Si intitola Meccha Chameleon e, oltre ad aver venduto tre milioni di copie, è diventato popolarissimo anche su TikTok, Twitch e YouTube.
Se volete trasformare casa vostra in uno spazio liminale, A24 ha fatto la carta da parati di Backrooms
E costa anche relativamente poco: 60 dollari a rotolo. Una cifra accettabile per trasformare un ambiente di casa in un incubo.
Se vi dicessero che potete portarvi a casa un pezzo di incubo internettiano per soli 60 dollari, lo fareste? La casa di produzione cinematografica A24 scommette di sì. Sul suo store è infatti comparsa la carta da parati adesiva di Backrooms: ogni pannello (giallo, ovviamente) è largo circa 76 centimetri ed è un’imitazione pressoché perfetta di quella che ricopre le pareti dello spazio liminale più famoso di internet e adesso anche campione di incassi al cinema. L’estetica monocromatica della leggenda metropolitana più famosa del web. Il film horror psicologico Backrooms – noi di Rivista Studio ne abbiamo parlato qui e qui – prodotto proprio da A24 e uscito nelle sale a fine maggio 2026, ha appena polverizzato ogni record precedente dello studio, superando i 210 milioni di dollari al botteghino globale nel giro di pochissimi giorni e trasformando un fenomeno di internet in un instant cult.
Ma per capire come un pattern geometrico giallo sia diventato un oggetto di culto per l’arredamento, bisogna fare un passo indietro e spiegare cosa siano, esattamente, le Backrooms. Il concetto è nato nel 2019 da un post anonimo sulla bacheca online 4chan. Un utente pubblicò la foto di una stanza vuota, spoglia, illuminata da fredde luci al neon e rivestita da una moquette umida e da una carta da parati giallognola, la stessa che oggi A24 vende sul suo store online. La didascalia che accompagnava quella fotografia teorizzava per la prima volta la possibilità “glitchare” fuori dalla realtà, un fenomeno già diffuso nella comunità videoludica nel gergo dei videogiochi si chiama noclip, ovvero un trucco che approfitta di difetti o errori di programmazione per “attraversare” i confini del videogioco stesso, infilandosi in una specie di spazio di mezzo, uno spazio senza uno scopo, privo di un vero e proprio inizio e una vera e propria fine. Liminale, appunto.
L’immaginario delle backrooms si fonda sul concetto psicologico di “spazio liminale”, ovvero quei luoghi di transito – corridoi, sale d’attesa e centri commerciali chiusi, solo per citarne alcuni – che, quando vengono completamente svuotati dalla presenza umana, generano un profondo senso di inquietudine e isolamento. Il fenomeno è diventato virale grazie a Kane Parsons – Elisa Giudici ne ha scritto per noi – all’epoca un ragazzino di 17 anni che pubblicava su YouTube cortometraggi in stile found footage realizzati direttamente nella sua cameretta. L’incredibile successo di quei corti (milioni e milioni di visualizzazioni) ha attirato l’attenzione di Hollywood e in particolare di A24, che gli ha affidato la regia del lungometraggio quando non aveva compiuto nemmeno 20 anni. Come sappiamo, Backrooms, il film, è diventato un successo mondiale: Parsons, a soli vent’anni vent’anni, è diventato il regista più giovane della storia del cinema a conquistare il primo posto del botteghino americano nel weekend d’esordio.
Il mito delle backrooms è ricco di curiosità affascinanti, a partire dall’origine della foto da cui tutto ha avuto inizio, quella pubblicata su 4chan, le cui origini per cinque anni sono rimaste un mistero. Solo di recente la community di internet è riuscita a rintracciarla, scoprendo che lo scatto risale al 2002 e mostra un banale negozio di arredamento in ristrutturazione a Oshkosh, nel Wisconsin. Ora quell’atmosfera è accessibile a tutti grazie al tono di giallo scelto da A24 per la sua carta da parati, che rispecchia esattamente il “giallo canarino sbiadito” delle backrooms, una tonalità associata istintivamente a certi vecchi e deprimenti uffici degli anni Ottanta negli Usa. E adesso anche a uno dei più grandi successi della storia recente del cinema.