dal ginecologo – fosse una gag. È diventata umana che altro dovrebbe fare? In breve, gli avevo attribuito il peso che si dà alle scene tagliate che scorrono insieme ai titoli di coda.

Poi ho letto l’articolo di Jessica Bennett che è andata a vedere Barbie con Susan Faludi e ho capito una cosa fondamentale: al cinema oggi bisogna portarsi dietro una fuoriclasse e un calepino per prendere appunti, non lasciarsi stordire da trame e sottotrame, balletti e canzoncine, non cedere alla noia e restare sempre vigili. Questi pasticci milionari, spesso frigidi, chiedono molto più allo spettatore di quello che si pensa. Per noi anziani, non ancora decrepiti quindi poco sapienti, è un po’ come fare la settimana enigmistica, una ginnastica cerebrale. Susan Faludi, ma anche Jessica Bennett, si sono messe lì e non hanno perso un passaggio, hanno collegato la prima scena del film, 2001: Odissea alla Mattel, all’ultima. Hanno chiuso il cerchio e puntato il dito sull’aborto in America. Infine hanno associato la pelliccia di Ken a quella vichinga di Jake Angeli, lo sciamano di QAnon che ha guidato l’assalto al Campidoglio. All’improvviso, mentre Alain Elkann si confrontava coi lanzichenecchi e tutta la nostra stampa, deprecandolo, non si occupava praticamente d’altro, io avevo afferrato il filo rosa di Barbie, un bel traguardo. Il punto, forse, non è tornare al cinema come ai vecchi tempi, ma tornarci con gli attrezzi del mestiere più affilati, meno pigri, meno rassegnati, magari, ecco, con un bel ventaglio se invece dei soliti dieci gatti in sala siamo con duecento leoncini.

P.s.: Margot Robbie è bravissima e in più brilla come Grace Kelly. Ryan Gosling è la nuova Maryl Streep.

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